INTIMACY
7° Festival internazionale
dell'architettura in video
Firenze, 02 -12 Ottobre 2003

 
PAR@METRO.IT
 
 




Enviromental policies
,
di Nicole_fvr


Park Avenue,
di Florent Rougemont

Rooftecture,
di Shuhei Endo

 

Diario dell'evento:
1 del 02.10.2003
2 del 03.10.2003
3 del 04.10.2003

4 del 05.10.2003
5 del 07.10.2003



 


INTIMACY
diario dell'evento : 03 Ottobre 2003


di Francesca Oddo


La seconda giornata di Intimacy ha inizio con una
carrellata di video italiani e stranieri che mette a
fuoco la città contemporanea e le sue rapidissime
logiche di sviluppo organico, fino a denudarne le
dinamiche patologiche che ci stanno progressivamente
strappando il tempo e i luoghi dell’intimità.
A rendere più complesso il fenomeno contribuisce
l’abuso, o l’uso deformato e maniacale, delle nuove
tecnologie di comunicazione che privano di spontaneità
i rapporti interpersonali nello spazio pubblico e persino
in quello privato.
I lavori presentati denunciano quindi, e al tempo stesso
veicolano un messaggio per nulla sotterraneo, verso
un nuovo concetto di intimità, da indagare, da esplorare,
da ridefinire. Al passo con i tempi, sociali e generazionali.
Hardware & Software di Fabio Meschini si apre con i ritmi
convulsi della città di Roma. Siamo all’Eur, tutto scorre
velocemente, troppo velocemente. Il tempo si accavalla
e perde le sue cadenze regolari. L’equilibrio temporale si
contrae e gli avvenimenti si moltiplicano.
È notte, la città si ferma. Lo sguardo si dirige sulle geometrie
regolari e cadenzate del Palazzo della Civiltà Italiana,
oggi Museo dell’Audiovisivo. La teoria di archi racconta
di silouette frammentate in pacato movimento attraverso
i suoni, di immagini stilizzate che si librano sul prospetto
membrana. Adesso è l’architettura che diventa mobile,
ma recita un linguaggio diverso da quello del caos urbano.
Rimane ancorata con convinzione al suo basamento.
Emerge un contrasto: mobilità urbana-staticità
dell’architettura in movimento. Ossimoro interno al nuovo
concetto di architettura. È ferma, ma narra il moto e i
nuovi flussi di comunicazione.
Coffe Break Wall di Maddalena Camarsa e Matteo Grimaldi
racconta con grande capacità di sintesi il fastfood di due
ragazze. Attraverso una parete di vetro, unico divisorio fra
i due tavoli per il resto giustapposti, le due commensali
parlano via sms. Le forme più immediate di comunicazione
verbale vengono mortificate da una deviazione del concetto
stesso di comunicazione.
Logo comune di Massimiliano Gatti è un indovinello. Appare
una molteplicità di gente diversa. Poi un carrello al
supermercato, che si riempie. La domanda posta dal video è:
cosa accomuna il carrello alle persone? Qual è il logo comune?
È il carrello, nel quale si raccolgono un’infinità di prodotti che
esprimono personalità diverse e storie complesse, intime.
Meno accattivante Intimacity di Pixel. Più ermetico, più
criptico. Città che emergono dalla terra e successivamente
inghiottite. In esse movimenti convulsi, ma anche spazi intimi,
ma a buchi, dai quali osservare.
NY a/v di Martha Skinner è un video forse volutamente
fastidioso. Racconta ad una velocità esponenziale i ritmi di
vita di New York, frenetici, nevrotici e convulsi, dall’alba
al tramonto. Una voce monotòna e alienata ripete
stancamente e ossessivamente la stessa frase, dall’alba al
tramonto. Emozionante, chiaro, garbato il video _l’isola di
Ceresoli. Le immagini sono semplici, reali, dal messaggio corale,
comunicative le associazioni. Dirette le riflessioni che si
susseguono lentamente sulle immagini. Si parla di luoghi e di
architetture periferiche, di “edifici troppo vicini che rubano
lo sguardo”. Di “città che vivono dentro di noi. E il tempo
scorre. Noi ci trasformiamo. Si trasforma tutto. Troppo
velocemente”. Si raccontano i colori, le geometrie,
le musiche, i rumori, le ombre e le luci di brani di città reali,
non digitali. Il Padiglione Philips. Una ricostruzione virtuale
di Fabio Turcheschi segna l’avvio della civiltà della macchina,
enfatizzato dalle punte acuminate e volitive e dalla tensione
dinamica delle forme si un Corbu scultore. È un video à
reaction poetique
, come le conchiglie raccolte da
Le Corbusier passeggiando per Long Island. Racconta
l’inizio di un processo di trasformazione urbana in chiave
industriale e mobile che porterà alla complessità dei fenomeni
urbani contemporanei. Segue il talk Ornament and Privacy:
Towards a Customized Visual Environment
nel quale Pedro
Pablo Arroyo offre uno spunto di riflessione sul rapporto
fra ricerca sperimentale e media. Osserva che le superfici
architettoniche costituiscono un mezzo molto efficace per
comunicare l’informazione attraverso le immagini. La loro
integrazione è storicamente una relazione che oscilla fra
l’attrazione e la repulsione, metafora suggerita dall’effetto
dei successivi manifesti teorici, che intendono la forma
architettonica come un contenitore passivo di stile e la
struttura come un problema dell’immagine che ne deriva.
Arroyo dice di rifiutare questa interpretazione e propone
lo studio dell’immagine come un elemento costruttivo che
chiama “tecnologia dell’immagine” e che rompe con la
delimitazione ontologica dell’oggetto ed elimina le false
contrapposizioni fra reale e virtuale, materiale e immateriale,
analogico e digitale.
Usman Hacque mostra i suoi progetti. Colpisce una stanza
vuota illuminata da campanule di largo diametro che
proiettano a terra una luce colorata che attrae i visitatori
perché calda e intima.
Il pomeriggio riprende con plus di Ute Adamczewski.
Il video sul lavoro di hauerbruch hutton architects è
illustrato come una presentazione su schermo multiplo
di un collage costituito da materiali diversi: interviste alle
persone che lavorano negli edifici già realizzati, riprese
informali di questi progetti, una conversazione tra il
giornalista e critico Claus Käpplinger, Matthias Sauerbruch
e Louisa Hutton, disegni e animazioni dell’edificio non
ancora realizzato.
A stretto giro di posta comincia il secondo talk della
giornata, How can we design intimacy?
Siedono nel salotto di “casa intimacy” Michele Bonino,
avatar architettura, Roberto Maria Clemente, IaN+ e
nicole_fvr/2A+P. La domanda è rivolta a tutti loro.
Secondo Ian+ il ruolo dell’architetto è quello di riuscire a
regolare l’intimità esplorando il rapporto esterno/interno.
Pierpaolo Taddei di avatar architecture sostiene che
non ha senso trasformare uno spazio pubblico in uno spazio
intimo. L’intimità è un fatto psicologico. Per Nicole_fvr
l’intimità è un viaggio verso la riappropriazione della città,
intesa a scala territoriale.
Ancora video. Bello quello di OBR. Elegante City Clone di
Matteo Agnoletto, nelle riprese e nelle musiche.
Colto nei rimandi e nelle associazioni, ci offre uno spaccato
di un’intimità domestica in bianco e nero, quello del
Padiglione Esprit Nouveau, memore dell’atteggiamento
progettuale minimalista e apparentemente impeccabile
del movimento moderno. L’ambiente intimo è paradossalmente
il manifesto di una ben precisa linea di pensiero.
L’intimità manifesta. Segue il talk Mass customization and
parametric communities
. The antagonists of the Modern
Movement
che esplora il concetto di “customizzazione”
delle masse, cioè la tendenza sempre più ricorrente,
soprattutto attraverso la rete, di scegliere e di personalizzare
il prodotto che si intende acquistare. Manuela Gatto di
[+RAMTV] illustra un software che permette di esplorare
gli effetti della customizzazione attraverso un modello
spaziale per un gruppo di persone in un’area residenziale ad
alta densità.
Ogni utente può customizzare la propria casa, può cioè
scegliere l’area geografica, il tipo di unità abitativa, il tipo
di relazione col terreno, se avere uno spazio esterno, se
avere rapporti di vicinanza e così via fino al dettaglio
dell’abitazione. Dalla sito alla mattonella.
Da sempre l’architettura si rivolge al committente e viceversa.
La customizzazione però, se per un verso sembra consentire
ampia libertà di scelta all’utente, d’altro canto la reclude
in una gamma di possibilità preconfezionate dalle logiche
commerciali e di produzione. Altra perplessità che emerge
dal dibattito è la sorte che in questo quadro spetta alla funzione
dell’architetto.
Seconda serata con Space Invaders. Future is always on
the other side
, talk sullo spazio video-ludico. Alberto Iacovoni
introduce l’iperspazio come una realtà virtuale che prende
sempre più forma nei videogiochi, nei quali lo spazio di dilata
all’infinito. Il videogioco è uno spazio di relazione, che da
privato, dalla propria postazione di casa, è ormai sconfinato
nel pubblico con le comunità virtuali. Si gioca in gruppo,
ma ognuno dall’intimo della propria casa.
Ma ciò su cui soprattutto insiste Iacovoni è che il gioco in
architettura si concretizza nella possibilità di cambiare le
regole dello spazio, quasi una risposta dialettica all’idea di
progetto finito. “Lo spazio non è inerte ma multisensoriale.
Questo è il significato dell’architettura ludica”.
Jaime D’Alessandro parla di giochi di ruolo online, di MOD,
di gilde del caos per arrivare a spiegare come il mondo del
videogioco sia totalmente progettabile. Si può scegliere di
fare il sarto come il contadino. E anche l’architetto. E di
costruire la realtà dal nulla.
Secondo Enric Ruiz-Geli il ruolo dell’architetto che si confronta
con l’iperspazio è portare il mondo digitale nella realtà.
Cosa succederebbe se si costruisse nel mondo reale una casa
come quella pensata per lo spazio virtuale? L’architettura
è in viaggio alla volta di una risposta…

(2. continua)