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INTIMACY
diario
dell'evento : 04
Ottobre 2003
di Francesca Oddo
La terza giornata del festival si apre con il talk Surveillance
and security in urban space. The city under control che
porta nel salotto di casa intimacy Giandomenico Amendola,
Peter Lang e Carlo Terpolilli.
Si affronta il problema della paura e della sicurezza nella
città contemporanea. Amendola introduce ricordando che
in un cartiglio del Buon Governo si legge “senza paura ognun
franco cammini”. La città del Medioevo è dunque un
luogo
dove non aver paura. Oggi, invece, la città fa paura,
anche indipendentemente dal pericolo.
Il problema della sorveglianza è un argomento atavico:
dall’orecchio di Dionisio, al panopticum di Bentham,
al Paradiso, che letteralmente vuol dire “giardino difeso
da mura”.
In questo scenario il ruolo dell’architetto è quello di
pensare delle strategie progettuali capaci di affrontare
e risolvere le ansie che l’organismo urbano contemporaneo
innesca.
Peter Lang racconta come il controllo nelle periferie
americane induca repressione psicologica negli abitanti.
Il video che propone, COPS, mandato in prima serata sulle
televisioni americane, mostra il degrado e la violenza che
in quelle aree si consuma. Sono zone dove la legge
americana impedisce di incontrarsi, di camminare, di vivere.
La polizia si aggira attraverso lande urbane desolate a
caccia di malfattori. Nessun cittadino in giro. Solo paura.
La gente rimane a casa, dissuasa dalle scene di COPS,
responsabile di una forma di repressione psicologica
che mortifica l’esigenza della vita di relazione.
Secondo Lang proibire il movimento all’aperto e l’incontro
negli spazi pubblici non solo mortifica il rapporto con la
città, ma non contribuisce neanche a diminuire le
attività criminali e non conformiste, come la prostituzione
e la pornografia, che continuano comunque ad esistere,
trovano altre forme di resistenza, spazi alternativi e più
nascosti.
Terpolilli invita a riflettere su due elementi legati alla
tematica della sicurezza: la forma della città e il problema
sociologico che ne deriva. La periferia americana è amorfa,
non ha piazze, non ha luoghi di incontro, manca di struttura
gerarchica, non esistono le comunità. Questo incoraggia il
crimine. Ma l’aspetto più significativo è forse l’imprevedibilità
del pericolo, la paura della paura, più che la paura dell’effettivo
pericolo. Gli attacchi di panico, sempre più frequenti nella
nostra società, sono indotti anche da un’ansia generata
da certa produzione televisiva, tipo COPS.
Fra i video che seguono colpisce Fabula Rasa di archi media,
ma stanca, seppur più breve di Taringa 4068: Our Place
and Time di Rex e Susan Addison che invece, per la
ricchezza e la concretezza del narrato architettonico
domestico e per la qualità degli ambienti raccontati, si fa
seguire con più curiosità.
L’architetto Rex Addison e sua moglie, la scrittrice Susan
Addison, descrivono la genesi delle case che hanno progettato
per sé stessi e per i loro figli nella periferia australiana.
Tramite grafica, animazioni, fotografie e riprese d’archivio,
il video indaga il rapporto fra l’architettura domestica e la
vita familiare di ogni giorno.
La mattinata si conclude con il talk a°tipical. Contemporary
art and the possibile space. Si parla di interazione fra arti
visuali e architettura. Ivana Mulatero racconta che intorno
agli anni ’90 l’architettura ha sentito l’esigenza di
rivolgersi
all’arte. Mentre gi artisti mappavano l’esistente, i giovani
architetti formavano dei gruppi di persone, provenienti da
ambiti disciplinari eterogenei, lasciavano il tavolo da disegno
e andavano per la città, alla scoperta del territorio, per
raccogliere impressioni da registrare nella propria mente
come su un diario di viaggio. Oggi questi gruppi si chiamano
Cliostraat, A12, Stalker.
Gli architetti hanno quindi avvertito l’urgenza di rappresentare
le loro percezioni attraverso una nuova linfa creativa,
individuata nell’arte. Sono nate così architetture diverse,
concepite non per durare nel tempo, ma per veicolare
messaggi sulla trasformazione urbana e antropologica in
atto nelle città di oggi.
Piero Gilardi spiega che il rapporto fra arti visive e
architettura risiede in un cambiamento epistemologico, che si
traduce nella capacità che l’uomo contemporaneo ha di
clonare la vita, nella potenzialità che si è costruito di
intervenire a livello di ontologia.
Segue uno splendido video dedicato a Ivan Leonidov per il
centesimo anniversario della sua nascita che racconta il
conflitto tra il potere statale e il geniale architetto,
straordinario e radicale protagonista dell’architettura
sovietica d’avanguardia. Emerge il contrasto fra l’edilizia
comunista del primo decennio del giovane stato sovietico e
la visione ideale del mondo incarnata dai progetti mai
realizzati dell’architetto. Mondi paralleli senza alcuna
intersezione. Ricco di associazioni e di rimandi allo storia è
Kochuu. Japanese Architecture. Influence & origin di
Wachtmeister. Il video racconta le origini della tradizione
architettonica giapponese e le influenze che ha avuto e
che ha sulla cultura progettuale europea. Le riprese
viaggiano tra ambienti nipponici e spazi di concezione
nordeuropea, memori di quel fenomeno di compromissione
artistica in senso inclusivo che è il giapponismo, e che si
colloca proprio fra Ottocento e Novecento. Le inquadrature
mirate di Villa Marea ne evidenziano un legame fortissimo
con l’architettura giapponese a diverse scale: dal disegno
della planimetria, alle sensibili intuizioni dei rapporti
interno/esterno, fino ai dettagli. Il giardino d’inverno, lo
studio di Marie Gullichsen, i dettagli dell’ingresso e del
giardino, tutto suggerisce richiami al Giappone. Un collage
di tradizioni architettoniche diverse che trova la sua
identità in un processo di decontestualizzazione che
Aalto compie con grande maestria e sensibilità.
Non è un caso che il video si rivolga ad architetti del
nord Europa come Asplund, Aalto, Fehn: fra le due culture
architettoniche c’è un elemento fondamentale in comune
e cioè il rapporto con l’esterno, col verde. L’identità
territoriale finlandese si rintraccia in primo luogo
nell’abbondanza di foreste. Inoltre, la particolare esperienza
della luce, legata alla posizione geografica, determina in
Aalto come in Fehn la volontà di catalizzare l’esterno
all’interno dell’architettura, in termini sia di luce che
di verde.
Il pomeriggio si apre con il congresso I (am). Media and
New Sense of Place in Architecture che si snoderà in due
giorni e tre sessioni. Si inizia con Un-stable Media, in cui
si parla di una forma instabile di architettura, come la
definisce Luca Molinari, moderatore del dibattito, e cioè
l’architettura su carta, il libro. “A seguito dell’effetto
Taschen – dice Molinari – i libri hanno subito una
straordinaria accelerazione nel modo di rappresentare
l’architettura”. Ne discutono Eduardo Arroyo, Armin Linke,
Kester Rattenbury, Jennifer Sigler.
Emerge dal dibattito che anche se l’architettura oggi tende a
manifestarsi in maniera sempre più diretta, attraverso
il video, per esempio, il libro, con i suoi ritmi e le sue modalità
di comunicazione, sia pure aggiornate, rimane uno dei mezzi più
efficaci per raccontare il lavoro degli architetti. Si discuterà
sui cambiamenti nel campo delle pubblicazioni specialistiche,
sul ruolo della grafica e della fotografia, sull’influenza delle
nuove
pubblicazioni internet, strumenti sempre più frequenti nella
professione dell’architetto, sempre più necessari per
comprendere l’architettura.
Si prosegue con The Space of Intimacy. Winka Dubbeldam,
David Trottin e Hani Rashid, uno spettro
geografico abbastanza ampio di progettisti che illustreranno
attraverso i loro progetti la propria idea di intimità nello
spazio domestico e in quello urbano.
Interessante la maison individuelle MR di Trottin.
La casa, realizzata su un terreno in pendenza, nascosta
nella vegetazione, rimane invisibile. I pannelli giallo-verdi
del prospetto, quasi mimetici, scorrono e scompaiono
simili ad una “pixellisation” cromatica del giardino, al quale
si aprono. Il giardino sembra il cuore intimo delle grandi
finestre vetrate. Esse permettono un filtro visuale fra
l’interno e l’esterno non appena gli scuri scivolano per
aprirsi al paesaggio. All’interno, dal pubblico al privato,
gli ambienti sono pensati a livelli dimezzati per consentire
un rapporto di costante prossimità col giardino.
Invisibile, mimetico, individuale. Su questi elementi e sulla
loro dialettica si gioca l’intimità per Trottin.
(3.
continua)
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