INTIMACY
7° Festival internazionale
dell'architettura in video
Firenze, 02 -12 Ottobre 2003

 
PAR@METRO.IT
 
 




Allestimento delle mostre
,
Avatar Architettura



Modulo standard
stazione spaziale




CICCIO outside inflatable
enviroment prototype1
,
di Interaction Ivrea



Diario dell'evento:
1 del 02.10.2003
2 del 03.10.2003
3 del 04.10.2003

4 del 05.10.2003
5 del 07.10.2003

 

 







 


INTIMACY
diario dell'evento : 05 Ottobre 2003


di Francesca Oddo


La domenica di intimacy si apre con il talk Space Hotels.
Surveillance is surviving (not only in Outer Space).
Marco Pisati introduce il fenomeno del turismo spaziale e
degli space hotels per evidenziare le esigenze dell’uomo
nello spazio in termini di habitat e di intimità.
Hernan Lorenzo racconta la sua esperienza nel campo della
progettazione di alberghi per lo spazio attraverso una serie
di lavori. Mostra il modulo standard di una stazione spaziale:
un volume cilindrico all’interno molto piccolo, dove si svolgono
le funzioni primarie quali dormire, mangiare, andare al bagno
sfidando i capricci della gravità. Aspirapolvere per evitare che
barba, capelli, bisogni vaghino per l’astronave. Appigli gonfiabili
per fermare il corpo in una posizione precisa. Loculi simili a
casse funebri dotati persino di chiusura per evitare che il
corpo voli libero in giro per l’astronave e disturbi chi nel
frattempo continua a lavorare. E poi una miriade di sensori
che invadono il corpo degli astronauti o dei turisti dello spazio
e che lo monitorizzano, dato che in assenza di gravità si è
soggetti ad un’alterazione del flusso sanguigno, ad un processo
di decalcificazione delle ossa, a disorientamento e problemi
di vista. L’astronauta è insomma la persona più monitorata al
mondo, in uno spazio piccolo e dal quale non può uscire per
mesi. In questo habitat estremo l’intimità viene ad essere
compromessa. Il design di architettura in questo senso
interviene per codificare il linguaggio dell’intimità in un luogo
diverso dalla terra, dove soprattutto – come emergerà da
un’intervista telefonica con Franco Malerba, primo astronauta
italiano nello spazio – manca l’ordine, mancando la forza
di gravità.
Intimità nello spazio vuol dire anche indossare un abito
comodo. Ne parla Antonio Giallorenzo che mostra dei tessuti
arditissimi capaci di raffreddare o di riscaldare il corpo a
secondo delle necessità. Alcuni sono in grado di monitorare
il corpo di chi li indossa liberandolo dagli attuali sensori,
invadenti e numerosissimi.
Ma ecco Franco Malerba in diretta telefonica. Racconta la
sua esperienza con eccitazione sollecitando però la
riflessione sui disagi dell’habitat spaziale. Tutto galleggia e
c’è la necessità di un ordine, di un posto per ciascuna cosa.
Poi c’è il problema della dinamica dei fluidi che rende difficile
lavarsi dopo la quotidiana dose di ginnastica, necessaria per
compensare la decalcificazione delle ossa. Le docce sono
dei grossi cilindri all’interno dei quali bisogna sigillarsi prima di
essere investiti da una sorta di nuvola di acqua, ma gli
astronauti preferiscono, ed è comprensibile, fare ricorso a
salviettine umide e a saponi in polvere.
In questo contesto l’intimità diventa una condizione
estremamente difficile da ricreare.
Malerba sostiene che il volo spaziale non ha ancora
raggiunto una sicurezza tale da poterlo proporre come forma
di turismo alternativo, come attività disponibile.
Cristiano Toraldo di Francia conclude il talk con la
presentazione del suo progetto architettura interplanetaria e
del filmato Ipotesi di ampliamento della superficie terrestre
risalente agli anni ’70, da lui prodotto, nel quale è evidente
che già allora l’architettura si accostava ad un approccio
di “problem finding”, quindi critico.
Una voce dal ritmo quasi robotico emerge dagli spazi del video:
“Tutto è architettura. Il sole, le stelle, i pianeti sono
architetture meccaniche”.
Subito a ruota un altro talk, In the intimacy of the project.
Tools for Collaborative Communities
, moderato da Furio
Barzon e incentrato sul fenomeno dei sistemi collaborativi
in rete. Barzon racconta il suo sogno e quello di molti altri
architetti: avere una postazione di accesso al proprio
progetto, lavorare alla propria architettura da qualsiasi luogo
e con altre persone dislocate ovunque per il mondo, immergersi
fisicamente nel progetto con tutti gli altri attraverso uno
spazio tridimensionale consentito dalle potenzialità della rete.
E ancora avere a disposizione un database che consenta di
accedere ai dati forniti da altri professionisti. Costruire così il
progetto perfettamente dettagliato, anche nei costi, e con un
semplice clic mandarlo direttamente in produzione. Barzon ci
disincanta subito: di tutto questo ancora esiste ben poco,
ma le prospettive di ricerca si muovono verso il concetto di
comunità collaborativa.
La parola passa a Walter Aprile che in veste di informatico di
Interaction Design Ivrea, un laboratorio di ricerca che si
colloca fra industrial design e information technology,
racconta il tentativo del gruppo di lavorare a distanza.
Dice subito che la comunicazione tramite posta elettronica
non ha funzionato, in quanto ha creato disordine e
disorientamento. Hanno allora messo a punto ZWiki, un
software capace di creare una piattaforma dinamica,
che consente a ciascuno dei componenti del gruppo,
tramite un semplice editor di testo, di aggiornare il lavoro.
Premo “modifica” alla fine della pagina dell’editor di testo
e il progetto si è dinamicamente aggiornato.
Aprile ritiene che ZWiki o un software analogo possano
funzionare anche nel lavoro degli architetti e realizzare il
loro sogno di sistema collaborativo.
Antonino Saggio racconta il suo progetto collaborativo
condotto in ambito universitario. Parla dell’esperienza di Expo,
una raccolta di lavori dei suoi studenti proposta sul web,
come una vera e propria mostra virtuale, che vive di vita
propria e che può essere visitata da chiunque in qualsiasi
momento. La passeggiata può svolgersi in superficie o
indagare parecchio in profondità, fino ad arrivare alla pagina
dello studente progettista col quale si può stabilire un dialogo.
Viene sollevato il problema della democrazia all’interno delle
comunità collaborative come possibilità di mettere in
discussione ciò che vedo o che leggo. A chi conferire il potere?
È necessaria una struttura gerarchica o è più democratico
dare a tutti la possibilità di intervenire?
Secondo Luca Toschi, del Dipartimento di Scienza
dell’educazione di Firenze, il potere va dato a chi ha le
competenze per gestirlo. Dal pubblico interviene Paolo Ferrara
ricordando come la sua rivista digitale e molte altre
consentano invece un rapporto diretto con l’autore dell’articolo,
col quale è possibile stabilire un dialogo online. In questo senso,
continua Ferrara, si può parlare di una forma di democrazia
senza potere, che forse è la più auspicabile.
L’impressione è che esista una precisa differenza fra una
comunità collaborativa di progettisti, l’incompetenza al potere
e la possibilità di commentare l’articolo di un giornalista sul web.
Nel pomeriggio si svolge la terza e ultima sessione del
congresso con New Sense of Place.
Secondo un’interpretazione diffusa, le trasformazioni dovute
ai media nel corso degli ultimi trent’anni hanno annullato
l’organizzazione tradizionale dello spazio, collocando la nostra
vita in un territorio che è sostanzialmente de-localizzato,
composto di cyber-spazi, non luoghi, e spostamenti nomadi.
Senza dubbio tali cambiamenti nel campo della comunicazione
stanno articolando in modo nuovo anche gli spazi
dell’aggregazione sociale, e producendo una varietà di
conseguenze di gran lunga superiori a quelle derivanti dalle
teorie contemporanee comunemente accettate.
Forme di appropriazione dello spazio temporanee ma
personalizzate si stanno moltiplicando; l’importanza della
dimensione tattile e sonora nella percezione architettonica
continua ad aumentare; emergono nuove geografie simboliche.
Il forum creerà una mappa di possibili “nuovi luoghi” emergenti,
sintetizzando studi sulla città, vecchi e nuovi media,
spostamenti di persone, all’interno del contesto mediatico
attuale. Brillante l’intervento di Beatriz Colombina sulla
protomultimedialità degli Eames.
Subito a ruota l’ultimo talk del festival, Everyone vs. everyone
else. Anxieties, fears, phobias and wars of the daily project

condotto da Anna Barbara, esperta di progettazione sensoriale.
Si parla dei cinque sensi e del loro potere paradossale di
generare il contrasto, più che il contatto.
Trixie Zitkowsky racconta la sua esperienza come scenografa
del Grande Fratello premettendo di essersi posta degli scrupoli
morali, in un primo momento. C’è da pensare che debba averli
superati molto bene se è riuscita a produrre uno dei programmi
televisivi più seguiti degli ultimi tempi. Parla del successo di una
trasmissione che va a violare l’intimità delle persone attraverso
un numero folle di telecamere, cinquantadue per l’esattezza,
disposte ovunque e in maniera da non lasciare scoperto,
in assenza di monitoraggio, nessun ambiente, neanche il bagno.
Come da richiesta ha realizzato una sorta di gabbia domestica,
che di domestico e intimo nulla ha, una scenografia nella quale
la sera non calassero le luci, nella quale le persone avrebbero
continuato a muoversi per cento giorni, 24 ore su 24, davanti
agli occhi di un pubblico infinito.
La Zitkowsky racconta di aver avuto la sensazione di
progettare un carcere, ma al tempo stesso parla con grande
entusiasmo della “stanza della cattiveria” della casa del
grande fratello, il confessionale. Dice di aver lavorato
ostinatamente sui colori, rosso e nero, e sulle forme,
acuminate, per indurre psicologicamente il protagonista di
turno a sentirsi cattivo e a parlare male degli altri.
Si continuano a proporre gli esempi più disparati di intimità
negata. Da alcune città americane progettate come tribù per
persone la cui età rientri fra i 17 e i 65 anni, esenti da disturbi
psichici, dove ci sono delle leggi che regolano a livello urbano,
non solo di scala condominiale, il colore e il tipo di tende e di
piante per il davanzale, dove tutti sanno di tutti, dove il
monitoraggio è un fatto costante; al Corviale, la cui tipologia
amplifica, soprattutto nella zona centrale, i suoni e i rumori,
per cui la gente che ci abita ha il terrore di essere pedinata nei
lunghi corridoi; all’odore iconico del fritto del McDonald’s,
legato alle molecole di grasso, che per aggirare una denuncia
ha comprato dalla NASA uno strumento capace di lanciare in
aria con grande potenza queste molecole, salvo poi a ricadere
come una pioggia maleodorante sul quartiere accanto.
Esiste un territorio inesplorato di ricerca che è la progettazione
sensoriale, riflette Anna Barbara.
Conclude Paola Goretti, studiosa di storia della moda, che alla
domanda “tutti contro tutti o tutti verso tutti?” posta da Anna
Barbara, risponde “tutti dentro la dimensione umana”.
Tra i video proiettati oggi il più incisivo è sicuramente Kolkata
di Michaela Frühwirth che fotografa scene di vita a Calcutta
proponendole come una serie di immagini che scorrono al ritmo
di una camminata per la città. Percezioni lente, attente.
“L’atto di camminare esprime la velocità del corpo e passeggiando
a piedi il paesaggio urbano si avverte come una sequenza
di scene, senza soluzione di continuità.” Il lavoro presenta una
transizione fisica e mentale, offrendo un effettivo cambiamento
della percezione nel giro di pochi passi.
Appuntamento a martedì sera con lo special event di intimacy…
L’esperienza cinematografica di Rem Koolhaas!


(4. continua)