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INTIMACY
diario
dell'evento : 07
Ottobre 2003
di Francesca Oddo
Koolhaas
Rhapsodie sullo schermo dello Spazio Alcatraz.
Il momento dell’evento speciale è arrivato. Straordinaria
la quinta. La schietta e severa potenza espressiva
dell’edificio, sposata al ludico allestimento di due delle
due mostre di Intimacy, ospita una nuvola di sedie
colorate. Di fronte lo schermo.
Il giovane Luka Skansi, laureato allo IUAV con una tesi
sul periodo di formazione di Rem Koolhaas, introduce la
sequenza dei cortometraggi e il film raccontando gli
esordi dell’architetto olandese come sceneggiatore e
giornalista.
L’esperienza cinematografica di Koolhaas, condotta
con un gruppo di cineasti, non avrà fortuna: al terzo
tentativo subirà una pesante stroncatura da parte
della critica che lo porterà a rivolgere il suo genio,
ancora da rivelarsi, altrove.
Verranno proiettati 1, 2, 3 Rhapsodie, Body and Soul
e De Blanke Slavin, realizzati fra il 1965 e il 1969
insieme a Daalder, de Bont, Meyering e Bromet.
1, 2, 3 Rhapsodie rende l’idea di un noioso umorismo
olandese che strappa qualche vago sorriso di fronte
ad un giovane Koolhaas intento a fare il pedicure con
delle grosse forbici da cucina ad una finta regina
Elisabetta. Il cortometraggio verrà censurato.
Body and Soul racconta di un personaggio triste,
con gli occhi fissi a terra o sul suo fisico che decide
di gonfiare facendo body bilding. Scoprirà che il suo
corpo, diventato simile ad una trappola, non gli appartiene
più, che la gente lo considera solo come un oggetto
da osservare e da toccare con stupore divertito.
Ironia cinica in bianco e nero.
Prima di proiettare il film, viene invitato a raccontare
della sua amicizia con Koolhaas il “monumento vivente”,
come Adolfo Natalini si definisce facendo riferimento
alla sua veneranda età, non senza una buona dose
di autoreferenziale compiacimento.
Racconta di un “tipo lungo e con lo sguardo molto
triste” che un bel giorno gli si presentò a Bellosguardo,
ai tempi di Superstudio, proponendogli di cambiare la
scuola che frequentava, la Architectural Association
School di Londra, e di prendere il potere. In seguito
Natalini tenne effettivamente dei seminari di discreto
successo, ma non tanto da “condurlo al potere”, come
nei desideri del giovane studente olandese.
Koolhaas - ricorda il “monumento vivente” - rimase
sempre affascinato da Superstudio, che proprio in quegli
anni sperimentava la tecnica del racconto e dell’illustrazione,
temi vicini al montaggio della scena cinematografica,
conosciuta, nel bene e nel male, dall’olandese alto, magro
e cinico. Skansi e Natalini parleranno durante la serata
dei vari debiti di Koolhaas a Superstudio, dei rimandi alla
sperimentazione di Archigram, dell’interesse da un lato
per Leonidov, dall’altro per Dalì, dell’amicizia con
Zenqhelis
e con Krier. Ma forse in questo tentativo di cogliere nei
cortometraggi e nel film un nesso fra Koolhaas sceneggiatore
e Koolhaas architetto, la cosa più tranquillizzante la dice
l’architetto fiorentino: “Le cose di cui parliamo sono
difficilmente leggibili perché tirate fuori da un contesto in
cui figure come Mies e Le Corbusier erano ancora vive e
forti. Pertanto questi cortometraggi vanno presi come
frammenti sull’infanzia di un genio”.
“L’uomo che non ride mai” – come lo definiscono
in Olanda –
ha fortunatamente trasferito in architettura la sua
passione per il cinema. E al contrario dei film, nei quali
non emerge così chiara la sua futura propensione
per l’architettura, in quest’ultima sarà più
immediato il
collegamento. Perché a pensarci bene la città
contemporanea per Koolhaas architetto è molto simile a
quella cui alludono esperienze cinematografiche come
Blade Runner, per esempio. Di associazione in associazione…
Iperdinamica, mutevole nel flusso e nella pulsazione,
rapida e veloce, l’idea cinematografica della città
dell’olandese è già viva in Sant’Elia e nel
futurismo.
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