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INTERVENTO DI GLAUCO GRESLERI ALLA
PRESENTAZIONE DI PARAMETRO 243
AL POLITECNICO DI TORINO
Torino, Castello del Valentino, 13.03.2003.
di Glauco Gresleri
Mai
l’architettura ha avuto così vasta testimonianza come oggi.
Mai l’editoria ha avuto tanto da raccontare in materia
d’architettura come oggi.
In un incontro come questo di oggi, ove capita l’occasione
di fare il punto sulla pubblicistica architettonica, i ragionamenti e
le linee di analisi al riguardo sono molteplici.
Mi pare che la situazione della contemporaneità in fatto
di architettura costruita si collochi nella storia dell’umanità
come una SECONDA BABELE.
Nella PRIMA BABELE, i costruttori si sentivano così forti,
nella capacità di controllo delle forme e delle masse costruite,
ed avevano così tante possibilità di uomini, di
finanze e di mezzi di poter immaginare di dominare il mondo e tendere
ad un orizzonte sovrannaturale che tutto travalicasse ed arrivasse al
cielo.
La forza che aveva questa iniziativa era l’unità di pensiero
e di volontà che animava le masse. A fronte di questa
insana ambizione, il Dio di allora Javé, ritenne opportuno
di immettere nel sistema un “virus” particolare, quella
della “incomprensione”. Gli uomini non riuscivano più
a comprendersi… e la formidabile impresa non poté
continuare e la TORRE (di Babele, appunto) rimase incompiuta.
Il virus era particolare: la nascita dei vari linguaggi,
di colpo, appunto per magia.
E ognuno faceva, senza poter comunicare.
Il paragone con oggi non è difficile. Viviamo in un momento di
babele dei linguaggi architettonici.
Ovunque voltiamo lo sguardo, scorgiamo forme, tecniche,
materiali, ma anche filosofie e morali tanto diverse tra
loro da impedire di comprendere il CAMPO dell’architettura entro
un sistema logico unico.
La confusione regna sovrana.
Le strutture non sono più il costrutto statico della costruzione,
ma sono ambizioni espressive; le forme non tendono più a strutturare
la “casa dell’uomo” ma diventano occasione di design
emozionale; i materiali si impongono non come strumenti della soluzione,
ma come oggetti di consumo dell’industria;
i sistemi ecologici non sono più la congrua sintesi del fare
nel costruire, ma occasioni di sperimentazioni fini a se stesse.
Quella che sempre è stata una regola “di stile” che,
ogni volta ha insegnato tempo e sperimentazioni per divenire strumento
del fare e motivo di riconoscibilità, ora non esiste più.
Ma non solo; non potrà mai più ripresentarsi nella
storia dell’umanità…
Le varie fasi storiche hanno visto appunto consolidarsi
uniformità di comportamento nel fare architettonico sopratutto
per il produrre di lunghi periodi di stabilità di governo e di
status.
Pensiamo solo ai regimi totalitari dello scorso secolo ove
per lunghi decenni un medesimo modo di concepire “lo stile”
ne ha rafforzato il carisma portandolo ad una definizione riconoscibile.
Tipico il caso della Germania ove “lo stile” ha potuto connotare
in modo assolutamente omogeneo e simbolico ogni forma del fare: l’architettura
di regime, le divise, gli stemmi, i bottoni, gli occhiali…tutto
aveva lo stesso carattere, la medesima impronta, lo stesso modo di emanare
la medesima e ferma emozione formale.
L’Europa ha vissuto la parte centrale del secolo scorso
l’incredibile stagione del razionalismo.
Dalla Cecoslovacchia alla Germania, dalla Francia all’Olanda e alla
Svizzera, ma anche dalla Svezia e dall’Austria, un'ondata significativamente
omogenea aveva investito il vecchio continente in architettura, diventando
veramente un movimento internazionale prima - con più omogeneità
e con più logica di risposta ai bisogni dell’umanità
– che non le varie rivoluzioni che hanno attraversato il continente
in pari periodo.
Vi è stato questo momento magico in cui gli architetti hanno cominciato
tutti a pensare nello stesso modo ed a cimentarsi in ricerche tra loro
simili e complementari.
L’exiztenz minimum, ma anche la siedlungen si ponevano
il problema con mezzo secolo di anticipo rispetto al momento in cui esso
sarebbe diventato esistenziale, dello alloggio economico perché
potesse essere di tutti e del modo in cui la città avrebbe potuto
organizzarsi per assicurare aria – luce – sole – verde
a tutti risolvendo il problema della forte conurbazione…
Fu quello un istinto unico, così forte, e così generalizzato
in senso appunto internazionale! E se Hitler chiuse il covo
razionalista di Gropius, quello fu segno di come il movimento architettonico
aveva preso la dimensione internazionale che non poteva coesistere col
principio del regime specificatamente nazionalista.
Abbiamo detto della proliferazione di impianti architettonici
importanti in tutto il mondo conosciuto e della loro caratteristica di
essere, ogni volta, pezzi unici, dove ogni referente oggettuale si presenta
diverso dagli altri, differenziativo, anzi di contrasto.
Non vi sono più tensioni trasversali; non vi è più
possibilità
di scambio e di raffronto tra di loro: le esperienze non sono più
trasmissibili.
Il lessico è tanto diverso da non poter esercitare
il controllo grammaticale come metodo critico. Le regole
compositive non solo non si riconoscono più, ma non hanno più
senso, ed anzi risultano di ostacolo alla
comprensione ed alla produzione.
E
l’editoria? Impazzisce. Trova pane per i suoi denti come
mai ha potuto immaginare. Ogni nuova opera, ogni architetto di nome, ogni
nuovo progetto, ogni schizzo, ogni balbettio (dei più grandi naturalmente)
diventa occasione editoriale.
Tutto è cercato, trovato, scovato, ma anche provocato, per poter
essere pubblicato.
Tipico è stato il caso di chi produceva su richiesta delle riviste
disegni a colori bellissimi… con il litografo che gli strappava
il foglio dal tavolo prima che fosse terminato…!
Quanti sono gli architetti in stato di angoscia alla ricerca
di informazioni e modelli? Ma anche il pubblico medio,
attratto dalla significazione così espressiva dei
nuovi urli architettonici.
Allora, ecco le riviste di architettura, cariche di immagini
bellissime, di opere eccezionali , per forma, espressione,
struttura, uso dei materiali, invenzione dei criteri di spazialità,
cariche di eccezionalità di meccanica funzionale, campi di ricerca
della illuminazione artificiale come mai il “TEATRO” ha saputo
fare sulla scena.
Tutte le mattine in fila. Lotus, Casabella, Abitare, Area,
la stessa nuova Ottagono che stupisce nella miscellanea
tra oggetti di design e di architettura quasi confondendoli ecc.
La stessa I.C. (industria del cemento) è palcoscenico di strutture
e corpi architettonici ogni volta eccezionali.
In tutto questo manca qualcosa? Dove sta andando
la critica architettonica? Come si sta muovendo in una situazione di così
forte dissimilità? Forse sbanda. Tipica la posizione assunta da
Vittorio Magnago Lampugnani che nel suo ultimo testo Dizionario Skira
dell’architettura del ‘900 subisce un disorientamento
allarmante, confondendo la pubblicità dei mass media con la valenza
disciplinare dei momenti forti della storia moderna…
Così a fronte delle 26 righe dedicate a figure storiche magmatiche
come figini, ne dedica 66 a G. Grassi. A fronte di 8 righe per Pollini,
ne sciupa 70 per Botta e ne consume 59 per Gregotti e 48 per Krier.
Ma ancora a Libera dedica solo 56 righe contro più del triplo (177)
ad una figura come Aldo Rossi già in declino nella sostanza architettonica
vera!
Avvertiamo tutti la necessità che qualche studioso cominci ad “attraversare”
le presenze realizzative contemporanee per elaborare una teoria critica
che possa valere per tutte e cercare di costituire una piattaforma di
comune riconoscibilità entro la “grande ricerca”.
Parametro
non può costituire come cattedra di giudizio di questa situazione.
Non può pretenderlo perché non ne ha la struttura.
Ma si pone come punto di osservazione del fenomeno
architettonico, cercando di indagare nei fenomeni alla ricerca delle radici
da cuil’evento ha preso avvio.
Di seguirne le modalità di sviluppo, perché in esse molte
volte si trova la radice delle ragioni che hanno dato
il via all’espressione.
Ma anche di osservare la molteplicità degli eventi per
ampliare la rete conoscitiva che tenda a far tesoro di
momenti minori, utili a chi il fenomeno indaga per
ricavarne regole di comportamento privilegiando i casi “deboli”
qualche volta, rispetto a quelli “forti” che già hanno
sufficiente cassa di risonanza nei media.
Questo da subito.
Se il primo numero, del 1971 ha pubblicato (unico in Italia)
il grande piano per lo sviluppo di Bologna – nord – che poi
non ha potuto divenire strumento operativo della crescita
della città, per i forti contrasti sul modo di gestire gli spazi
sorti all’interno della sinistra che ha governato Bologna
per cinquant’anni, riguardando ora quel numero bellissimo e come
il piano sia stato reso in modo magistrale, pure la
pubblicazione aveva una ragione più profonda che la
illustrazione del Piano, quali l’analisi eccezionale sulle
ragioni del Piano stesso, dalla scelta – allora magistrale
condotta dall’arcivescovo Lercaro – alle regole di controllo
del traffico, ai principi di rapporto formale tra il bene
del Centro Storico e la nuova magia del previsto
grande intervento.
Questo ancora Parametro continua a fare.
E se la rivista, senza finanziamenti, ha potuto continuare
la sua vita attiva soprattutto tramite il coacervo
di abbonati fedeli, forse, è per questa sua “diversità”
nel voler indagare sui modi, sulle ragioni, sui luoghi
sconosciuti, sui nomi non noti, che l’hanno resa di “utilità
parallela”.
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