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MARIO BOTTA A ROVERETO

di Alberto Manfredini

Domenica 15 dicembre 2002 si è inaugurato a Rovereto
il nuovo Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento
e Rovereto, progettato da Mario Botta.
Dopo il Museo Pecci di Prato, opera di Italo Gamberini,
quello di Rovereto è il secondo museo italiano contenuto
in una struttura architettonica moderna.
Parrebbe in tal senso interessante paragonare le due strutture.
Ma la distanza temporale che le separa (quasi un ventennio),la loro collocazione così diversa nei rapporti
con la città d’appartenenza (periferica per la struttura toscana e centrale per quella trentina) e la diversità dei
sistemi costruttivi (edilizia quasi industriale per l’edificio di
Prato e edilizia quasi “svizzera” per la struttura di Rovereto)
impediscono un confronto approfondito tra le due strutture
museali “moderne” del nostro paese. Vale dunque la pena di
focalizzare l’attenzione sul MART di Rovereto che vuole essere più di un museo.
“Un laboratorio, un’officina, una casa dell’arte, un luogo
di opere e idee.
Uno di quei luoghi che proliferano nel nord Europa, dove
è bello andare anche solo a prendere un caffè,
a vedere un film, a passarci la domenica mattina,
a curiosare in emeroteca o nel bookshop.
Un pezzo di città vera: né ghetto per turisti, né cattedrale
per capolavori” così come lo definiscono i curatori.
Certamente siamo di fronte a una delle più belle opere di
Botta soprattutto per il fatto che tale edificio compie uno
scatto qualitativo dal punto di vista progettuale, nel senso
che non è solo un bell’oggetto architettonico ma è molto di più.
Ci troviamo infatti di fronte a una sorta di vero e proprio
sistema urbano in cui la funzione specialistica (il museo) pare l’intelligente pretesto per portare a compimento una ricca serie di percorsi pedonali che si “appoggiano” al settecentesco asse lineare di Corso Bettini.
Percorrendo Corso Bettini da uno dei suoi estremi, dopo
essere transitati nei pressi del convento, del museo e
dell’università, si scopre che tra due palazzi senatori,
Palazzo Alberti e Palazzo dell’Annona, un ampio e nuovo
percorso, ortogonale a Corso Bettini, “risucchia” (nel senso vero del termine) il flusso pedonale verso la nuova piazza di pianta circolare, che costituisce il cuore pubblico del Museo di Botta.
Edificio senza fronte e senza prospetti, caratterizzato proprio dal vuoto della piazza centrale, coperta parzialmente da una cupola trasparente, e dal colore paglierino della pietra di Vicenza che caratterizza le facciate “ventilate” del complesso in modo da omogeneizzare cromaticamente l’intervento con le preesistenze ambientali.
A proposito delle quali è bene sottolineare come l’intervento
di Rovereto sia impostato sul rispetto completo delle preesistenze che addirittura finiscono per porsi come parte integrante di questo nuovo sistema urbano che integra il nuovo all’antico in una unitarietà funzionale veramente particolare.
Giunti nella nuova piazza urbana, di pianta circolare, è possibile seguire un duplice ordine di percorsi.
Uno specializzato, rivolto alla visita del museo vero e proprio, che alla fine è quello che ci interessa meno dal punto di vista urbanistico, che si innesca con l’ingresso del visitatore all’interno della struttura museale.
L’altro, eminentemente pubblico e dalla forte valenza urbana, che partendo da Corso Bettini giunge sino alla piazza centrale e da qui si ripartisce in un percorso secondario ad anello, in quota rispetto alla piazza (una sorta di matroneo), che la percorre lungo tutto il suo perimetro interno e a questa ritorna; e in un percorso principale che circoscrive l’edificio all’esterno.
Per chi è in piazza, percorrere questo percorso in senso antiorario consente prima di penetrare sotto l’edificio, poi di
risalire sempre più in alto, tramite un sistema di scale quasi
“bramantesco” (da cortile del Belvedere), sino alle terrazze
esterne del museo, poi ancora più su risalendo la collina
parzialmente penetrata dal manufatto architettonico,
raggiungendo il suo apice in prossimità dei volumi tecnici
da dove si comincia a ridiscendere nuovamente verso la piazza centrale.
Non prima di aver preso visione di un grande prato artificiale,
perfettamente orizzontale, che costituisce la copertura verde delle autorimesse dedicate alla struttura museale.
Questo fitto intreccio, mai conflittuale, dei percorsi pubblici e dei percorsi specializzati fa riandare con la memoria a un’altra struttura museale: quella Galleria di Stato a Stoccarda di Stirling in cui il percorso pubblico che lambisce perifericamente la piazza circolare riesce ad attraversare la struttura museale senza entrare in conflitto con il percorso specializzato che ha il suo cuore specifico all’interno della piazza medesima.
Dei tre progetti “urbani” più cari a Botta (la Banca del Gottardo a Lugano, la sede dell’Unione Banche Svizzere a Basilea e il Museo di Rovereto), attraverso la lettura dei quali l’autore si propone di chiarire come l’interpretazione critica della città e del suo territorio riesca ad alimentare e a governare le scelte del progetto architettonico, certamente il più completo è proprio il MART di Rovereto
che, in questa sede, ci piace ricordare ulteriormente
con le parole dell’autore.
“La situazione del terreno è data lungo un viale che esce dal centro storico, un viale settecentesco con una serie di palazzi forti e significativi della storia di quel luogo, tra cui un vecchio convento con una corte circolare, il palazzo dell’università, un teatro e un’area con altri due edifici che si affacciano si corso Bettini.
Qui l’inserimento del complesso museale comprende l’integrazione dei due palazzi su corso Bettini e la realizzazione di un nuovo corpo edilizio nella parte retrostante.
Dei due edifici esistenti, quello chiamato palazzo del Grano
è già sede della biblioteca comunale e il programma prevede un suo ampliamento, mentre la Provincia è l’istituzione che
promuove la nuova costruzione del museo.
L’idea progettuale prevede la conservazione dei due palazzi dati come elementi costitutivi del fronte del viale settecentesco e l’utilizzo dello spazio fra i due come vicolo
di ingresso per il nuovo insediamento. Una piazza interna distribuisce i diversi settori: la biblioteca con l’ampliamento del palazzo esistente, l’amministrazione, una nuova sala anfiteatrale contigua a Palazzo Alberti e infine l’edificio del museo situato nella parte retrostante contro la collina.
In un certo senso si può dire che la progettazione,
in questo caso, è scaturita dal controllo degli spazi
più che dal disegno dei volumi edilizi, più dal vuoto che dai pieni, più dal negativo che dal positivo. In questo caso, nonostante la notevole entità del costruito, la lettura del contesto ha suggerito la progettazione di un tessuto edilizio retrostante rispetto al fronte principale dove l’immagine del nuovo è ridotta alla sola grande
piazza circolare della corte”.