ARCHITETTANDO
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L'Architettura, la città, la paura
5 riflessioni sullo spazio dell'ansia
di Diego Lama

1) L’ARCHITETTURA È SCUDO
Posso garantire l’indistruttibilità di un edificio con un
ampio margine di sicurezza dimensionando la sua struttura
e la sua organizzazione interna in modo adeguato.
Così facendo esso risulterà protetto da ogni evento
naturale (ma non siderale), da ogni evento artificiale
(un bombardamento, un aereo precipitante, un virus letale,
un attentato). Lo spazio costruito, la città, potenzialmente
è immortale, eterna. L’indistruttibilità (puramente teorica)
di un edificio, costruito con parametri antisismici,
rispettando le norme di sicurezza, con tecnologie
adeguate, con strutture proporzionate, è una delle
poche (nuove) certezze dell’uomo moderno. Essa viene
estesa per equivalenza alla città e a tutta l’architettura
che è percepita come uno scudo, una protezione: in caso
di terremoto, in caso di bombardamento o di attacco,
sono più sicuro dentro (nel bunker) che fuori.
Quando scopro però che l’indistruttibilità è solo
potenziale (dopo un incidente, un attentato, una
catastrofe) precipito in una nuova angoscia, profonda,
collettiva, perché l’evento mina una delle poche certezze
della modernità e lo scudo cade a pezzi. Alzo la testa
verso il soffitto, può crollare, ho paura.

2) L’ARCHITETTURA È VENTRE
All’indistruttibilità dell’edificio contro gli agenti esterni
corrisponde una sicurezza intrinseca: chiunque si trova
dentro un volume costruito è certo che lì nulla potrà
danneggiare la sua salute, perché lo spazio è stato
pensato (normato, controllato, collaudato) per essere
sicuro in ogni momento, in ogni punto, per chiunque,
per qualsiasi azione l’individuo stia svolgendo
(asciugando i capelli, salendo le scale, affacciandosi alla
finestra, sedendosi, leccando un gelato, osservando
un film). Se l’edificio prende fuoco esso è in grado di
spegnersi autonomamente, consentendo di scappare in
un tempo pianificato, in uno spazio pianificato, senza
rischiare di ferirsi urtando gli oggetti, le strutture, la folla.
La città, fatta di edifici protetti e protettivi, non è quindi
un semplice scudo, è un grembo che tutela il mio
benessere, la mia salute e la vita. La sicurezza nel volume
infonde sicurezza al corpo, allo spirito. Per contrasto ciò
che esterno (ciò che esterno alla città) è visto come
pericoloso, un luogo dove posso sporcarmi, infettarmi,
bagnarmi, prendere freddo, cadere, precipitare, essere
punto, morso, bersagliato dagli uccelli, scottato,
impolverato, investito, fulminato. Ho paura, ho fretta
di tornare dentro, al sicuro.

3) L’ARCHITETTURA È ANSIA
Però il ventre materno in cui mi rifugio è troppo premuroso,
apprensivo, assillante, esasperante, ossessivo. Vorrei
liberarmi delle sue attenzioni, ma non posso, ovunque
sento la sua soffocante presenza protettiva. Adesso
sono in un grande edificio: mi guardo attorno. Anche qui
scopro che esiste uno spazio vasto, ingombrante,
incredibile dove scorrono fiotti fisici di funzioni solo
potenziali, come i flussi calcolati nel caso delle emergenze
di esodo, o gli spazi di sicurezza misurati in condizioni
critiche ma improbabili. Scopro l’esistenza di porte che
si aprono in modo illogico, secondo il verso sbagliato,
verso l’esterno, o mi accorgo di quanto le dimensioni
dei varchi siano errate per poter raggiungere inutilmente
(burocraticamente) la larghezza predefinita dalle norme.
Osservo parapetti troppo alti, superflui, ridondanti, rampe
eccessivamente lunghe, pianerottoli in eccesso,
noiosamente ripetitivi, dimensioni non necessarie, altezze
non utili, elementi vacui e mille altre alterazioni dello
spazio reale, ovunque. Talmente rilevanti da condizionare
la geometria complessiva. L’intera città è deformata da un
insieme di elementi apparentemente sbagliati. Non ci sono
errori: allo spazio tradizionale è sovrapposto un altro
spazio, un fantasma, che con la sua presenza configura
scenari luttuosi, incendi, terremoti, incidenti, cadute,
scivolamenti, ruzzoloni, calpestamenti, panico, sangue
e morte. Il fantasma di tutte le tragedie possibili viene
stampato sulla configurazione dello spazio e della città,
la deforma. Sembra che sussurri: attento.
Sembra che inviti ad aver paura.

4) L’ARCHITETTURA È FORTEZZA
E ho paura, perciò la mia casa è strutturalmente
impenetrabile, è pensata per essere corazzata, è
arricchita da sistemi di sicurezza che la rendono
inaccessibile. L’accesso è consentito solo da alcuni
punti scelti, strategici, regolati, padroneggiati come
nei vecchi castelli, meglio. Sistemi di allarme perimetrici,
volumetrici, barriere, telecamere, porte blindate,
infissi di acciaio, vetri antiproiettile, cancelli, grate,
catene, pareti armate, soffitti e pavimenti rinforzati
rendono la mia casa una fortezza proibita, così quella
del mio vicino, l’intero condominio, il quartiere.
La città ha perso la murazione esterna, i fossati e le
sentinelle sui merli ma ha trascinata nel suo interno
le protezioni: moderni ponti levatoi separano le casa
fra loro, l’intera città è fatta di fortezze invalicabili e
protette. E nella mia casa non entrerà mai nessuno,
se non voglio. Entrerà solo chi desidero entri, entrerà
solo da dove voglio, se voglio, quando voglio.
Entro in casa e di notte mi chiudo dentro, chiudo a
chiave, chiudo gli infissi di metallo, i cancelli esterni,
attiva i monitor di controllo, i sistemi di allarme, mi
addormento tranquillo: non entrerà nessuno, il mio
recinto è invalicabile. L’intera città sospira rassicurata,
di notte, si sentono sbattere le inferriate, i lucchetti
e le catene: nessuno può entrare in nessun luogo,
né uscire. Il rumore dei cancelli mi mette paura.

5) L’ARCHITETTURA È REGISTRAZIONE
Ma se nella mia casa vi è il massimo della garanzia e
della privacy, per compensazione fuori è tutto diverso:
la città mi guarda, ovunque, anche dal cielo, dai satelliti.
Per questo entro in un ipermercato, perché all’interno
dello spazio sono osservato, controllato, registrato da
molte piccole telecamere nascoste, e mi piace. Ogni mio
movimento viene fissato in una memoria, così le azioni
degli altri, i suoni, quando me ne accorgo, se me ne
accorgo, non sono disturbato, mi cerco nel monitor,
mi indico, indico la mia compagna, mia figlia, mi giro
di profilo, cerca la curva del naso, controllo i capelli
sulla nuca.
Nella città le mie azioni, sommate a quelle degli altri,
vengono trasformate in flussi d’ingresso e d’uscita,
partecipano a statistiche del traffico, disegnano grafici
di movimento, contribuiranno alla soluzione d’indagini
della polizia. Lo spazio costruito, la città, diviene luogo
dove i gesti vengono custoditi, archiviati, il luogo della
memoria. Alcuni punti sono più controllati di altri, le aree
senza telecamere hanno forza diversa, le evito, voglio
essere intercettato, non ho nulla da nascondere.
La città mi registra: lo so, esco di casa per essere
osservato, entro nella banca per essere guardato,
mi giro e cerco i suoi occhi, li vedo. Mi muovo in modo
diverso, più attento ai miei gesti, li controllo perché
sono controllato, recito. Però, tutto ciò, presuppone
pericolo, mi agita, ho paura.