| |
|
|
Una casa a Buccheri
di Domenico Cogliandro
Progetto
di Luigi Pellegrino e Gianfranco Gianfriddo
Per arrivare
in alcuni luoghi bisogna andarci. Non ci
si arriva per caso, o perché si trovano sulla strada
più battuta. Ad un certo momento ci si troverà ad
un bivio, un incrocio, un ponte, un cavalcavia, un
sentiero davanti al quale l'azione che bisogna evitare
è "sbagliare". Ne va del luogo, o dell'idea di vicinanza
o di lontananza che di quel luogo, percettivamente,
ci siamo fatti. Bucchéri è uno di questi luoghi, oppure
è un centro urbano siciliano, collocato sull'ideale
retta che congiunge Siracusa ad Enna.
Non c'è
luogo senza un atto fondativo, senza
quell'atto il luogo è un posto. Dunque la fondazione
dà al posto un nome e un valore, lo erige a luogo
prima che sia altro da esso. Il luogo, nominato,
precede qualunque altro atto di fondazione.
E, in molti casi, prelude alla conquista del luogo,
che noi chiamiamo familiarmente "casa", o "sede",
o
ancora "giaciglio". In che maniera si erige la casa?
Guardandosi attorno, conquistando il luogo alla
misura, tracciando i confini, segnando al suolo
la dimensione della casa, dicendo "questa cosa
andrà qui, quell'altra andrà lì". Qui è
stata realizzata,
appunto, la casa di cui si sente il profumo in queste
poche fotografie.
Ci ricorda
Viollet-le-Duc che "la connaissance du
terrain est la première de toutes celles que
l'architecte doit posséder mais il ne suffit pas
de reconnaitre la nature du sol sur lequel on doit
établir une construction", bisogna adoperarsi ad
analizzare molti fattori che ci aiutino a dire che
quel luogo "nominato" riesce a mantenere il valore
che gli abbiamo dato, e molto più di questo con
l'opera
che andremo a collocare in e su esso. Per
cui "en toutes choses, on n'apprend à éviter le mal
qu'en l'analysant et cherchant ses causes, en
constatant ses effets; c¹est pourquoi, pour devenir
un bon constructeur, il ne suffit pas de se familiariser
avec les règles de la construction qui ne peuvent
prévoir tous les cas; il faut voir beaucoup, beaucoup
observer, constater les points défecteux dans les
batisses anciennes; de meme, les médecins n'arrivent-
ils à définir une bonne constitution physique qu'en
étudiant les maladies et leurs causes."
Ora, ad esempio,
era buon uso presso i greci di
sollevare su uno stilobate gli edifici, e su questo
tracciare direttamente, e meglio, la reale dimensione
dell'edificio che vi andava collocato. Venivano
tracciati i bordi, era lì che andava "fatto" il progetto.
Era impossibile, soprattutto concettualmente,
ammettere l'esistenza di una rappresentazione
dell'oggetto elisa dall'oggetto stesso: qualunque
cosa era un tutt'uno con le sue intrinseche proprietà
(peso, colore, forma, dimensione, etc).
Lo stilobate aveva la funzione di definire il distacco
dal suolo, e una sorta di tabula rasa sulla quale era
più consono tracciare l'erezione dell'edificio.
E' stato buon uso per secoli ergere le case su un
poggio, poggiandole. Per questioni di salubrità, di
distacco dagli effetti delle intemperie, per il buon
senso comune di decretare cosa è "mio" e cosa
è "di tutti".
E' questo
che nella piccola casa è stato eretto e
protetto. Lo stilobate detta le regole al confine,
sta lì prima delle altre cose (stanze, spazi, corridoi)
e ne consente la distensione. Io ho letto questo.
Bisogna dire, di là da narrazioni fatue, che una casa
è una casa, e che tutte le volte che il "bon constructeur"
ci ha lavorato è stato per definirla come tale: per evitare
disguidi concettuali. Accade poi che la casa, ma è normale,
non riesca a dire da sola, con le sole immagini, tutta la
passione che vi è stata destinata sopra; e nemmeno
a raccontare come passi l'aria nelle stanze; e come un
certo albeggiare tocchi il cuore; e come ancora i suoni
e i profumi, distinti, si propaghino lentamente e per vie
misteriose. Fa parte del teatro, sognato e dichiarato.
Fa parte del testo, scritto con parole che sono sassi,
e calce, e terre, e su queste legna e vetri.
Eppure, ha
scritto Roland Barthes, "il testo è un oggetto
feticcio e questo feticcio mi desidera. Il testo mi sceglie,
attraverso tutta una disposizione di schermi invisibili,
di cavilli selettivi: il vocabolario, i riferimenti, la leggibilità,
ecc.; e, perduto in mezzo al testo (non dietro, quasi un
dio da macchinario), c'è sempre l'altro, l'autore."
L'architettura, il testo, cancella l'autore per via del
suo essere altro da chi la abita, da chi la indossa;
ma, proprio per questo, ne dichiara l'insistente
presenza nella iterazione dei gesti provati e riprovati:
i passi, l'estensione delle braccia, scendere e salire
le scale, aprire e chiudere le porte, le finestre,
le botole. L'autore, come nella sonorità delle parole,
è riconoscibile nelle pendenze, negli spessori, nella
grana delle superfici, e ancora nelle posture, nel toccar
con mano, nell'aria tra la centina e l'arco. E io "nel
testo, in qualche modo, desidero l'autore: a questo
ripongo attenzione e questo cerco, per la mia crescita
e la mia identità.
|
|