ARCHITETTANDO
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GIOVANNI VACCARINI


Giovanni Vaccarini Architetto
di Luigi Prestinenza Puglisi

Sono portato a credere che gli architetti di un certo
interesse si possano dividere in due categorie:
gli innovatori e i manipolatori. I primi scoprono nuovi
territori e, per non avere inutili fardelli, scientemente
azzerano forme e etimi che li hanno preceduti.
I secondi limitano l’ esplorazione al territorio loro
consegnato dalle precedenti generazioni. Se questa
divisione ha un senso – ma tra poco cercherò di
metterla parzialmente in discussione- direi che
Giovanni Vaccarini rientra nella seconda categoria.

Da architetto italiano formatosi nel clima romano – basta
pensare al suo lungo rapporto di collaborazione con Aldo
Aymonino- sonda in ogni progetto e, direi sempre con
mano felice, il mondo delle forme che lo circondano o
che hanno influito nella propria formazione. Così non è
difficile nei suoi lavori trovare puntuali riferimenti, solo
per citarne alcuni, a Richard Meier, a Renzo Piano, a
Luigi Moretti, Giò Ponti, Luciano Baldessarri, Vincenzo
Monaco e Ugo Luccichenti.
Non vi è però in questo atteggiamento inclinazione
nostalgica né ansia storicista. Tutt’ altro. I suoi lavori,
penso per esempio a Racotek o al recente edificio a
giulianova, sondano la disponibilità dei linguaggi dati,
per metterli a nudo e, così facendo, riscontrarne la
validità. In altri casi, penso al lavoro presentato al
workshop di Castelmola, sviluppano le valenze
inespresse di intuizioni - di Le Corbusier ,di Hejduk…-
incrociandole e ibridandole con animo sperimentale.

Dicevo degli innovatori e dei manipolatori. La differenza
ha ovviamente un senso solo se intendiamo le due
categorie come tipi ideali, nel senso di Weber. Nessun
innovatore, se non appunto al limite, può azzerare
completamente il linguaggio che lo precede e,
viceversa, nessun manipolatore riesce a rimanere
all’interno dei confini che gli sono dati. Basti per
esempio pensare a un grande innovatore come
Koolhaas che sistematicamente ricorre al gioco delle
citazioni, a volte così evidenti da rasentare il plagio.
O a un manipolatore ossessivo come Meier che alla
fine ha costruito un proprio linguaggio, innovativo e
completamente altro, rispetto al gioco delle forme
puriste e neopuriste dal quale egli parte.
Torniamo a Vaccarini: se non esiterei a collocarlo
nella categoria dei manipolatori, non possiamo non
notare che il suo gioco di forme va oltre una
dimensione manierista. E che vi è nella sua produzione
una reale tensione inventiva. Il passato, recente
e meno recente, sul quale gioca con tanta abilità
non è altri che un trampolino per tendere verso
il futuro, cioè verso una architettura nuova aderente
alle sfide che i tempi ci propongono. Sarà nel modo
come gestirà questo trampolino –noi però gli suggeriamo
di lasciarlo perdere per spostarsi su una piattaforma
più pericolosa e più alta- che vedremo gli sviluppi di
un ancora giovane protagonista che oggi non esiterei
a definire come tra le più sicure promesse dell’attuale
panorama italiano.