| |
|
|
L’architettura
dei sanatori dei primi del
Novecento attraverso i romanzi sul
“mal sottile”
di Francesca
Oddo
Thomas
Mann, Salvatore Satta, Gesualdo
Bufalino e altri autori guidano il nostro
immaginario architettonico lungo un percorso
di lettura alternativo.
La
letteratura ha spesso costituito una possibile
prospettiva di lettura per indagare l’architettura
e i fenomeni urbani.
Leggere l’architettura attraverso la letteratura
presuppone curiosità e ne genera sempre di nuova.
È un percorso che tiene desta l’attenzione e
l’immaginario del lettore-architetto alla ricerca
di ambienti, di tracce urbane, di architetture.
In un romanzo non ci sono immagini a commento
di ciò che si legge, così l’architettura é
vissuta
attraverso le parole e i movimenti nello
spazio dei protagonisti.
Ne é esempio il Metello (1955) di Vasco Pratolini
che descrive, fra le righe di un affresco sociale
relativo al periodo delle lotte sindacali, la città
di Firenze in pieno fermento progettuale durante
il periodo dell’unità d’Italia. Ancora, Cristo
si è
fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi e L’uva
puttanella (1955) di Rocco Scotellaro dipingono
quadri sociali ambientati nel lacero e al tempo
stesso suggestivo tessuto urbano dei Sassi di Matera.
Dal narrato di questi, come di altri romanzi, emergono
non solo le storie, ma anche le quinte sceniche
rappresentate, di volta in volta, da segmenti urbani
ed episodi architettonici.
A tal proposito all’inizio del Novecento si può
ricondurre la fortuna di un filone letterario di romanzi
ambientati nei sanatori antitubercolari degli anni ’30,
quando la diffusione della malattia provocò l’emergenza
del fenomeno “architettura e terapia”.
Si tratta di una produzione letteraria che conferma
l’attenzione verso una tipologia architettonica
nuova che fa da sfondo al narrato.
Ne La Montagna Incantata (1924) di Thomas Mann,
nella Diceria dell’untore (scritto tra il 1950 e il 1970,
pubblicato nel 1981) di Gesualdo Bufalino, ne La veranda
(scritto tra il 1928 e il 1930, pubblicato nel 1981)
di Salvatore Satta, emergono dalle descrizioni dei
protagonisti i luoghi di cura nei quali si ritrovano a
vivere per mesi, anche per anni, nei casi peggiori
a morire.
Sono i sanatori antitubercolari e gli ambienti naturali,
parchi, boschi, foreste, ubicazione eletta per tali
strutture,la cui finalità era non a caso la cura
elioterapica.
Ne La Montagna Incantata di Thomas Mann si
è parlato del sanatorio come di “un microcosmo,
come di un vero e proprio panorama di tutte
le correnti di pensiero”.
E il pensiero, è il caso di ripeterlo, corre
immediatamente al professor Settembrini,
uno dei protagonisti del romanzo, e alle sue
prolisse e complesse dissertazioni sull’animo
umano, ambientate nei lussureggianti parchi che
circondavano il complesso sanitario.
Nel verde prorompente di questi paesaggi
sorgevano infatti le candide e geometriche
architetture dei sanatori:
cubi e parallelepipedi bianchi e vetrati orientati
al fine di catalizzare la luce del sole, allora
considerata immensa benefattrice per il malato
di tubercolosi.
Il sanatorio di Paimio di Alvar Aalto (1929),
il sanatorio Zonnestraal a Hilversum
di Johannes Duiker (1928), il sanatorio Purkersdorf
a Vienna di Joseph Hoffmann (1904-1908)
rappresentano in questo senso le icone
di una struttura sanitaria innovativa, in quanto
destinata alla cura di malati specifici.
La produzione letteraria di quel periodo è
emblematica dell’emergere di una nuova
pagina della storia dell’architettura.
Tristano (1903) di Mann, con la descrizione
di una casa di cura stile impero, prelude
al sanatorio descritto ne La Montagna Incantata.
Hans Castorp, il protagonista principale de
La Montagna Incantata osserva il sanatorio
Berghof a Davos presso il quale è in cura:
“mobili bianchi, pratici, la tappezzeria
pure bianca, resistente, lavabile, il pavimento
di linoleum pulito, le tende di lino semplici,
di gusto moderno”.
(Tratto da Mann T., La montagna Incantata,
Fischer Verlag, Berlino, 1924).
Bianco, pratico, moderno. Sono tutti aggettivi
che convincono l’immaginario del lettore circa
una tipologia sanitaria di concezione progettuale
moderna.
Si legge ancora la descrizione delle camere e
dei bagni, “rubinetti nichelati scintillavano
alla luce elettrica, gettò appena di sfuggita
un’occhiata al letto di metallo bianco con la
coperta pulita”, della sala da pranzo
“costruita in quello stile moderno”, dei balconi
per “la cura della sdraio…suddivisi ad ogni
camera da tramezzi di vetro opaco”.
Tutte conferme di una tipologia sanitaria attenta
nello stile al manifesto ideologico del Movimento
Moderno, ma via via sempre più flessibile
alle esigenze reali dell’uomo,
in questo contesto ancora più pressanti.
Il sanatorio di Paimio è in tal senso la sintesi
più riuscita di tale equilibrio stilistico.
In esso Alvar Aalto filtra i contenuti linguistici
del Movimento Moderno e
li piega alle esigenze dell’uomo debole.
Dalla fine dell’Ottocento la tisi diventa quindi
una “malattia letteraria”.
“Il mal sottile” popola le pagine di Mann, di Satta
e di Bufalino, ma anche di Dumas, di Boito,
di Gozzano, di Corazzini.
E le loro storie offrono al lettore-architetto
non solo un percorso alternativo sulle tracce
di precise tipologie architettoniche, ma anche
uno spaccato esigenziale attraverso la vita
dei malati nelle strutture sanitarie
di inizio secolo.
Bibliografia
Mann T., La montagna Incantata, Fischer
Verlag,
Berlino, 1924
Tonelli M. C., Alvar Aalto 1898-1948, in
"Parametro",
n. 62, Gruppo Editoriale Faenza Editore, 1977
Milelli G., Zonnestraal. Il
sanatorio di Hilversum,
Dedalo Libri, Bari, 1978
Satta S., La veranda, Adelphi,
Milano, 1981
Bufalino G., Diceria dell’untore,
Sellerio,
Palermo, 1981
Sekler E. F., Joseph Hoffmann 1870-1956,
Electa, Milano, 1991
|
|