ARCHITETTURA IN
L'architettura trovata e ritrovata
in mondi paralleli

 
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Interazione "REALE" o
alterazione "VIRTUALE"?


di Paolo Marzano

La vastità dei percorsi di ricerca e la produzione
d’innumerevoli visioni nuove per lo spazio
architettonico, contribuiscono a delineare
aggiornati modelli progettuali, soluzioni d’evidente
raffinatezza costruttiva e di una colta espressività.
Dallo spazio del "piccolo movimento" fisico fino
allo spazio dello spostamento "virtuale"
(infinitamente più vasto), l'architettura evidenzia
le sue qualità e i suoi enigmatici dialoghi, di cui
dobbiamo decifrarne la sintassi.
Un ponte tra queste due dimensioni, mostra
l'impossibilità di definirne i collegamenti o tentare
di recepirne i segni costitutivi; quella che si va
costituendo appare, infatti come un'architettura
inedita, un'architettura delle ‘prossimità in cerca
di senso’.
Una città nuova dai paesaggi dimensionali immateriali.
Questo ci pone tra due estremi direttamente
collegati alla nostra percezione come elemento
relazionante. Il nostro presente ci evidenzia delle
realtà che assumono valore fondamentale per
comprendere l’evoluzione dei mondi possibili
urbani e ancor più importante i nostri paesaggi
percettivi collegati indissolubilmente al mondo
reale, quindi architettonico. Ciò comporta una
doverosa presa di coscienza delle tecniche e
le metodologie di descrizione e di critica, affinando
gli strumenti e scandagliando quella che è l’intima
struttura della materia dell’architettura, la ‘relazione’.
Cominciamo con il primo scenario possibile.
Credo nell'ipotesi di una grande nuova forma
collettiva di relazione e con essa una nuova sensibilità
come valore ‘empatico’. Intelligenze interattive che
portano a frutto le loro esperienze modificando e
raggiungendo possibilità di partecipazione sociale
inimmaginabili. Rimanendo su questo concetto
di ‘nuova sensibilità’, arriviamo al punto centrale,
della prima ipotesi che questo scritto intende
porre come tematica di discussione e di riflessione
sul modo di intendere i particolari cambiamenti
nell'ambito sociale. Già sull'argomento. si sono
espressi oltre all'autore P.Lévy che arriva a
definire un contatto individuato come un'estrema
e diretta tendenza collettiva alla "comunicazione
angelica" anche recentemente ripresa poi da
Massimo Cacciari in Casabella n.705, nell'articolo
“Nomadi in prigione”. Siamo di fronte ad una
concezione nuova di territorialità e quindi d’ordine
delle relazioni urbane, intese come radicate fisicamente
in un luogo, ma che risultano affette da un virulento,
epidemico "nomadismo percettivo". Viviamo le
"prossimità" di quello che si va delineando come la
complessa genesi del nostro probabile ‘nuovo senso’.
Difficile da immaginare perchè formato da una magmatica
realtà, ma possibile da descrivere.
E' il regalo di una fusione con una tecnologia avanzata,
la perfetta simbiosi tra due realtà lontane che hanno
trovato una strada comune avviluppando le prestazioni
dell'ospite e offrendo le proprie, a garanzia di una
sopravvivenza più lunga.
Il secondo scenario possibile.
Riguarda la ‘pigrizia percettiva’ insita già nel
“nomadismo percettivo” sopra citato, derivato
da un ‘reale mediato’ e verosimile, che dell’assimilazione
per esperienza diretta o dalla conoscenza conseguente
alla contemplazione, si allontana entropicamente.
Allora vengono in mente alcune riflessioni che riguardano
a delle visioni maturate dalla storia letteraria e artistica,
ma anche da studi fatti sulle trasformazioni metropolitane
legate alle mutazioni dei luoghi collettivi nell’ambito
delle nuove tecnologie ed alla percezione
dell’architettura che ne consegue.
E’ possibile che una continua esposizione ai nuovi
messaggi di una comunicazione pervasiva a tutti i
livelli ci porti ad una possibile condizione di
sparizione - allontanamento, ossia a vivere una
situazione che, parafrasando Philip K. Dick, nel racconto
‘Vedere un altro orizzonte’, ci renda “sospesi”, in balia di
correnti concettuali instabili. Ma questo fa parte
dell’incompiutezza umana e dell’illusione di sostituirla con
‘estensioni’ futuristicamente meccaniche.
La velocità alla quale siamo es-posti (trasformazioni
culturali e tecnologiche ) può de-realizzare la nostra
dimensione al punto che un controllo dei mezzi di
comunicazione ha, mlto probabilmente, un potere
importante, ma anch'esso risulta instabile e
frammentario come la realtà effimera che crea per
definirsi. Allora possiamo definire la nostra epoca
(come dice Paul Virilio) della ‘persistenza retinica’,
aggingo io ‘a tempo’, dove analizzandola e cogliendone
il messaggio, già evidenzia i limiti.
A me sembra che l’accidente, inteso come istante
accellerato dell’esperienza, cerca di prevalere sul
tempo della contemplazione possibile, della meraviglia,
annientando la quarta dimensione dello spazio-tempo
(tanto declamato da B.Zevi). Infatti, se l’oggetto è
abbandonato per una sua immagine virtuale, allora
l’osservazione è mediata e contribuisce ad un
pericolosissimo ‘non lavoro’ o meglio ad una ‘pigrizia’
percettiva che è privata del contatto sensoriale.
Dall’osservazione di queste ipotesi sul reale, viene
fuori una domanda che cercherò di esporre in
maniera figurata.
Il tanto declamato ‘nomadismo’ inteso come fonte
di scambio di ricchezza e confronto di civiltà fra popoli,
non si risolverà forse in un ‘incontro indifferente’
tra individui dall’aspetto simile alle figure umane
dipinte da Munch; sagome esili, scure, dalla faccia
pallida o verdastra, con occhi a spillo inespressivi e
immobili. E il flusso di gente che scorreva oltre
la vetrina del caffè, nel racconto di Edgar Allan Poe
in “l’uomo della folla”, non aveva forse già in sé
l’embrione dell’’urto’ indifferente che nasconde al
proprio interno il limite o la stessa fine delle relazioni
sociali in una città. Gli shock descritti da Walter
Benjamin in “Baudelaire e Parigi”, possono allora
essere intesi come preludio all’indifferenza e ad
una sorta di pigrizia nell'appropriarsi della (città)
realtà, accontentandoci della sua ‘verosomiglianza’
ovvero ad un rifiuto della dimensione che si vive
proprio nelle nostre brulicanti città, tanto conformi
quanto, ora, manifestatamente “mute”?
Ecco i due estremi di ragionamento che ho voluto
trattare sottoforma di discussione con domande
che spero suscitino riflessioni e discussioni per la serie
d’impressioni che da questi temi possono nascere.