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Bernard Tschumi
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Architettura
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Alcune considerazioni su Import and Export
di Bernard Tschumi
di Michele Costanzo
“Import and Export”, è il titolo che Bernard Tschumi
dà
al suo intervento in occasione del ciclo di conferenze
che hanno avuto luogo a Parigi nei giorni 23-25 giugno
1999. Tali incontri internazionali sono stati organizzati
dalla Anyone Corporation, per sondare le condizioni
dell'architettura alla fine del millennio. Essi si sono svolti
nella sede della vecchia Cinémathèque, un luogo per
così dire 'mitico' (sotrattutto per chi, come Tschumi,
ama il cinema), un tempo frequentato da Godard e
Truffaut. Sulla base della loro tradizione annuale,
anche in quest'occasione l'avvio organizzativo ha
preso le mosse da una parola chiave composta (il cui
primo termine è sempre l'aggettivo 'any') che è
"Anymore": Anymore architecture? Anymore 20th
century?
Nella sua conferenza l'architetto svizzero-francese
sviluppa un tema centrale nel dibattito degli anni
Novanta, quello dell'eterogeneità, che rappresenta
un aspetto della nostra realtà presente, con cui
necessariamente ci dobbiamo confrontare.
Tale concetto di eterogeneità, che Tschumi
contrappone a quello di purezza omogenea, che ha
incarnato storicamente "l'immagine ultima", l'obiettivo
estremo verso cui tendere della mitologia modernista,
è frutto di un sistematico scambio di idee e di
esperienze tra America e Francia, che egli ironicamente
definisce import-export.
L'interminabile partita giocata tra le due rive opposte
dell'Atlantico, prende inizio negli anni Settanta.
Essa si orienta su due fondamentali direttrici: la prima,
ad indirizzo filosofico, si sviluppa in Francia grazie al
fondamentale contributo teorico di Jacques Derrida;
la seconda, a carattere critico-letterario, negli USA ad
opera degli Yale Critics (Paul de Man, Harold Bloom,
Geoffrey Hartman, J. Hills Miller). I due filoni si
svilupperanno a stretto contatto tra loro. I risultati
delle loro stimolanti sperimentazioni trasmetteranno
un'importante influenza in ambito architettonico,
come Tchumi fugacemente accenna nel corso della
sua esposizione.
L'import/export, com'egli sottolinea nell'incipit della sua
riflessione, è uno degli argomenti maggiormente trattati
nelle conferenze di Any, quello di cui si è discusso (e si
seguita a discutere) nella maniera più approfondita.
Si tratta, in definitiva, di ciò "che l'architettura importa
dalle altre discipline e [...] quello che da essa viene
esportato in altri settori del sapere". E' un continuo e
serrato scambio di idee ed esperienze che richiedono
azioni che implicano gli atti del mescolamento, della
compressione, dell'espansione, della conformazione,
della deformazione.
Il termine "import-export", peraltro, rappresenta
un'espressione denotativa della ricerca tschumiana.
Esso è impiegato in diverse occasioni, sempre per
esprimere l'idea dello scambio di esperienze, dell'incrocio
tra culture. Gli effetti della presa di coscienza di questa
'intersezione culturale' cominciano a delinearsi nei suoi
lavori a partire dalla metà degli anni Settanta, in
occasione del suo trasferimento da Londra (dove svolgeva
un corso presso l'Architectural Association diretta da
Alvin Boyarsky), a New York (dove insegna all'Institure
for Architecture and Urban Studies diretto da Peter
Eisenman e, contemporaneamente, inizia a frequentare
un ambiente artistico composto da giovani personalità
quali: Robert Longo, David Salle, Cindy Sherman).
E' in questa fase che egli intraprende la realizzazione
della serie degli Screenplays (che confluiranno, poi, in
The Manhattan Transcripts) nella cui concezione egli
assimila tutte le sue precedenti esperienze. «Le
chiamavo relazioni import-export tra progetti, teorie e
scritti. Gli scritti si conformavano ai progetti [...].
I progetti erano strumentali allo sviluppo delle idee»1.
Per legare in forma icastica la nozione di import-export
a quella di eterogeneità, innesto applicato ai corpi -un
concetto fondativo, come si è detto, del suo percorso
di ricerca- egli pone come esempio, singolare ma efficace,
una sua penosa, personale esperienza: un violento
incidente d'auto. "Mentre ero in ospedale riflettevo sul
concetto di importazione ed esportazione, sull'idea di
forze tra oggetti dinamici ed inanimati e tra Francia e
America".
Anche questa, per Tschumi, è una forma di disgiunzione,
trasgressione, contaminazione, da un campo ad un altro,
per poi essere riassorbita, recuperata, reintegrata. Esiste
allora, egli si chiede in conclusione, "un'architettura che
non possa essere 'recupéré', un'architettura che sia
sempre attraente e contemporaneamente inquietante?
Un'architettura che sia esaltata e, allo stesso tempo,
rifiutata? Potrebbe essere 'l'architettura dell'evento',
dove tutto ciò che succede in essa, e attraverso di essa
sia più importante di ciò che è comunicato. Scontri
di
auto o... Architettura ...".
La radiografia del braccio, con le relative integrazioni
metalliche, che l'architetto utilizza per illustrare l'articolo,
assomma in sé un duplice significato: da un lato mette
in evidenza la continuità del suo pensiero, a partire
dall'operazione degli Screeplays e, dall'altro chiarisce,
in forma icastica, il suo originale modo di intendere
l'architettura.
Nota
1. Geoffrey Broadbent, Interview with Bernard Tschumi, in:
Jorge Glusberg (a cura di), Deconstruction. A Student Guide,
London 1991, p. 66.
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