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Architettura
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Utopie Urbanistiche Cinemtagrafiche
di Francesco Defferrari
La storia delle utopie architettoniche in breve
Immaginare
è sempre stato il prerequisito necessario
al disegnare ed al costruire, quindi possiamo dare per
scontato che le utopie architettoniche siano antiche
quanto le prime costruzioni dell’uomo.
Le città mesopotamiche, egiziane ed indiane vennero
infatti costruite come modelli di città perfette, con
le grandi strade, le piramidi ed i canali che dovevano
essere dimore degli dei e degli uomini. L’utopia
propriamente detta tuttavia nasce con la cultura
greca, ed in particolare con la Repubblica di Platone,
che però non dà importanza all’aspetto architettonico
della sua comunità perfetta. Le cose cambiano con
l’umanesimo e il rinascimento, dove accanto a famose
opere utopiche come l’Utopia di Thomas More e
La Città del Sole di Tommaso Campanella, i pittori
dipingono città ed architetture ideali e molti architetti,
tra cui lo stesso Leonardo da Vinci, aspirano a creare
la città perfetta. I problemi delle città medioevali di
allora erano le strade anguste e sporche, la mancanza
di una buona canalizzazione per rimuovere i rifiuti,
le mura inadeguate alla difesa dalle nuove armi da fuoco.
Per questo le città perfette del rinascimento hanno
strade ampie per permettere l’agevole traffico dei carri,
grandi canali e pianta esagonale o pentagonale, utile
sia come modello di perfezione geometrica che come
necessità pratica per permettere ai cannoni di tirare
fin sotto le mura. Diverse città ideali vengono
effettivamente realizzate nel territorio italiano, e molte
mantengono tuttora la tipica pianta geometrica
rinascimentale. La successiva grande stagione
dell’utopia, che anche in questo caso manifesta un
interesse particolare per le problematiche urbanistiche,
è quella del socialismo utopico. Il problema in fondo è
del tutto simile a quello che preoccupava tanto gli
architetti rinascimentali, perché se tra il 1400 e il 1800
la città dei ricchi si è dotata di ampi palazzi ed ampi
viali,
i quartieri operai, spesso le zone più vecchie delle
maggiori città europee, restano luoghi affollati e malsani,
privi di sistemi fognari affidabili e sovrappopolate da
persone che vivono in condizioni tremende. I teorici che
si occupano del miglioramento della condizione operaia
quindi vorrebbero realizzare dimore popolari che
permettano anche ai poveri di vivere in una condizione
dignitosa ed igienicamente migliore. Alcuni lo fanno
veramente, e Robert Owen ne è certamente l’esempio
più famoso. La sua utopia, come quella di Fourier,
prevede piccole comunità operaie autosufficienti, nuovi
paesi a dimensione umana in contrapposizione alle
condizioni disumanizzanti dei quartieri operai cittadini.
Queste utopie però non hanno fortuna e nel corso del
900 le città europee diventano sempre meno città di
uomini e sempre più città di macchine, e di certo nulla
come l’automobile ha modificato e condizionato il tessuto
urbano moderno. Per sottrarre le classi più povere della
società ai vecchi quartieri cittadini sporchi e affollati
si pensa di costruire edifici modello nelle periferie, ma
è una soluzione che si rivela peggiore del male, perché
anche i più innovativi quartieri popolari diventano
immancabilmente luoghi alienanti e degradati, esempi
emblematici di un’utopia fallita fino ai giorni nostri.
All’opposto, la soluzione adottata soprattutto nel nord
Europa e negli Stati Uniti per migliorare le condizioni
abitative del proletariato e anche della piccola e media
borghesia, cioè la costruzione di enormi quartieri periferici
fatti di villette monofamiliari, si rivela altrettanto
fallimentare. Anche quest’utopia di case fatte in serie
non è un credibile esempio di ideale urbano, ma semmai
di alienazione e disintegrazione sociale. Tutti queste
utopie urbanistiche, nate dai sogni dell’utopia classica
come tentativi di curare le città da quello che era visto
come il loro male peggiore, l’affollamento obbligato,
hanno in pratica ottenuto il solo effetto di eliminare gli
aspetti positivi della vita in una comunità unita senza
ottenere in cambio alcun beneficio, visto che l’aumento
dello spazio a disposizione delle singole persone non
sembra aver migliorato la qualità della loro vita.
La città delle macchine e la città degli alberi
nell’immaginario cinematografico.
Sappiamo
che i sogni degli uomini sono molto più
complessi dei film, ma un film fantasy o di fantascienza
può essere lo specchio di come gli uomini sognano la
città ideale, o forse di come percepiscono la città in cui
vivono. Se provi ad immaginarti nella città di Blade Runner
(Ridley Scott, 1982) ti troverai a camminare per strade
buie ed affollate, dove il giorno sembra uguale alla notte.
La luce che ti colpisce dall’alto non è quella del sole o
della luna. Sono gli enormi schermi della pubblicità digitale,
dove i volti umani sembrano immagini di divinità che ti
deridono come un suddito insignificante. E’ una visione
apocalittica delle moderne metropoli orientali. Nella
sovraffollata New York futura del Quinto Elemento (Luc
Besson, 1997) non puoi nemmeno camminare nelle strade,
perché i livelli inferiori della città sono ricoperti da
un unico
mare di nebbia. Puoi attraversare questa città di macchine
solo con la tua macchina volante, passando dal cubicolo
del tuo mini appartamento al cubicolo del tuo ufficio.
Non hai modo di volare però, perché anche in cielo devi
seguire strade invisibili. Nella Washington futura di Minority
Report (Steven Spielberg, 2002) se sei fortunato puoi
avere una casa con giardino in periferia. In città ti muovi
dentro capsule senza finestre che viaggiano su torri di
rotaie. Lo spazio della città si attraversa e non si vive.
Si cammina solo davanti ai grandi palazzi, dove le immagini
azzurre degli schermi digitali ti seguono senza sosta e
i sensori leggono la tua retina di consumatore per sapere
cosa ami comprare e consigliarti il prossimo acquisto.
Blade Runner
Il quinto elemento

Minority Report
Nella città di Equilibrium (Kurt Wimmer, 2002) puoi
vivere
una perfetta utopia razionalista. Non hai diritto di possedere
libri o opere d’arte, che devono essere tutte bruciate.
L’arte può creare emozioni, e le emozioni conducono al
disordine sociale. In Codice 46 (Michael Winterbottom 2003),
puoi entrare nelle città perfette e sterili solo se hai un
lasciapassare. Altrimenti c’è il fuori abitato soltanto dai
poveri e dai clandestini, temuto da chi vive nelle città
ma colorato e vivo.
La fantascienza è spietata, perché ci mostra in uno
specchio limpido come gli uomini giudicano il futuro delle
moderne città votate al progresso: un ambiente che
pare non avere altro destino se non quello di diventare
sempre più alieno e disumano.
Equilibrium
La fantascienza ha sognato anche città utopiche, ma
credere che le moderne metropoli possano trasformarsi
in luoghi perfetti le sembra quasi impossibile. Se cammini
nella Los Angeles giardino di Demolition Man
(Marco Brambilla 1993) ti sembrerà un ambiente di pace
e tranquillità, ma potresti scoprire che si tratta soltanto
di un luogo di ricca ipocrisia, che ha eliminato le periferie
degradate nascondendo la povertà e la disperazione nel
sottosuolo. In AI-Intelligenza Artificiale (Stanley Kubrick
e Steven Spielberg 2001), dovresti attraversare in barca
la New York del futuro, perché è diventata una Venezia
fatata dove i grattacieli emergono dalle acque come isole
verticali. Così la natura si è rimpadronita del mondo, grazie
al catastrofico scioglimento dei ghiacci polari.
Le vere città utopiche del cinema non possiamo trovarle
nella fantascienza. Sembra che gli uomini moderni possano
sognare una città perfetta solo se la immaginano
completamente diversa dalle nostre città, come la capitale
del pianeta giardino Naboo negli ultimi film della saga fantasy
e fantascientifica di Guerre Stellari (La Minaccia Fantasma
e la Guerra dei Cloni, George Lucas 1999 e 2003).
Le strade di Naboo sono strade di alberi da cui sorgono
palazzi di pietra e cupole di bronzo, il contraltare perfetto
al centro della galassia, Coruscant, una città che ha divorato
l’intera superficie del pianeta, apparentemente luminosa e
tesa verso i cieli come un’utopia architettonica del novecento,
ma che in realtà nasconde un cuore di corruzione e malvagità.
Naboo

Naboo
Nella trilogia fantasy del Signore degli Anelli (La Compagnia
dell’Anello, Le Due Torri, Il Ritorno del Re, Peter Jackson
2001, 2002 e 2003) le città degli elfi, Granburrone (Rivendell
in inglese) e Lothlorien appaiono ideali luoghi fatati
completamente immerse nella natura che le circonda e le
ingloba. Camminando per le terrazze di Granburrone e sugli
alberi di Lothlorien incontri legno intagliato e statue di pietra,
ti trovi in una città che è al tempo stesso giardino e museo.
Le città degli uomini, come Minas Tirith o Edoras,
appartengono alle colline e alle rupi su cui sono costruite e
si confondono tra le montagne che le circondano, sono
racchiuse nelle loro mura e perfette come le città antiche e
medioevali. Sono una rappresentazione della nostalgia del
passato, delle città di strade di pietra e di uomini, dove le
macchine non avevano ancora conquistato e formato lo spazio.

Il Signore degli Anelli
La città ideale del cinema ci sembra relegata alla pura fantasia,
impossibile da realizzare nelle nostre città. Eppure la
decentralizzazione delle città moderne è in atto da tempo
in
tutto l’occidente, le persone vanno ad abitare nei paesi
circostanti alla ricerca di una dimensione più umana, e il
progresso dei trasporti e delle comunicazioni rende possibile
allontanarsi dal luogo di lavoro. Forse allora le distopie della
fantascienza non sono inevitabili, e in futuro sarà possibile
trovare un compromesso tra la città macchina che tutti
temono e la città giardino che tutti sognano.
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