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Robert Vnturi
& Denise Scott Brown.
Festschrift
 
 
 





FESTSCHRIFT













 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



Festschrift 80
Non sono stati in molti ad accorgersi degliottant’anni
di Robert Venturi.
Non è sorprendente: nonostante egli sia da quarant’anni
esatti, a partire dalla pubblicazione di Complexity and
Contradiction in Architecture, una stella fissa per la
formazione di qualunque architetto, la sua figura è rimasta
a lungo in una posizione defilata della cultura architettonica,
insieme a quella di Denise Scott Brown, con cui pubblicò
Learning from Las Vegas nel 1972.
Gli auguri di Vittorio Gregotti

Nel 1966 sono stati pubblicati contemporaneamente il libro
di Bob Venturi, Complexity and Contradiction in Architecture,
quello di Aldo Rossi, L'architettura della città, ed il mio
Territorio dell’architettura. L’abitudine di scrivere libri di
principi da parte di architetti operanti non era in quegli anni
molto diffusa: forse neanche nei nostri giorni.
Sono passati quarant’anni ed ognuno di noi ha cercato di
essere fedele, se non coerente, con le proprie dichiarazioni
programmatiche nonostante i venti sempre più impetuosi delle
mode: postmodernismo, decostruzionismo, minimalismo,
globalismo tecnologico, ecc., ecc.
A quarant’anni di distanza, al di sopra delle discussioni vivaci
che le diversità di quei libri avevano suscitato, il tempo trascorso
ha definito un’area che ci comprende e che forse noi stessi non
avevamo previsto. Essa è tracciabile, io credo, secondo un
triangolo di preoccupazioni comuni: la relazione con la storia e
la tradizione disciplinare più antica, la critica positiva all’eredità
del movimento moderno e delle sue radici, l’impegno nei confronti
del presente; senza confonderlo con un’idea della pratica artistica
dell’architettura come società di servizi ma anche lontana da
ogni ossessione del futuro come da quella dell’espressione
assolutamente soggettiva.
La storia è stata per ciascuno di noi secondo interpretazioni diverse
il terreno indispensabile su cui poggia l’agire del presente anche
se non ci dice nulla intorno alla direzione del cammino da
intraprendere se non che esiste un nucleo, un’essenza del fare
architettonico a partire dal quale si configurano i diversissimi e
variabili confini del nostro agire. Di questa storia l’ultimo strato è
costituito dalle esperienze, dalle passioni e dalle tensioni ideali
rappresentate dal movimento moderno in tutta la sua complessità:
il dialogo si istituisce a partire dalle nostre differenze come dal
nostro interesse interpretativo per esso.
È a partire dal linguaggio critico nei confronti della società come
nei confronti della rifondazione dei linguaggi dell’arte su cui esso
si fonda che si possono istruire distanze e differenze, comprese
quelle tra le storie di ciascun contesto sociale e dei loro interscambi.
Non credo così che le origini italiane di Robert Venturi siano
indifferenti al fondarsi delle sue scelte architettoniche, o ancor
meglio del suo modo di tentare di riposizionare l’architettura nella
scala dei valori del proprio contesto sociale, interpretandone anche
le più inconsce pulsioni, i vizi e le virtù che ne distinguono i caratteri.
Riscattare la cultura popolare americana, quella del consumo, della
pubblicità e di Las Vegas, attraverso l’amore per il manierismo italiano
della seconda metà del XVI secolo sembrava il programma diagonale
ed ambizioso dei suoi libri come della sua architettura già alla fine
degli anni sessanta, alla ricerca del nuovo caratteristicamente
popolare e di un nuovo ruolo della decorazione comunicativa; ma
sempre guardando in alto. Tutto ciò avveniva negli stessi anni della
espansione della “pop art”, mantenendo su tutto questo la nobiltà
di uno sguardo critico, la distanza che separa la fatale “Dogville” di
Lars von Trier dalla caricaturale coincidenza di “Celebration” tra
pionieri e consumatori privilegiati. È però proprio il trasporto e la
conoscenza profonda della cultura architettonica europea ed italiana
in particolare che fissa la sua necessaria non coincidenza con la
cultura “pop”, anzi fa di tale non coincidenza il marchio distaccato
e persino nobilmente ironico della sua architettura.
Devo subito correggermi: della loro architettura, perché il ruolo di
Denise Scott Brown non può essere considerato secondario né sul
piano della riflessione teorica, né su quello della pratica artistica,
che nel loro caso (sempre più raro oggi) coincidono senza forzature,
solo con grande attenzione alle cose. Aggiungere che la loro
architettura non ha nulla a che vedere con il postmodernismo degli
anni ottanta è una banalità; non solo perché fatti e principi sono
messi in opera venti anni prima ma perché semmai essi appartengono
ad una visione tanto aristocratica dell’architettura da essere capace
di proiettare come storici i segni linguistici del linguaggio popolare dei
nostri o meglio di quegli anni, di renderli capaci di confronto con gli stili
del passato.
Ancora una volta è il confronto con il terreno della storia, secondo
l’antica tradizione della nostra disciplina, a dominare l’essenza della
loro architettura, a collocarla di fronte allo stato di crisi della nostra
“epoca dell’incessante”.