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Editoriale

Duplice, doppio, due

di Cecilia Bione

Il numero si presenta, in maniera inconsueta,
di 128 pagine e, cosa ancor più singolare,
due sono gli argomenti affrontati.
Duplice argomento, doppia copertina,
doppio il senso di lettura. Due.
Non sfugge, d’altronde, come distanti siano
i temi pubblicati: l’opera recente di Hrvoje Nijric,
uno dei progettisti più singolari del momento,
e la descrizione di un territorio dai confini
non scritti, quei lembi di Sicilia e Calabria
affacciati sullo stretto di Messina.
Temi molto diversi e assolutamente non
correlati tra loro.

Una forzatura editoriale tanto evidente non è
casuale.

Innanzitutto, inutile negarlo: all’interno di una
struttura editoriale rigida, con obblighi
redazionali e tempistiche ferree che chiunque
faccia questo lavoro può facilmente immaginare,
pubblicare ‘due riviste in una’ rivela la volontà
di pubblicare alcune cose necessariamente
(farlo comunque anziché rischiare di non farlo),
e di volerle pubblicare con urgenza.
E d’improvviso l’organizzazione monografica
e la cadenza bimestrale della nostra testata
diventa una griglia dalle maglie troppo strette
dal doverle in qualche modo distorcere
e allargare. Difficile, a questo proposito,
cercare di descrivere le ragioni di scelte fatte
in maniera rapida, in tempi stretti, col ricorso a
sguardi complici piuttosto che a discussioni
chiarificatrici. Difficile raccontare l’atmosfera
di un ambiente di lavoro, le tante componenti
che sottendono qualsiasi decisione.

Ma l’anomalia del numero è stata anche
occasione per riflettere sul nostro lavoro.

“Parametro cambia”, così iniziava l’editoriale
del numero 232 quando, ormai due anni orsono,
Glauco Gresleri delineava quelle che sarebbero
state le nuove linee direttive della rivista.
Si sanciva il ritorno, seguendo la tradizione
delle origini della testata, a numeri di stampo
monografico, o meglio monotematico, tali da
poter divenire documenti utili e riconoscibili
nel tempo. C’era, negli intenti di allora, la
volontà di uscire dalla cronaca per potersi
soffermare, con più calma, su alcuni aspetti
specifici del nostro sapere.
E così è stato.
I dodici numeri usciti da quella data fino
ad oggi hanno affrontato temi eterogenei e
perlustrato terreni differenti, utilizzando
di volta in volta chiavi di lettura molto diverse.
Da numeri puramente monografici su autori
o su singole opere, ad excursus storiografici
su temi poco trattati, fino alla verifica delle
contaminazioni che intercorrono fra
l’architettura ed altre materie.
Nella convinzione che tutti tali ambiti
disciplinari non sono che frammenti di
quell’universo al quale dobbiamo attingere
per poter lavorare: diversi materiali
progettuali, strumenti utili per chi, di
mestiere, modifica il territorio.
Impossibile delimitare i campi d’indagine,
impossibile privilegiare problemi,
luoghi, teorie.
In un momento in cui Parametro
sta ulteriormente cambiando, consolidando
la propria struttura interna e il proprio
spazio nel panorama editoriale nazionale
(con l’ingresso di Matteo Agnoletto come
caporedattore, l’incremento della distribuzione,
l’allargamento dello staff redazionale,
la nascita del sito internet), la dicotomia
del numero assume allora significato ampio:
ribadire la necessità di un approccio al
progetto il più possibile plurimo,
eterogeneo, dis-ordinato, capace di
accogliere, capire e rielaborare la
moltitudine di fattori che intervengono
nella costruzione dell’ambiente.
Esplorare le dinamiche che sottendono
le diverse esperienze progettuali,
piuttosto che descrivere l’oggetto
architettonico in sé, privilegiando
il “come“ al “che cosa”, e farlo tramite
il confronto di linguaggi diversi ma tutti
propri e specifici del nostro mestiere.
Confidando che è forse l’unica strada, oggi,
per tentare di uscire da quello “smarrimento
mimetico” nel quale ci troviamo tutti,
più o meno, coinvolti.