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Mutazioni del paesaggio
 
 
 

 



Editoriale
Due modelli

di Franco Purini

L’architettura italiana ha iniziato il suo cammino
nel XXI secolo potendo finalmente contare su
una nuova struttura statale che dovrebbe
facilitarla nel raggiungere più agevolmente e in
misura più corrispondente alle intenzioni i propri
obbiettivi. Si tratta della DARC, la Direzione per
l’Architettura e le Arti Contemporanee affidata
a Pio Baldi, coadiuvato per l’architettura da
Margherita Guccione. L’attività della DARC,
impegnata nella complessa istruzione dei materiali
relativi alla “Legge per l’Architettura”, che
dovrebbe essere approvata dal Parlamento
tra poco, si esplica negli ambiti del nuovo,
della conservazione e del restauro del patrimonio
paesistico, urbano e architettonico, sia storico sia
moderno, nonché di quello archivistico,
rappresentante la memoria vivente della cultura
progettuale italiana. Il compito della DARC si
presenta particolarmente difficile dal momento
che le condizioni entro le quali si produce l’architettura
in Italia non sono certamente delle migliori,
presentando carenze endemiche sul piano dei
contenuti e della committenza, spesso incapace
di precisare adeguatamente la domanda, carenze
riguardanti anche le risorse, da distribuire peraltro
su un numero di architetti che non ha pari nel
mondo. Compito difficile, si è detto, ma non certo
impossibile, come dimostrano le tante iniziative già
avviate, che hanno riscosso una notevole attenzione
da parte degli addetti ai lavori e del più vasto
pubblico dell’architettura.

Se è chiaro il ruolo della DARC, consistente in sintesi
nel promuovere l’architettura e l’arte italiane nel
contesto divenuto ormai globale delle culture
artistiche e progettuali - un contesto costantemente
mutevole nel quale la competizione tra le diverse
scuole nazionali cresce secondo progressioni
geometriche invece che diminuire nell’omologazione
delle singole differenze, come sembrerebbe più
naturale - non è altrettanto semplice capire come tale
ruolo debba essere esercitato. I modelli possibili
sono due, il primo indiretto, il secondo diretto.
L’uno dovrebbe consistere nell’assicurare le premesse
legislative, normative e operative di uno sviluppo
dell’architettura italiana confrontabile con il quadro
globale prima ricordato, agendo per così dire più sulle
condizioni generali che rendono possibile l’esercizio del
progetto che sui temi e sugli strumenti disciplinari,
lasciati all’imprevedibilità del dibattito; l’altro, il modello
diretto, vedrebbe la DARC intervenire in modo più
deciso nel merito della stessa impostazione degli
interventi progettuali, di cui controllerebbe tramite
opportune modalità la conduzione e i risultati,
selezionando nello stesso tempo, assieme alle altre
entità preposte, gli architetti da coinvolgere.
In entrambi i casi lo scopo principale della DARC
dovrebbe essere quello di favorire l’innovazione
– l’innovazione, anche nella prassi conservativa,
è ciò di cui veramente l’architettura italiana ha
bisogno - utilizzando peraltro in modo sistematico
i media, nonostante le alterazioni della realtà che
essi determinano, per far conoscere meglio e più
diffusamente le proprie strategie.

Formulando alla DARC il proprio augurio per
un’azione sempre più incisiva, chi scrive preferisce
senz’altro il primo modello, perché i rischi di una
centralizzazione tematica e operativa dell’architettura
italiana, a danno della sua attuale molteplicità di
orientamenti e di interessi, sono consistenti, tanto più
in un momento come l’attuale. Un momento
contraddittorio che richiede per un verso un forte
segno di discontinuità rispetto al passato – la stessa
istituzione della DARC lo è - per l’altro un’indicazione
altrettanto energica di continuità. Continuità di
una storia senza la quale non è possibile alcun futuro.