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Editoriale
BOLOGNA: GRANDI ATTESE, GRANDI PROGETTI,
GRANDI SCONFITTE
di
Glauco Gresleri
Parametro
228 di quattro anni or sono,
con la copertina mutuata dal logo lecorbusieriano
per Algeri (qui ribattezzato “Poésie sur Bologne”),
rivolgendosi ai lettori richiamava l’attenzione
dell’amministrazione cittadina sui problemi di
“una Bologna incompiuta” annotando una lunga
serie di situazioni allora ancora aperte ed ora,
in parte, non più.
Una carta di Bologna e del suo intorno disegnata
magistralmente al tratto posizionata sulla pagina
n° 30, risulta di una pregnanza sconvolgente.
La lettura di tale grafico permette alcuni
ragionamenti sia sulle occasioni che il capoluogo
ha perso negli ultimi cent’anni, riguardo una
possibile organizzazione urbana a forte espressività
formale, ma concede anche il caso di esprimere
principi di comportamento nella organizzazione
in itinere della città che Parametro qui vuole
riprendere e riannodare.
Prima osservazione: la carta nel far risaltare la
cintura fortificata Fanti, sembra fornire una idea
di espansione naturale che si equilibra
dimensionalmente con il glomere del fronte collinare
a sud, formando un sistema formale unitario e
reciprocamente bilanciato.
La rappresentazione cartografica del sistema
difensivo del 1859, con la creazione di una cintura
extramoenia in rilevato murario e in terra, dà idea
di quella che avrebbe potuto essere una
“invenzione urbanistico paesaggistica” nella
definizione di assetto del territorio per un potenziale
supporto al Piano ’89, (ma ancora a quello del 1958)
se fosse stato utilizzato come strumento di
evidenziazione plastica antropica della nuova
espansione. Cosa come noto totalmente ignorata.
Allora, gli amanti delle cose perdute, debbono
modificare ed ampliare il tiro: non solo piangere e
strapparsi i capelli per l’abbattimento delle mura
(ricordiamo tra l’altro che la spinta all’operazione
venne dal cespite di vendita dei terreni… come
s’usa ora fare con l’urbanistica consensuale e con
gli accordi di programma!), ma aggiungere al
rimpianto per la perdita di valori storici espressivi
del territorio, anche la distruzione silenziosa
(Die stille Zoersterung dei tedeschi) della cinta
paesaggistica Fanti, di cui nessuno si rammenta.
Seconda osservazione: guardando la carta, viene
da immaginare la prosecuzione dell’andamento
circolare della cinta sull’ambito collinare (segnata
anche se più sporadicamente dalle casamatte e
dalle polveriere), “scoprendo” la vocazione della
città di Bologna a considerare la precollina
(Barbiano, San Michele, Villa Aldini, Casaglia) come
la parte verde della città, in una visione organica
che vede finalmente città e sua propaggine
collinare formare un sistema territoriale/paesaggistico
unico.
Principio sul quale torneremo.
Terza osservazione: i fiumi Reno e Savena, tra loro
paralleli, prolungati nella pianura sino ad oltrepassare
dall’esterno la cintura Fanti, costituiscono due
bretelle che accentuano la potenziale integrabilità
tra
la città e la sua collina (e tra la collina e la sua
città!). L’osservazione che si pone è che le valli
dei
due corsi d’acqua sono strutture di traffico in
tendenza d’incremento e, letta in questa figurazione
grafica, balza agli occhi come qualsiasi idea di
“mettere” in contatto tali flussi di traffico, non
possa essere quella di traslare tutto in pianura al di
là di traverse già devastanti (circonvallazione,
tangenziale, asse di pianura), ma di operare “subito”
nel punto di minor distanza, con una via che
semplicemente ed economicamente fori l’adipe
collinare sotto monte Paterno, e faccia confluire
a livello i due canali di traffico.
Fare cioè quello che in Svizzera è diventato criterio
fondamentale nella tutela del paesaggio che, specie
in prossimità delle città, nega le autovie a vista in
quanto elementi antropici distruttivi per condurle in
gallerie che, nel caso elvetico, sono perfettamente
asciutte, lisce, spaziose, ben verniciate in
poliuretanico e illuminate a giorno! Il perché le nostre
amministrazioni locali siano contrarie alla logica
di questa soluzione pare derivare dalla paternità
politica che per prima ha dato questa indicazione
di buon senso: forse ora i tempi potrebbero essere
maturi per “crescere” tecnicamente e operare
secondo minor consumo e minor degrado del
territorio di pianura.
Quarta osservazione: l’area sub-collinare non è un
“sistema” a sè, ma fa parte di una struttura
omogenea e continua, organicamente connaturata
con la città.
Il famoso Piano della Collina e la salvaguardia posta
su tale area in senso inedificandi, ha servito
egregiamente a salvare il territorio dall’urbanizzazione,
ma a tali piani avrebbe dovuto far seguito un
programma per la integrazione funzionale e
strutturale tra la città e questa sua area verde,
ora drammaticamente estranee l’una all’altra.
La collina può essere solo “parco della città”
e
la città essere “servizio alla collina”. Questo
hanno capito gli amministratori comunali di due
generazioni passate, entro una visione culturale
civica, quando hanno dato inizio al principio di
integrazione cominciando dal lato est con la
creazione dei Giardini Margherita. E che magia
il termine così domestico di “giardino” a rendere
veramente la sua sostanza di prolungamento
dell’abitare urbano! Impianto non caduto dal cielo,
ma perseguito e realizzato per il bene futuro della
città e che ora noi godiamo grazie agli uomini di
quel governo! Unico polmone vero, raggiungibile
anche dalle madri con carrozzina, dagli anziani, dai
portatori di handicap, esso si manifesta come area
di respiro per la città e punto di raccordo con la
collina, mettendo per contrasto in crisi i cosiddetti
parchi collocati sulle creste delle alture fuori dalla
reale portata di utilizzo per la gente.
Agli effetti dell’interazione città-collina vi è un
punto nevralgico nell’insieme dei “segni” leggibili
sulla
carta, ed è il colle di s. Giovanni in Monte col
convento omonimo. Traguardato con il punto
dominante di Porta Galliera, l’asse passa per il
castro romano a segnare la destinazione di continuità
tra il centro e questo punto magico nella
topografia pianoaltimetrica di Bologna.
La pianta segna, in corrispondenza
dell’attraversamento di questo asse con la
fascia della circonvallazione sud, un’ampia
dimensione piana, un punto ove, come nell’area
dei Giardini Margherita, la città sembra poter
avanzare per predisporsi ad una conquista
verde della collina.
Il miracolo si era compiuto. L’ampia fascia di base
alla collina, compresa tra Porta Castiglione e
Porta San Mamolo, grazie alla presenza di strutture
amministrative statali o super comunali, sino ad ora
è rimasta indenne dalla penosa fase di lottizzazione
(che già ha compromesso la fascia più ad ovest
tra San Mamolo e Saragozza) come a voler
consentire che fosse la nostra generazione a
compiere il proprio destino con la mossa
intelligente del prolungamento della fascia verde
dei Giardini Margherita sino a Porta San Mamolo,
per la conquista verde a reale integrazione tra
la città e la sua collina.
Conquista verde appunto. Pensando cioè che il
connettivo ancora libero (dopo la prevista cessione
delle strutture militari Staveco e delle officine di
servizio Rizzoli), posto a cerniera tra la città costruita
entro i viali di circonvallazione e le aree naturalmente
disponibili a parco della collina, potesse divenire
struttura di attraversamento e di risalita monumentale
al piazzale di San Michele.
Certo, Firenze ha avuto l’architetto Poggi che ha
inventato il modo con cui la città ha potuto utilizzare
in senso ludico e monumentale S. Miniato e il
Belvedere; e noi un Poggi non l’abbiamo. E non
abbiamo più neppure il capo giardiniere Conte
Eugenio di Sanbuy che, dopo il Valentino, venne a
Bologna a regalarci i giardini tra Porta Santo Stefano
e Porta Castiglione. Ma una lunga serie di nomi
illustri abbiamo pure avuto anche noi, in tempi
passati, anche non troppo lontani, che hanno
ipotizzato soluzioni con cui la città potesse aggredire
e far propria l’area sino al monte dedicato a San
Giovanni!
Muggia, Vaccaro, Bottoni, Pucci, Bega, in varie
ipotesi hanno affrontato il problema della conquista
verde della fascia di integrazione tra i viali e il
belvedere di San Giovanni in Monte (anche con
soluzioni diversificate: tram a cavalli, cremagliera)
per una connessione funzionale entro la magia di un
connettivo verde strutturato in modo monumentale
perché divenisse elemento di caratterizzazione
paesaggistica dell’intera città!
Che Tempi, che Uomini, che Idee, che Momenti
eroici del pensiero ha pur vissuto la nostra città!
Ma i tempi cambiano e gli uomini hanno un’altra
dimensione mentale. Il miracolo della proprietà
demaniale non è servito per la conservazione
di un bene che potesse divenire occasione di
qualità urbana, ma per permettere all’amministrazione
comunale di seguire il criterio già messo in atto
con la vendita delle fortificazioni Fanti e delle Mura
urbane ai privati, per un introito finanziario.
Mentre andiamo in macchina, le ruspe stanno già
devastando il verde sotto via Codivilla per far
posto ad un falansterio a tipologia carceraria
antimoderna, mentre per la stessa area ex
Staveco il Sovrintendente ai Monumenti, si è
preoccupato di conservare una inutile finta
facciata senza spessore edilizio che fa “barriera”
sui viali e che contraddice in negativo il criterio
dell’integrazione città/collina, ma è rimasto
indifferente alla vocazione di prolungamento verso
ovest della fascia verde dei Giardini Margherita,
accettando la proposta antiurbana della
“cementificazione” (mi si conceda qui il termine
così stereotipato), delle aree interne sino al piede
del Colle di S. Giovanni.
Se Bologna attendeva da tempo di sapere quale
generazione avrebbe deciso il sacrificio di questo
nodo così importante per la sua vita civica e per
la espressione plastica del suo skyline, ora essa
sa che quella generazione predestinata al delitto
di lesa urbanità, è la nostra.
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