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Editoriale
L’architettura italiana e il sol levante
di
Glauco Gresleri
Sul
finire dell'anno 1967 l'architetto Kenzo Tange era
a Bologna con la sua équipe giapponese per attivare
l'incarico promosso dal cardinale Lercaro e confermato
dal sindaco Guido Fanti circa il grande progetto
urbanistico con valenza architettonica "Quote di
sviluppo urbano lungo la direttrice nord". D'accordo
con Giorgio Trebbi, nell'ambito della collaborazione che
all'intera fase operativa svolgeva il Centro di studio e
informazione per l'architettura sacra in Bologna, chi
scrive si interessò presso la direzione del Teatro
Comunale per la riservazione di tre biglietti d'onore
nelle poltrone centrali di prima fila, per l'architetto
Tange e i suoi collaboratori Watanabe e Takebe, per
una serata nell'ambito della Stagione Sinfonica
bolognese.
Preceduto
dal consueto rigoroso silenzio d'apertura,
il concerto ebbe inizio. Di lì a poco avvenne il fatto
singolare di cui si fornisce memoria.
Ad esecuzione
in corso, e senza neppure attendere
una pausa di passaggio, i tre personaggi giapponesi,
nella loro bassa statura, rigorosamente eleganti in
nero, come un solo uomo, si alzarono compunti e
assolutamente silenziosi e, percorrendo la sala verso
il fondo, guadagnarono l'uscita.
All'imbarazzante meraviglia per tale comportamento,
quando Trebbi ed io, il giorno dopo, domandammo
spiegazioni, Watanabe ci rispose che… "loro avevano
già capito!". Precisò che, più che lo svolgimento
dell'intero spettacolo, a loro interessava capire lo
spirito della situazione, il carattere, la "regola" che
sovrintendeva l'insieme, arrivare cioè a possedere
l'idea dello spettacolo sinfonico, per un confronto
con la loro idea del teatro Kabuki.
Questo aneddoto suggerisce qualche considerazione
sull'importante episodio della presenza italiana in Tokio,
nell'anno trascorso, con la mostra Dal Futurismo al
futuro possibile nell'architettura italiana contemporanea,
organizzata dalla Fondazione "Italia in Giappone 2001"
di cui al bellissimo catalogo SKIRA, recensito nelle
pagine di questo stesso numero della rivista.
L'apparato, organizzato dal Consiglio Nazionale degli
Architetti e connotato di una ricca dotazione di
contenuti di pensiero da parte di noti esponenti del
dibattito architettonico di casa nostra, ha fornito un
ampio quadro dell'operare italiano in architettura,
misurato nel tempo del secolo trascorso, ed aperto
ad una proiezione verso un "futuro possibile", come
recita il titolo stesso.
E' stato cioè confezionato un cofanetto tutto italico,
colmo di beni preziosi, e "consegnato" al destinatario
per suo uso e consumo. A chi scrive, pare che con
tale impostazione di sola informazione al "mondo"
giapponese, si sia persa l'occasione dell'incontro per
affrontare in sede scientifica una indagine sulla
differenza fondamentale con cui le due civiltà
intendono il rapporto con la cultura architettonica.
Lo "spazio" giapponese non è lo "spazio" italiano;
intendendo con il termine spazio il modo stesso di
concepire intellettualmente la misura del mondo che
ci circonda. Noi abitiamo uno spazio fisico concreto,
fatto di materiali, di valori plastici, di colori. Loro
abitano uno spazio astratto, fatto di misura, di mistero,
di idealità. La storia dei templi di ISE è significativa.
Il dogma della perfezione - per loro improrogabilmente
imperativo categorico che regola ogni situazione del
fare e del comportamento - impone la continua
decostruzione e ricostruzione di ogni elemento che
costituisce il monumento, cosicché esso è continuamente
"nuovo", uguale nella forma ma "diverso" negli elementi
di materia, perché lo spirito Zen privilegia la perfezione
e non il reperto storico. Misura mentale, per cominciare
ad avvicinarsi alla comprensione di questo fenomeno,
che a noi appare così difficile, è il segreto di considerare
che, per loro, il "tempio" vero non è quello che è
davanti
a noi, che vediamo con i nostri occhi e che sfioriamo
con le dita che scorrono - dalla laccatura rossa, a quella
nera, al legno nudo cerato - perché questo non è che il
"modello". Il tempio ISE è l'idea cui il modello permette
di
accedere, è il mistero astratto di cui la costruzione fisica
è simulacro e simbolo. Allora è chiaro come il modello
non possa permettersi nessuna imperfezione, che
inquinerebbe la referenza al sublime dell'idea, e quindi
deve puntare ad una perfezione assoluta - costruttiva
ma anche nello stato di conservazione - perché solo
così può promuovere all'immagine astratta. L'architettura
tradizionale giapponese è questa. E se vi è stata una
fase scultorea e monumentale con Tange, l'attenzione
intimista di Ando ripropone, coi pochi segni del suo
costruito, il senso del "ridurre", in interni minimali, spazi
misurati e compatti, con luce e vista orientati verso
elementi naturali, ad immettere nella mente dell'abitante
il segno di un rapporto cosmico che illumini l'intelletto
interiore. Questo forse avrebbe potuto essere il vero
terreno di confronto sui due modi di accedere
all'architettura, ponendo un campo aperto per un
"incontro ravvicinato” tra le due culture ove, prima di
"scambiare" opere costruite, si potesse raffrontare
criteri di analisi antropologiche, spirituali, psicologiche,
crittografiche, semiotiche, per capire e confrontare
differenze e sinergie. I trentasei saggi di nomi noti in
architettura, con cui il catalogo si presenta ai
giapponesi, tramite una traduzione in lingua inglese che
certo fornisce una traslazione letteraria ma non può
arrivare ad una resa concettuale legata alla diversa
interpretazione che la cultura giapponese dà al
significato ed alle regole dello spazio fisico costruito,
se rappresenta certo un documento statico ben utile
per la storia e adatto ad essere conservato nelle loro
biblioteche, lascia scoperto l'approccio al "mistero"
architettonico.
Altro sarebbe stato il confronto disciplinare nell'ambito
della interiorità spirituale ove il lavoro attorno al
principio dell'idea architettonica avrebbe aperto
relazione diretta con la magia del creato e della
creazione, e avrebbe potuto portare ad una
rigenerazione battesimale di una cultura verso l'altra,
reciprocamente
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