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Teatro senza architettura
 
 
 








 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



Editoriale
IL PROGETTO E’ MORTO. VIVA IL PROGETTO

di Glauco Gresleri

Tra novembre e dicembre del passato anno ho
partecipato come membro di giuria alla valutazione
dei progetti presentati in due concorsi d’ambito
architettonico. Il Concorso europeo di idee per la
riqualificazione di viale Ceccarini e delle zone limitrofe,
indetto dal Comune di Riccione, e il Premio Biagio
Rossetti 2003, organizzato annualmente da MUSARC
di Casa Rossetti in Ferrara, per la migliore laurea in
architettura tra quelle inviate dalle varie Facoltà di
Architettura italiane.
Senza entrare nel merito della qualità media e del
valore dei lavori che comunque si sono estrapolati
per i dovuti premi, mi sembra doveroso denunciare
la pressoché totale scomparsa dei processi
progettuali che, partendo da principi di creatività,
costruiscono i rapporti e le regole con cui l’architettura
deve potersi definire, esprimere e, tramite l’eventuale
costruzione, farsi concreta.
La quasi totalità delle proposte risultavano infarcite
da sequele inarrestabili di rendering che tutto
rappresentavano meno che il progetto.
Prospettive fantasiose, interni da navi spaziali,
visioni notturne lasveghiane sconvolgenti e laceranti,
apparati da stand per corner di supermercati, pensiline
e coperture sospese nell’aria senza conforto
strutturale; la paccottiglia più insulsa, bolsa e stupida
che si possa immaginare. E il tutto, naturalmente,
senza riferimento logico e diretto - senza l’ausilio di
una voce che potesse suggerire il segreto di una
possibile connessione - con qualche schema
propositivo di organizzazione funzionale o di ordine
- mi sia concessa la pretesa - spaziale.
Solo immagini, donne soprattutto, con gambe lunghe
in linea di massima, colori sfolgoranti e, come detto,
soprattutto la notte! La notte facilita; si vedono
solo i bagliori di luce e ogni cosa sfuma nell’oblio
dell’ombra e non obbliga a rendere riconoscibile
qualche elemento: un pilastro ad esempio, o l’appoggio
di una scala, o come uno spazio sia fermato da
elementi rigidi o aperto verso vuoti controllati!
Questo modo di “darla a bere” in architettura è
purtroppo dilagante. Se lo fanno i cosidetti i “grandi”
– autostimati come tali, ma anche osannati come tali –
figurarsi gli architetti medi o quelli ancora più modesti!
Il progetto non serve più. Per stupire, andare sui
giornali, far parlare le riviste, essere citati dai
rotocalchi, occorrono immagini, rigorosamente a
colori; il resto, se capiterà veramente che si arrivasse
alla realizzazione, sarà compito dell’impresa o, peggio,
di qualche studio organizzato con dipl.ing. tedeschi o
svizzeri che, dall’ameba dei rendering, sappia tirar
fuori un progetto architettonico vero. E questo non
è fantascienza. Gli studi che vanno per la maggiore,
in Italia, ma anche nel vicino canton Ticino, non
hanno uno staff proprio di elaborazione progettuale,
ma “appaltano” l’esecuzione del dopo-schizzo d’insieme
ad uno qualsiasi di tali studi, fortemente organizzati
per la resa definitiva del progetto.
Ora, quello che ha scandalizzato chi scrive, non è stato
il caso di Riccione dove i concorrenti, volendo far colpo
sulla giuria, hanno agito secondo la propria prassi
operativa, ma le “lauree in architettura” che sono
state presentate a Ferrara. Perché vuol dire che le
Facoltà di Architettura italiane sono a quel livello!
Non a progettare insegnano, ma a rendere la qualità
dei rendering di fantasia, dove non si tratta neppure
più di design, ma di vera e propria allucinazione
ipnotica. Abbiamo già pianto e ci siamo strappati i
capelli altre volte sulla mancata disciplinarità della
scuola italiana che non è in grado di preparare
operatori tecnici capaci di controllare il progetto e
l’esecuzione nei suoi parametri costruttivi, ma ora
la caduta è più profonda. Passata la fase alienante
del post-moderno che ha allontanato una intera
classe professionale dal progetto buttandola allo
sbaraglio sul balbettio da operetta della sagoma
esterna, ora la scuola “insegna a falsificare”, a
“rendere” prima di avere, a mostrare prima di
possedere, al curare immagini senza insegnare la
dottrina professionale per giungere al controllo della
materia architettonica. Non una pianta relazionata
ad un prospetto. Non una sezione che permetta
di leggere gli spazi. Non uno schema che indichi
come sia pensata la struttura!.
Le facoltà italiane hanno letto il Disegno di legge
quadro sulla qualità architettonica, che al punto 2
dell’art.1 recita “Per qualità architettonica e urbanistica
si intende l’esito di un coerente sviluppo progettuale
che recepisca le esigenze di carattere funzionale,
sociale e formale…”? Come intendono relazionare
tali principi al proprio mestiere di doverli insegnare?
Perché, se chi guida il cieco ha gli occhi bendati,
sarà facile che, come nella parabola, tutti e due
cadono nella fossa!
Un piccolo conforto in tanta disperazione. La scuola
di Palermo guidata da Pasquale Culotta dove i
meccanismi disciplinari del progetto composto secondo
lo strumento insostituibile del disegno paiono
ancora sopravvivere!