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Editoriale
di Glauco Gresleri
“…Quella della “familiarità” con
i materiali che sono
impiegati nella costruzione dovrebbe essere una delle
qualità naturali, per un architetto, e invece so che
non è mai così, non saprei dire per quali ragioni:
certamente non è da incolpare, di questa mancanza,
la “cultura intellettuale” della vecchia scuola italiana,
prima e dopo la Riforma Gentile.
Ho potuto notare nei lunghi anni di insegnamento,
l’affievolirsi continuo, negli studenti (e poi, per
naturale progressione, nei docenti), dell’interesse
per i materiali e la loro lavorazione, per la distinzione
netta fra una logica limpida del loro impiego, e una
logica forzata, appartenente forse a un materiale
dalle caratteristiche opposte – il cemento armato
usato come legno, il legno usato come il ferro,
eccetera – , e la mancanza assoluta di curiosità
naturale verso il come e i perché dei più elementari
fatti dell’edilizia, atteggiamento verso la tecnologia
che è più importante, a mio avviso, di un trenta e
lode in Scienza della Costruzione. Non esiste, nelle
cosiddette nostre Facoltà, un corso dedicato alla
conoscenza dei “materiali”, nelle loro qualità di
resistenza e nelle loro possibilità di lavorazione.”
Queste amare considerazioni di Ludovico Quaroni
sulla cultura materiale degli architetti in genere –
estrapolate dal suo “ultimo contributo di elaborazione
teorica sull’architettura pubblica nel volume dell’editrice
Kappa (Roma 1988) Costruire l’architettura e dedicato
con generosità al lavoro di chi scrive queste note –
attendono ancora di essere smentite.
Come appare lontano il momento del XX secolo
quando Jaques Proust, nel presentare il Recueil de
Planches dell’Enciclopedia, indicò tra i suoi Chermes
quello di far credere “nella perfetta razionalità del
reale” così da poter raccogliere nel IV gruppo del
lavoro, lo stato della tecnologia del tempo, con i
preziosi capitoli sulle tecniche del legno, dei metalli,
del tessile, del cuoio e delle pelli, della ceramica e
del vetro, nonché le prime…tecniche chimiche!
Le facoltà di architettura – ma il problema deve essere
esteso anche alle consorelle d’ingegneria – sono
dilacerate dai dilemmi del doversi ritagliare ciascuna
una linea di distinzione siglata da un logo “stilistico”,
tanto da non potersi dedicare ad una formazione
legata al “mestiere”.
A fronte di un dilagare della precisione delle normative
che impongono la compilazione di schede per la
presentazione dei progetti ove decine e decine di
punti specifici richiedono il dominio della scienza
fisico – tecnica (coibenza, inerzia termica, movimento
dell’aria ecc. ecc.) il progettista medio non ha
domino nella qualità dei materiali e della loro messa
in opera, mentre l’aggressione dei derivati dalla
produzione chimica forniscono indicazioni dei benefici
conferiti ma non illustrano – perché ancora non noti
– gli indotti negativi.
Emanazioni nocive della formaldeide, evaporazione
e sublimazione di materiali come il poliuretano
e il vinile, le emissioni nocive dei polistiroli e dei
polimeri, lo stesso gas radon che sale dal terreno
unitamente al “vento tellurico” citato dai trattatisti
del nostro Rinascimento, inquinano l’ambiente costruito
nella più totale insipiente colpevolezza degli operatori
di costruzione.
In una corsa contro il tempo e contro la velocità di
cambiamento dei materiali e la continua proposizione
di nuovi prodotti pronti ad un uso non testato, la
“scuola”, o la”coscienza tecnica”, potranno mai
arrivare a fare avanzare tanto rapidamente la cultura
materiale del fare affinché il prodotto finale risulti
“compatibile” con il nostro doversene servire?
O meglio, sostenibile, in grado cioè da essere congruo
con la potenzialità economica della nostra civiltà, ma
soprattutto con la sopravvivenza della nostra stessa
società umana, nel rapporto drammatico di consumo
dell’entità
globo terracqueo, l’unico – per ora – a
nostra disposizione.
E’ su questa ipotetica sostenibilità che “Parametro”
apre una finestra.
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