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movimenti moderni:
terremoti e architettura 1883 2004
 
 
 








 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


Editoriale
di Glauco Gresleri

Napoli o del terremoto benefico

Il dibattito tecnico che sta interessando
l'amministrazione dello Stato sulle norme antisismiche
per l'edilizia, induce ad una rivisitazione di quanto
è avvenuto a Napoli a seguito dei terremoti del
23 novembre 1980 e del 14 febbraio 1981.
Non tanto per l'intervento che ne è conseguito,
con la realizzazione, in tempi brevissimi, di 20.000
nuovi alloggi (13.578 nello stesso comune e
i rimanenti nelle aree di provincia) ma proprio per
la quota dei 3.000 alloggi di recupero per i quali
i processi di intervento hanno sfiorato la leggenda.
Ciò che si è realizzato nei soli cinque anni
dall'81 all'86 col programma di ricostruzione di Napoli,
nella dimensione eccezionale dell'intervento, per tempi,
quantità e qualità è stato il più grande evento edilizio
in cinquant'anni in Europa. Ma la eccezionalità
del fenomeno, reso fulmineo e scevro da fenomeni
malavitosi per le condizioni iniziali di cui diremo, si
scontrò contro un muro di silenzio dell'informazione,
quasi che un muto e segreto accordo tra i "media"
abbia deciso di occultare alla storia il grande evento.
Forse perché la singolarità dei processi attuativi,
assolutamente insoliti, lasciava il dubbio sui possibili
risultati finali, le due fazioni politiche, la sinistra che
conduceva l'operazione guidata dal sindaco Valenzi,
e l'opposizione, fino all’ultimo, non hanno capito a
chi sarebbe convenuto "cavalcare la tigre".
La storia richiede qualche punto fermo.
Il 14 maggio 1981, solo tre mesi dopo il secondo sisma,
a fronte della gravità della situazione napoletana, resa
più drammatica dal sequestro del Senatore Cirillo,
il Parlamento con la legge 219/81 vara il programma,
definito "di preminente interesse nazionale", per il
finanziamento (subito oltre 5.000, ma in totale
10.000 miliardi) per un intervento massivo di
ricostruzione del capoluogo campano. La legge è
drastica, nomina Commissario Straordinario di Governo
il Sindaco Maurizio Valenzi, assistito dall'Assessore
Umberto Siola, demandando a lui l'autorità di Stato
per gestire in diretta il finanziamento che viene
affidato nelle sue mani, con l'impegnativa di attuare
l'intervento tramite lo strumento della "Concessione".
L'ipotesi di concessione diretta tra Commissario ed
Impresa, mette in fibrillazione il solito sottofondo di
potere-ombra che vede sfumati i vari gradini di
attuazione ove porre i propri balzelli scadenzati.
E, certo come avvertimento, neppure un mese dopo,
il 6 giugno, Siola viene aggredito sul portone di casa,
fotografato con un cartello al collo e gambizzato.
Ma Valenzi non cede; alcuni giorni dopo, il 18,
pubblica il bando con l'invito all’imprenditoria italiana di
concorrere alla concessione e, il 27 giugno, è già
in grado di riunire le imprese, risultate in linea con
le condizioni di partecipazione, che si sono presentate.
Valenzi, a fronte del numero alto –oltre l'ottantina–
supera l'incredibile: impone alle imprese di riunirsi
volontariamente, nel tempo di poche ore, in dodici
consorzi concessionari coordinati da un'unica agenzia
e, in una trattativa rocambolesca di due giorni successivi
–notte compresa–, chiusi entro l'Hotel Excelsior assegna
le quote di alloggi da realizzare ai consorzi, collocandole
nelle aree del territorio comunale disponibili, e individuate
da un piano detto "delle periferie" giacente da anni
inutilizzato, per gli oltre 13.000 alloggi ed emette i decreti
concessori. Tutto in un solo colpo. L'intuizione geniale che
tagliò fuori la possibilità della malavita organizzata di
intervenire ad ogni livello come sarebbe stato in una
procedura normale, gravando ogni fase con il fardello
ben noto, permise di collocare subito "i soldi nelle
mani" degli operatori diretti. Esattamente, il quantum,
pari a 500.000 lire/mq –come da ordinanza del Cipe
dell'11 giugno 198– per le corrispondenti quantità di
alloggi assegnati.
E con medesima procedura il Commissario Presidente
della Giunta regionale, dieci giorni dopo, assegna alle
imprese la concessione per i restanti 6.422 alloggi nei
17 Comuni della Provincia.
La concessione trasferiva ai consorzi tutte le fasi
amministrative: le pratiche di esproprio, i piani attuativi,
i progetti esecutivi, gli appalti, la direzione lavori, la
liquidazione, il collaudo e... l'assegnazione degli alloggi.
Le imprese firmarono, intascarono i soldi e fecero!
Fecero quello che si fa in tutta Italia, né meglio né
peggio, ma fecero, e bene, e subito, e rispettando i
tempi, e senza barare sul programma finanziario stabilito.
Una cosa eccezionale.
Ma, momento importante utile nell'ambito dell'attuale
discorso sulla normativa antisismica, fu quello della
fase del recupero dei 3.000 alloggi all'interno del tessuto
insediativo a maglia della periferia, originariamente di
tipo prevalentemente rurale. L'intera operazione fu resa
possibile dall'eccezionalità del fatto che seimila alloggi
abbiano potuto essere "sgomberati" dagli abitanti
(trasferiti con le loro cose in alloggi provvisori di
emergenza) con "la promessa che dopo" sarebbero
stati a loro consegnati alloggi risanati e di buona qualità
abitativa! In nessun altra parte del mondo tale
operazione avrebbe potuto essere portata a termine
in modo consenziente e in tempi reali solo sulla fiducia
dei cittadini verso l'Amministrazione!*
La partenza degli interventi di recupero ebbe un momento
di suspance.
Le concessioni, già regolate sulla base dei contratti
regolari resi attuativi anche dalla corresponsione delle
quote di acconto, a regola del decreto del Cipe dell'11
giugno 1981, avevano fissato, come già detto, il prezzo
forfettario di lire 500.000/mq per gli alloggi di nuova
costruzione, mentre avevano indicato, per gli interventi
di recupero, il criterio "a misura" con riferimento al
prezziario della Camera di Commercio maggiorato
del 50% per la situazione di difficile cantieramento.
Avvenne così, che a fase inoltrata delle realizzazioni
delle quote di nuova edilizia, le imprese, prendendo in
considerazione la fase relativa al recupero,
presentarono al Commissariato di Governo ipotesi
progettuali e in cui si manifestava un eccesso di
ricarico d'opere –strutturali, impiantistiche, di finitura–
che moltiplicate per i prezzi unitari di contratto,
avrebbero portato a importi economici finali totalmente
discosti dai valori assegnati alla nuova edilizia,
provando collasso del piano generale e creando
situazioni di squilibrio sociale tra gli assegnatari. Analisi
condotte sui primi progetti assunti come campione
di verifica davano valori medi al mq pari a cinque,
sei volte i costi già definiti per l'edilizia di nuova
costruzione!
La crisi si manifestò quando il Commissariato, strutturato
nella parte tecnica da una decina di architetti di
prima nomina coordinati da Elena Camerlingo si trovò i
primi progetti presentati –a dire il vero in maniera
ineccepibile dal punto di vista tecnico coi costi finali di
previsione chiaramente fuori programma come s'é detto.
Fu quello il momento in cui il Commissario di Governo
decise la nomina di esperti, esterni all'amministrazione,
facenti parte di Società nazionali di consulenza –Cresme,
Ispredil, Oikos– per affiancare il gruppo tecnico del
commissariato (16 architetti, 5 ingegneri, 2 geometri)
per studiare come poter controllare o modificare la
formula degli appalti di recupero, al fine di ricondurre
i costi finali entro cifre congrue col programma.
Il lavoro eccezionale dall'83 all'87 che, in rapporto
sinergico con personaggi chiave del Commissariato
quali Carlo Gasparrini, Ferruccio Orioli e Vezio De Lucia,
svolsero le società di consulenza esterna, (soprattutto
la struttura Oikos di Bologna, allora sotto la presidenza
dell'On. ing. Francesco Merloni, la direzione tecnica
dell'architetto Giorgio Trebbi, quella amministrativa
dell'avvocato Giuseppe Bertani e, per l'operatività
in loco, l'autore di queste righe) fu l'elaborazione di
schede con le quali era dimostrata la non congruità
tecnica delle soluzioni proposte inizialmente dalle Imprese.
Infatti i primi progetti per raggiungere requisiti di
antisismicità proponevano strutture "aggiunte" al
sistema originario "a scatola muraria", con costi
assolutamente sproporzionati al programma.
Il risultato eccezionale ottenuto, in una disamina
estenuante con le imprese che, avendo già in mano
sia il contratto con la specifica del "criterio a misura",
sia "i soldi" erano fortissime nel loro apparato legale, fu
l'accettazione finale, da parte dell'Agenzia che
raggruppava i 12 consorzi, della sostituzione dell'istituto
"a misura" con quello a "forfait/mq" che poté essere
sanzionato dal CIPE (con delibera del 9/2/84) in lire
850.000/mq con possibili incrementi solo per casi
particolarissimi (terreni con cavi e difficoltà reali di
impianto di cantiere nell'area).
I criteri generali per gli interventi di recupero dell'esistente
(riconoscibilità tipologica, individuazione degli elementi
architettonici, fruibilità, comportamento statico,
benessere), con i quali si è operato sulle maglie dei
“casali a corte” strutturali del territorio, anche nello
spirito delle linee di pensiero portate avanti da Gianfranco
Caniggia interpretate peraltro con libertà architettonica
non di stampo conservativo ma tendente alla migliore
resa abitativa dei nuclei, hanno assicurato all'intervento
complessivo risultati di grande significato ambientale.
Il principio che ha potuto stravolgere i primi modelli
d'intervento avanzati dalle imprese, è stato quello di
intendere il modo di raggiungere livelli di antisismicità
operando con "la massa esistente" e non per
sovrapposizione ed incremento con strutture di altra
natura (acciaio e/o cemento armato). Mentre in parallelo
si è dato ostracismo al criterio del “betoncino armato”
con uso di malta cementizia eminentemente idraulica,
(come era stato messo in opera nel Friuli, colà peraltro
su murature asciutte di sasso calcareo e malta di calce
aerea), che avrebbe chiuso in una camicia impermeabile
le masse di tufo imbibito d’umidità rendendo gli ambienti
inabitabili per difetto igrotermico (come è realmente
successo nella casa campione realizzata con detto
sistema a Piscinola Marianella, prima dell'intervento
del gruppo Oikos). L'adozione sistematica e radicale
di leganti a base di calce naturale romana forte, di buona
capacità statica ma di assoluta traspirabilità per effetto
diffusivo, ha permesso l'uso degli intonaci armati
strutturali con sinergia tra le esigenze statiche e
quelle igienico abitative. Si è potuto così congiuntamente
ottenere, con il totale razionale risanamento igrotermico
degli alloggi, la loro rispondenza alle condizioni di risposta
statica, avendo non tanto fatto riferimento ad una
normativa che esprime soprattutto criteri risolutivi, ma a
principi di comportamento statico che, nel caso specifico,
erano dati dall'effetto "scatola tridimensionale" dei nuclei
a vani quadratici con murature di spessore paraciclopico.