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Editoriale
di Glauco Gresleri
TERRA, TERRA
Questo è
il grido del mozzo di 14 anni, Rodrigo di Triana,
che issato sulla coffa dell’albero di maestra della Santa
Maria il 12 ottobre del 1492 a squarciagola dava l’annuncio
salvifico della spedizione di Cristoforo Colombo, dopo
settanta giorni di navigazione angosciosa. Mai, come in
quel momento, il significato di queste cinque note vocali,
fu così significante e risolutivo. Se allora quel termine ha
indicato la fine di un viaggio, ora la stessa citazione,
a porvi mente locale, apre un percorso verso considerazioni
di così ampia portata da lasciarci sgomenti. Infatti il termine,
che gioca diversamente quando riguarda la parte emergente
delle acque, rispetto a quando indica la sostanza reale del
nostro pianeta globo, è campo di possibili analisi in molteplici
direzioni. Tra esse vi è anche quella di considerarne la
sostanza materica come campo d’azione dell’homo faber
che vi elabora interventi strutturali al fine di utilizzi
funzionali e di affermazione espressiva. Ed è in tale direzione
che questo numero di «Parametro» apre considerazioni di
interesse a cogliere riflessioni, ricerche ed esperienze che
riguardano la terra / suolo come struttura in grado di
ricevere manipolazioni che spaziano da momenti scultorei
a dimensioni di paesaggio. Se il primo operatore della terra
è il contadino che la “lavora” per scopi pratici di
coltivazione,
conferendogli nell’atto una conformazione espressiva, altri,
per altri fini, la riguardano come strumento di un fare
architettonico, sul quale la rivista apre una finestra di
osservazione. Ma ben altri campi ci consentono divagazioni
attorno all’occasione che il termine evoca. Innanzitutto
quello della sua “non affidabilità” né di forma
né di misura
(alla scala geografica di nostra conoscenza) e neppure in
quella più dilatata della sua relazione con il cosmo tutto.
La terra, l’insieme cioè materico e di energia che forma
la
nostra palla sospesa nello spazio siderale, non ha né forma
compiuta né dimensione definitiva. La terra è in costante
espansione, al punto che si calcola un suo rapporto
dimensionale di crescita del 25% (secondo le misure ripetute
da molti studiosi tra i quali citiamo solo H. G. Owen)(1)
a partire dall’area del triassico (180-200 milioni di anni fa).
Questo per perdita della forza gravitazionale esercitata dal
nucleo centrale (ferro, nichel, zolfo) che dallo stato super
denso di plasma tende a dissociarsi, per effetto delle
pressioni magmatiche, in atomi puri, con la conseguenza
che gli strati esterni subiscono un processo di continua
espansione, che si condensa soprattutto nei livelli fondali
degli oceani. La conformazione dell’intera crosta, sia
oceanica che continentale, slitta all’indietro, rimanendo
come frenata nel moto di rotazione verso est che il globo
manifesta. Come se l’influsso di moto di cui è dotato il
movimento impresso al momento della formazione
dall’aggregazione del pulviscolo atmosferico, agisca più
sul
nucleo pesante centrale e meno alle frange di bordo che,
per inerzia al trascinamento, rimangono più indietro.
Stessa meraviglia, contro la diffusa conoscenza circa il
nostro globo, è il rapporto con la esistenza dell’acqua che,
nella mens comune, è presenza data e costante, salvo
il più o meno aumento di livello per deglaciazione dei poli.
Mentre invece è vero il contrario e se, ai primordi della
formazione qualche esploratore dal cosmo fosse arrivato
sulla terra per verificare la presenza o meno dell’acqua,
(come ora fa la nostra sonda su Marte) non avrebbe
trovato il liquido sulla crosta terreste. Perché esso è
venuto successivamente, fors’anche per apporto di
meteoriti, ma certo per emissione dal mantello delle
rocce profonde di peritotite, in corrispondenza delle
dorsali medio-oceaniche che, passando allo stato di
magma basaltico, sono in grado di liberare per effetto di
pressione e fenomeni magnetici molecole d’acqua,
trattenute dai reticoli dei vari minerali che lo compongono,
sino a colmare i grandi vuoti del pianeta.
Supplendo anche al fenomeno inverso della dispersione
nello spazio delle molecole d’acqua che, per effetto delle
radiazioni cosmiche e solari nelle alte quote portano la
molecola a dissociarsi in modo che gli ioni di idrogeno più
leggeri escano dalla gravitazione e si disperdano nello
spazio infinito.
* * *
Allora il
nostro rapporto con la terra, compresa la
presunzione di costruzione per l’eternità con cui noi ne
manipoliamo la crosta superficiale, ha d’improvviso un
riferimento nel tempo con una dimensione sconosciuta,
certo indifferente alla nostra fase umana di possesso, il
che potrebbe suggerirci anche qualche considerazione
speculativa. In questo gioco di annotazioni aneddotiche,
mi concedo di non sottacere la sensazione di “meraviglia”
e di “mistero” che provo nel pensare la terra “galleggiante”
nello spazio. Sappiamo il meccanismo newtoniano che regola
i corpi nel cosmo, e deleghiamo a tale consapevolezza il
principio di non doverci pensare. La provocazione a me
stesso, e che giro agli altri, è il rendersi veramente conto
del fatto che la terra è sospesa; non poggia su nulla.
Gli antichi, beati loro, avevano escogitato il mito di Atlante
per dormire tranquilli. Ma ora che tale mito è caduto, noi
dobbiamo fare mente locale che tutto quello che facciamo
su, dentro, attorno, contro, a questa benedetta palla di
materia ed energia dal diametro in espansione dai 9.000
km del giurassico ai 12.000 dei tempi attuali, è su qualcosa
che non ha appoggio, che è sospesa, che galleggia, al
punto che se noi forassimo il nostro suolo che
concettualmente è la base di tutto, per il totale diametro,
troveremmo che, sotto non vi è appunto appoggio, non vi
è nulla…
Terra, materia, energia, atmosfera, acqua, piante, animali,
genere umano ed ogni elemento formato e costruito, tutto
è solamente e provvisoriamente un ammasso unico, solo,
sperso in un vuoto senza misura né di tempo né di spazio,
che non è neppure definitivamente definito, che non ha
appoggio né ha meta di arrivo. E noi che vi siamo abbarbicati
sopra ci consideriamo importanti.
1. Vedi H.G. OWEN, La terra dinamica. Tettonica globale
e stato interno.
Collana “Un’enciclopedia di orientamento EDO”, Jaca
Book, Milano 1992.
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