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Editoriale
di Giuliano Gresleri
The silent witnesses. In morte di Andrée Wogenscky
La storia
dell'Architettura moderna manca ancora di alcuni
capitoli forse intuiti o, al contrario, ritenuti inessenziali alla
sua comprensione, dunque mai scritti. Uno di questi riguarda
la progressiva mutazione degli oggetti e dei luoghi.
Problema che Vasari colse molto bene ma che -successivamente-
ha lasciato pressoché indifferenti gli studiosi di questa disciplina.
Le architetture sulle quali noi ragioniamo oggi e che riteniamo
condensato delle idee di un tempo, si sono in genere talmente
trasformate rispetto all'originale da rendere relativa la nostra
capacità critica. Il "manuale" (con le classiche foto
di facciate
e piante schematiche ritenuto ancora strumento insostituibile
per ragionamenti sofisticati), sembra oggi inadeguato rispetto
ai mezzi di analisi che possediamo. Una nuova Storia ci appare
allora tutta da scrivere, ripercorrendo le "vite" (stavolta
non
solo dei pittori o "architettori"), ma delle loro creazioni,
"testimoni silenziosi" come diceva John Hejduk, di vicende ormai
indecifrabili. Un altro non piccolo problema che assilla chi scrive
di architettura (intrecciato strettamente al primo) è quello
della paternità dell'opera. Problema oggi relativamente avvertito
(data la mutazione tecnica della produzione del progetto che
affronta molte più variabili di un tempo) ma fondamentale
quando nell'atelier il lavoro di molti si sovrapponeva a quello
del maestro. L'apporto degli "aiuti" introdusse nell'analisi
storiografica la questione delle "paternità laterali".
Mi spiego.
E' o no determinante sapere quanto nella Laurenziana appartenga
a Michelangelo e quanto ai suoi collaboratori? Fino a che punto
costoro sono stati in grado di interpretare correttamente
e tradurre le idee del maestro? E fino a che punto l'autore ha
accettato che soluzioni esterne "inquinassero" la sua idea
originaria? Fino a che punto la mutazione dell'ambiente
circostante consente la comprensione dell'opera e del suo
messaggio? Andrée Wogenscky (1916-2004) entra nello studio
di Le Corbusier nel 1936 e, come semplice, disegnatore vi resta
fino al 1939. A questa data infatti lo troviamo nella lista merci
a touts che appare in calce a l'Atelier de la recherche patiente
(Parigi, 1960) assieme a Tépina, Mercier, Pantovic, Benes.
Dopo essere stato in guerra, Wogenscky ritorna nello studio
di Le Corbusier dove dal 1945 al 1956 è suo collaboratore poi
"architetto aggiunto". Dunque passano tra le sue mani alcuni
progetti capitali che segnano la storia della contemporaneità,
da Ronchamp alla Tourette a Marsiglia, ma il suo contributo
fondamentale si legge bene solo nell'ultima di queste opere
che egli seguì direttamente in cantiere. Quando lasciò lo
studio
di Corbu nel 1956 come chef d'atelier tutti i grandi progetti del
dopoguerra erano in via di ultimazione. Stava maturando
la stagione di Chandigarh col Palazzo del Parlamento, poi la
"Mano aperta", la Villa Sarabhai, la Shodan e ancora il museo
di Ahmedabad, quello di Tokyo, l'Unità di Briey-en-Forêt,
quella
di Berlino, il Padiglione Philips a Bruxelles e la casa Jaoul a Neully.
Ripercorrendo i carnets di Le Corbusier è impossibile sottrarsi
alle numerose chiamate in causa di Wogenscky che dirige,
coordina, collabora. Ma fino a che punto? E come e dove visto
che gli esecutivi non portano che di rado i nomi dei collaboratori?
E le parole e le idee e i pensieri come fluivano e si intrecciavano
tra loro e nel progetto, dove tutto si cela nel gesto supremo
dell’architetto armonizzatore? Chi era Le Corbusier se non il
formidabile direttore che lavorava "celato" nella sua cella
(2,26x2,26x2,26 metri) alla vista dei suoi stessi orchestrali?
Quali metodi essi avevano concordato assieme? Per quali
misteriosi sentieri (interdetti ai più) quella unità profonda
del lavoro trasformava modesti contributi in note assolute di
una sinfonia impeccabile? Nessuno dei collaboratori di allora
poteva dirsi all'altezza del maestro: Le Corbusier lo sapeva
bene come lo sapevano i "pesci silenziosi dell'acquario". Eppure
nel lungo impraticabile atelier di rue de Sèvres (poco più
di
una officina meccanica da lattoniere o da falegname), qualcosa
di inspiegabile si è verificato giorno per giorno. Nei miei colloqui
con José Oubrerie e con Guillermo Jullian de la Fuente la
questione non ebbe che risposte evasive, obbedendo forse ad
una tacita evidente "consegna del silenzio". Così posi
direttamente
a Wogenscky il problema dei collaboratori e del metodo.
Allora era certo che attraverso le testimonianze orali, una
quantità di dati, informazioni, interpretazioni avrebbe cominciato
a fluire, rendendo chiaro ciò che a me appariva oscuro.
Wogenscky abitava al numero 24 di rue Nungesser et Coli,
l'appartamento dell'immobile progettato nel 1933 dove Corbu
viveva con Yvonne e dove c'era l'atelier domestico del pittore.
Sedevamo uno di fronte all'altro in quello che fu un luogo
esclusivo dell'arte del XX secolo e dove tracce del primo
proprietario si vedevano ovunque. Nessun "restauro" era ancora
intervenuto ad addomesticare quel "gîte profond… caverne
du
sommeil" entro il quale Corbu trascorreva l'altra metà della
sua giornata. Modelli, cartoni, scatole giacevano alla rinfusa,
testimonianze silenziose di antiche battaglie. I miei
deboli interrogativi ebbero dunque da Wogenscky risposte
dirette. "A rue de Sèvres il lavoro perfetto era la sommatoria
di tutti i lavori imperfetti dei collaboratori. Alla fine della giornata
o nella solitudine del mattino presto con la strada deserta e
silenziosa, Le Corbusier correggeva sui tavoli, modificava e
cambiava. La trasformazione dei progetti in architettura
avveniva in nostra assenza e il crogiolo dell'alchimista fondeva
gli apporti di tutti in una massa uniforme e perfetta".
Nella sua vita Wogenscky (che è stato più volte Presidente
della Fondation Le Corbusier, alla quale ha lasciato ora tutte
le sue carte e i documenti di una vita), ha costruito molte
opere.
Inutile cercare le "linee di faglia" o i punti di contatto coi
lavori
del Maestro. Una strada autonoma, un sentiero entro lo "Stile
internazionale" caratterizza spesso il suo lavoro di progettista
senza velleità di "stare alla ruota". Anche ricordando
forse
i nostri incontri e per rispondere ai miei interrogativi, Wogenscky
ha scritto Les mains de Le Corbusier (Editions de Grenelle,
Paris 1987, trad. it. Le mani di Le Corbusier, Mancosu,
Roma 2004) che Valerio Casali ha introdotto per noi; importante
contributo per capire come le parole nascoste e inascoltate
si trasformino a volte in pensieri e in opere.
La storia dell'architettura non potrà ignorarle.
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