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Editoriale
di Glauco Gresleri
I cinque no nella pianificazione urbana di Bologna
La scomparsa
di Kenzo Tange dalla scena architettonica
ci permette qualche considerazione a proposito del grande
progetto per le “quote di sviluppo a nord di Bologna” adottato
dal Consilio comunale nel 1967 e mai mandato in esecuzione.
Ma se questo è il caso più eclatante dei delitti di pianificazione
che la storia registra a carico della città, e che in queste note
viene citato per ultimo per dare ad esso più peso, altre
esperienze negative sono da registrare come grandi occasioni
mancate per la valorizzazione emblematica e di qualità abitativa
di Bologna.
Bologna ha 6 colpe su cui piangere i propri dolori. Come anticipo
al lettore le elenco in apertura.
- Distruzione del Vallo Fanti, demolizione delle mura medioevali,
cesura rispetto la collina, non valorizzazione della potenzialità
paesaggistica dei fiumi, non utilizzo della proposta avanzata
dalla triennale di Milano per il settore di via Stalingrado, rinuncia
e oblio del grande Piano Tange.-
Ripercorrendo, anche molto sommariamente la storia dello sviluppo
urbano della città a partire dalla seconda metà dell’800
sino alla
fine del secolo passato, affiorano momenti forti ove l’intellighentia
tecnica che ha operato le grandi scelte di piano non ha saputo
cogliere potenzialità vitali presenti, o venutesi maturando nel
contesto reale dell’impianto territoriale, che avrebbero potuto
costituire elementi di forte valorizzazione e caratterizzazione
dello sviluppo formale della città.
I fenomeni di evidente sciatteria urbana delle periferie e la
mancata vitalizzazione del centro storico tramite una strutturale
integrazione con il potenziale valore paesaggistico della collina,
avrebbero potuto essere risolti da una integrazione compositiva
con elementi forti della compagine fisica del territorio che in varie
occasioni si sono inutilmente presentate e che, lasciate cadere
e andate irrimediabilmente perdute.
1) Ignorata la cinta fortificata del generale Fanti.
La città che si annette al Regno sabaudo il 18/03 del 1960,
costituita come lega militare con Parma Modena e Firenze, in
vista anche del futuro Stato nazionale che si andava formando,
si affida al generale Manfredo Fanti per la difesa del territorio
emiliano. Fanti organizza un organico e massivo intervento di
fortificazioni che arrivano a coprire una linea pressoché continua
dal ponte di Casalecchio sul Reno a quello di S. Ruffillo sul Savena,
mentre la collina viene presidiata da forti in grado di controllare
le vie di fondo valle. Le opere, realizzate dal geniere Federico
Manabrea, impiegarono 5.500 uomini per realizzare una linea
difensiva capace di 25.000 fanti con 400 tra cannoni, obici e
mortai. Il vallo, lungo 12 km, comprendeva 9 forti e 12 “lunette”,
distribuite su tre linee dislocate in profondità da 300 a 500 metri.
L’opera iniziata nel 1960 e continuamente potenziata sino al 1965,
ma con interventi manutentori e di ripristino protratti sino al 1976,
venne a costituire una struttura ambientale di eccelso valore,
che ora risulta pressoché scomparsa, con solo residui di alcune
lunette e basamenti dei forti (Gamberini, Beldiporto, Casaralta,
Villacontri), oltre ai resti delle polveriere in collina. Liquidata dal
demanio allo scoppio della prima guerra, usata come cava di terra
e materiali, la città ha lasciato perdere un elemento altamente
significativo del suo paesaggio antropomorfico.
Le piante del Piano 1989, segnano le nuove aree di espansione
della città, con le classiche scacchiere variamente orientate,
che
“convivono” con la presenza grafica del vallo Fanti, ma
ignorandone totalmente le relazioni spaziali ed espressive che, in
una visione “moderna” dei rapporti di sito, avrebbero potuto
costituire layout d’incredibile valenza per una “invenzione”
distributiva e organizzativa delle nuove espansioni utilizzando le
presenze forti della cinta come punti di irradiazione compositiva
dei nuovi insediamenti. Ciò non è avvenuto.
2) Perduta la cinta muraria medioevale.
Tema ampiamente discusso e continua occasione di dibattito sulla
perdita di valore storico ambientale rappresentato dalla demolizione
pressoché totale dell’intero perimetro con la conservazione
solo
dei punti forti delle “porte” urbane e di tratti notevoli
come all’Orto
botanico, alla chiusa del Reno e sul retro della Madonna della Pace.
Le mura, che la delibera comunale del......................... condanna
alla demolizione, sono lette nelle carte dell’epoca come indicazioni
di tracciato viario ( i classici viali di circonvalazione), ma mai come
strumenti espressivi di una composizione urbana volta alla
significazione ambientale verso le nuove aree di espansione.
Se i motivi politici che spinsero verso la decisione di demolizione
avevano anche ragione economica per il beneficio finanziario di
vendere ai privati le aree di sedime, e finanche seguivano il principio
positivo e liberale di intendere la prima periferia parte omogenea
con la città storica, è mancata l’intuizione del criterio
architettonico
di una progettazione integrata per utilizzare la struttura come
elemento di qualificazione del nuovo contesto urbano. L’insipienza
pianificatoria non ha saputo utilizzare una presenza costruita
altamente significativa come strumento di valorizzazione
ambientale.
3) Negata l’osmosi con la collina.
La città, stesa al piano della propaggine collinare di Barbiano
su
cui è installato dal 1400 il complesso di S. Michele in Bosco sorto
su antica fortificazione medioevale, e legata all’intero invaso
collinare dalle due bretelle dei fiumi Reno e Savena, non è stata
in grado di assicurasi un rapporto strutturale con la “propria”
collina.
Insediamenti spiccioli, viabilità medioevali conservate nella loro
dimensione insignificante, mancanza di indicazioni puntuali nei
vari Piani a cominciare da quello del 1989 che fornisce indicazioni
precise per la viabilità di pianura ma ignora totalmente il versante
collinare, hanno negato e compromesso poco alla volta l’osmosi
tra l’insediamento urbano e la libera collina. Oggi la coltre edilizia
oltre i viali di circonvalazione costituisce una muraglia insormontabile
attraverso la quale ogni possibile previsione d’intervento risulta
impossibile. Il cuneo forte, dell’insediamento militare del pirotecnico,
a cavallo tra le porte Castiglione e S. Mamolo, sottostante al
promontorio dell’acropoli di S. Michele in Bosco, rappresenta
l’ultima e unica possibilità di costituire “ponte”
di relazione e
comunicazione pedonale con la collina e si pone oggi, come
problema emergente perché non sia perduta questa ultima chance,
con utilizzo dell’area a scopi banalmente puntuali e locali.
In questa direzione Parametro sta conducendo azione informativa
e dibattito impegnato.
4) Il mancato rapporto coi fiumi.
Reno e Savena lambiscono il territorio del nucleo centrale del
tessuto urbanizzato costituendo vie d’acqua e ambiente
idrogeologico di grande interesse. I vari livelli di pianificazione
succedutisi non ne hanno recepito le potenzialità espressive di
valore paesaggistico, relegando la normazione a semplice
andamenti lineari e abbandonandone le aree limitrofe di colmata
d’acqua a terreni perduti utilizzati da insediamenti ortivi spontanei.
La città ha ignorato i suoi fiumi, non inserendoli negli strumenti
di valorizzazione del territorio, e i Piani non sono riusciti ad
immaginarli come strutture in grado di orientare l’organizzazione
spaziale di cui la città ha necessità per acquisire identità
di luogo.
5) Non utilizzati i progetti della Triennale 1987.
Una interessante iniziativa proposta dalla XVII Triennale di Milano
a nove città italiane perché esprimessero, ciascuna attraverso
9 gruppi di progettazione, soluzioni emblematiche per un’area di
valore significativo per ciascuna delle città, portò alla
messa a
punto per il settore di Via Stalingrado, scelto appunto come spina
aperta nel futuro dell’espansione di Bologna, di nove progetti di
grande portata creativa. Pur nella accesa diversità di concetto
posti alla base del modo di intendere la città “nuova”,
le nove
soluzioni proposte per le aree tra il centro storico e la tangenziale,
hanno rappresentato modelli di insediamenti tutti caratterizzati
da forte tensione unitaria e da una indicazione di struttura urbane
di valore emblematico, con punti di valore significativo notevole
quali quelli, per indicarne solo tre, di José Oubrerie con gli
architetti
della Columbia University (Francia) e Werner Seligmann (U.S.A.)
e quella di un gruppo Bolognese che utilizzava i “segni” e
le “orme”
ancora presenti nei luoghi del già citato “Vallo Fanti”.
Benché
proposte ideali, quindi non sopportate da una situazione realistica
di commessa, i progetti, come era nella ipotesi immaginata dalla
Triennale, avrebbero potuto costituirsi come indicazioni di
comportamento programmatico per la riorganizzazione pianificatoria
della zona prossima ad un intervento di estensione urbana, al fine
che il comparto di nuova espansione potesse trovare occasione
di una composizione unitaria a forte valenza espressiva.
Ancora una volta Parametro, pubblicando nel n° 228 del marzo
aprile 1999 (Poesie su Bologna) propose ai responsabili del territorio
il modo centrale della pianificazione urbana perché si potessero
utilizzare le energie già impegnate in tali proposte per un
confronto ideativo.
Così non è stato e la pianificazione ordinata da un piano
Duc, che
altro non ha potuto fare che raccogliere proposte autonome
privatistiche disparate e discontinue, ha dato alla città una delle
aree più alienanti della periferia.
6) Obliato il Progetto Tange.
E’ citato per ultimo, senza riferimento alla cronologia degli eventi
elencati, per chiudere con un esempio altamente significativo queste
considerazioni sulla Bologna mancata.
Tange realizza un rapporto con Bologna a partire da una chiamata
dell’Università per commemorare la conclusione della didattica
di
Michelucci nella scuola d’ingegneria la cui occasione permette al
Cardinale Lercaro di incontrarlo per sottoporgli la richiesta di
interessarsi al progetto della chiesa che verrà costruita nell’area
di sviluppo a nord della città.
Il gruppo di azione culturale del “centro di studio e informazione
per l’architettura sacra” guidata dal compianto Giorgio Trebbi,
ritiene di segnalare all’Amministrazione comunale e alla Organizzazione
della Fiera di Bologna, l’occasione eccezionale della chiamata di
Lercaro,
affinché le rispettive amministrazioni potessero affiancarsi all’incarico
dell’arcivescovo per estendere il progetto a tutto il settore di
sviluppo
nord della città, impianto fieristico compreso. Mentre la storia
di tale
momento magico per la città sarà oggetto del numero speciale
di
Parametro che uscirà a fine anno in occasione della manifestazione
commemorativa dei 35 anni di continuità editoriale della rivista,
non
si può qui non ricordare la sinergia che ha visto coinvolte con
intenti
comuni e paritetici - attraverso la convergenza di tensioni spirituali
affini tra il cardinale Lercaro e il sindaco Guido Fanti - sia la parte
ecclesiale del governo della città che la parte amministrativa
in un
progetto a grande scala proiettato in un arco futuribile di 40 anni
per il miglioramento abitativo del capoluogo emiliano. E il progetto
– tre anni di lavoro tra Bologna e Tokio – attesa a scala
mondiale
per l’interesse di una struttura moderna in grado di vitalizzare
una
città storica fu portato a termine in maniera magistrale e tutto
era
pronto per la grande occasione realizzativa. Ma la Storia si evidenzia
qualche volta per la sua involuzione. Le forzate dimissioni imposte
a Lercaro e il passaggio del sindaco Guido Fanti al governo della
Regione, sottrassero alla città i due carismi intellettuali e spirituali
che erano stati capaci di una simile incredibile comune azione di
governo, e la sabbia di bassa amministrazione e di piccola visione
pianificatoria ebbe il sopravvento sull’idea luminosa che venne
avvilita, accantonata e nascosta. Solo “Parametro” alla sua
nascita, col n° 1 dell’estate del 1970 raccolse gli elementi
fondamentali per consegnarli alla storia.
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