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Alta velocità. Il sistema italiano
 
 
 




Alta velocità.
Il sistema italiano




 

 

 

 

 

 

 


 


LA MORTE DEI GIGANTI

Rileggiamo con angoscia alcune delle parole che
Charlotte Perriand, appena riletta nel precedente
numero della rivista, mandò alla redazione di
Parametro in occasione della costruzione del n. 49/50
dedicato a "cinquanta anni-cinquanta numeri"
(gli anni de "L'Esprit Nouveau" e i numeri di Parametro
usciti a quella data) e dove per la prima volta
Giancarlo De Carlo faceva parte del nostro comitato
direttivo: "... dopo tante speranze e tanti sforzi prodotti
da una generazione di giganti, cosa vediamo affermarsi?
Una civiltà del consumo, una generazione di assistiti,
anche a proposito della casa...".
Ecco, sul gigante Giancarlo De Carlo, della generazione
citata dalla Perriand, Alberto Manfredini racconta alcuni
aneddoti.

Glauco Gresleri

Editoriale
di Alberto Manfredini


Giancarlo De Carlo: l’architettura quale impegno civile.

Avrei voluto scrivere di più su Giancarlo De Carlo.
Lo ho ricordato sulla rivista “Parametro” solo in tre occasioni:
per la presentazione dell’ultimo PRG di Urbino, in occasione
della pubblicazione su Architectural Rewiev del suo progetto
di recupero per il borgo ligure di Colletta di Castelbianco e per
la vernice della sua antologica alla Triennale di Milano del 1995.
Voglio ricordarlo ancora una volta ora, a pochi giorni dalla sua
scomparsa. Avevo sempre sentito parlare di lui da mio padre,
di quando frequentava la nostra casa di Reggio con Franco Albini
e Luisa Castiglioni per l’elaborazione di uno dei primi PRG di Reggio
Emilia del dopoguerra. L’ho conosciuto nel 1975, nel suo studio,
al n. 18 di via Mascheroni, a Milano, quando stava lavorando per
il Comune di Rimini. La stanza in cui mi accolse era caratterizzata
da una lavagna nera su cui erano rappresentate, con il gesso
colorato, le più significative fasi del lavoro di analisi per il progetto
riminese di San Giuliano. Le stesse quattro immagini che
caratterizzeranno la copertina del numero 39-40 di “Parametro”,
monografia dal titolo “Rimini secondo De Carlo”. Ho continuato a
frequentarlo dopo il suo ingresso nel Comitato direttivo di “Parametro”,
nel 1976, in coincidenza con l’importante numero 49-50 dedicato
all’Esprit Nouveau. Tre anni prima aveva partecipato a Melbourne,
in Australia, a una serie di conferenze annuali sul tema dell’architettura
degli anni ‘70. Lo scopo di tali simposi, organizzati dal Royal
Australian Institute of Architects, era di far convergere sull’argomento
l’attenzione di alcuni protagonisti dell’architettura contemporanea
per chiarire quali fossero le direzioni verso le quali si sarebbe
orientata l’attività architettonica nel decennio allora in corso.
Di esse parlava entusiasticamente mostrando un libro edito da
Il Saggiatore per la collezione de “I gabbiani”, in cui erano raccolte
tre conferenze australiane del ‘69, del ‘70 e del ‘71 tenute
rispettivamente da Jim Richards, da Peter Blake e dallo stesso
De Carlo
. Ripercorrendo ora, a distanza di tanto tempo,
la conferenza di Giancarlo, mi accorgo che emergono due principi
fondamentali che hanno caratterizzato la sua opera di architetto.
“La persuasione che guida la mia attuale ricerca è che
l’architettura degli anni ‘70 sarà interessante (nel senso che
diventerà un argomento di fondo del dibattito culturale e sociale)
se imboccherà la strada che ho cercato di descrivere.
Cioè se sarà caratterizzata da una partecipazione sempre maggiore
degli utenti alla sua definizione organizzativa e formale; se, con l’aiuto
degli architetti, sarà sempre meno la rappresentazione di chi la
progetta e sempre più la rappresentazione di chi la usa”.
E’ proprio dall’affermazione che l’architettura dovrebbe essere
sempre meno la rappresentazione di chi la progetta e sempre più la
rappresentazione di chi la usa che è possibile comprendere, in termini
particolari, la particolare accezione che De Carlo intende conferire
al concetto di “partecipazione” e, in termini generali, cosa lui
intendesse per progettazione dell’architettura. In più, questa sua
affermazione ci consente di leggere in filigrana ciò che è, o non è,
avvenuto in architettura negli ultimi trent’anni. Il crollo dell’ideologia,
la sottomissione alla tentazione formalista, il ritorno più o meno
mascherato alla ricerca della forma fine a sé stessa, uniti a una
sorta di riproposizione della cosiddetta “architettura di carta”,
consentono di affermare che l’architettura, almeno nell’ultimo periodo,
ha finito per essere sempre più la rappresentazione di chi la
progetta e sempre meno la rappresentazione di chi la usa.
L’eccezione purtuttavia c’è ed è rappresentata da quel gruppo di
architetti che ha inteso operare senza mai disattendere le istanze
più profonde e più autentiche del progetto. Fra essi, nella sua
grandezza e solitudine, sta certamente, con tanta coerenza,
Giancarlo De Carlo. La distanza dal potere economico e politico,
da quello accademico e da quello editoriale lo portò alla simpatia,
mai celata, nei confronti del movimento anarchico non violento,
che lo vide legato, per un lungo cammino della sua vita, a Carlo
Doglio, redattore londinese di “Freedom” grazie a cui la cultura
urbanistica italiana imparò a famigliarizzare con Geddes e Goodman.
Dei libri pubblicati da De Carlo due vanno certamente citati: uno fra
i primi e uno fra gli ultimi legati entrambi ai suoi rapporti con l’Università.
Il primo è del ‘68 ed è la celebre “La piramide rovesciata” pubblicata
con i tipi della De Donato editore. Lo spaccato sull’università italiana
e sui meccanismi di reclutamento al suo interno è crudo, spietato
e per certi versi anticipatore delle recenti polemiche sulla riforma
universitaria. Il secondo, poco noto, è il volumetto “La città e il
Porto” delle edizioni Marietti dove descrive, con malinconica nostalgia,
i suoi ultimi contatti con la città di Genova e con la sua Facoltà
d’Architettura cui dedicò gli ultimi anni d’insegnamento nell’amara
constatazione che Genova “dove sono nato, non è diventata la mia
città neanche questa volta”. Della sua presenza all’interno del gruppo
di lavoro di “Parametro” ricordo la veemenza con cui invitava gli
allora giovani redattori della rivista a saper prendere le distanze da
quell’ “architettura di carta” che per lui sarebbe stata fonte, come
in realtà fu, di numerosi equivoci nel disciplinare specifico.
Ho rivisto Giancarlo nella primavera del 1995 alla Triennale in occasione
dell’antologica dedicatagli dal Comune di Milano e l’anno successivo
alla Facoltà di Architettura di Ferrara invitato da Daniele Pini.
L’ho sentito l’ultima volta telefonicamente, a Pasqua di quest’anno.