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Editoriale
di Raffaele Mazzanti
Il 25 Aprile 1995 moriva a Bologna Carlo Doglio.Dieci anni
dopo, al termine di tre intense giornate di studio svoltesi
il 10-11-12 novembre nelle sale di Palazzo Cutò a Bagheria
e nell'Aula Magna della Facoltà di Architettura di Palermo,
il Sindaco di Bagheria, dove Doglio soggiornò a lungo negli
anni ’60 del ‘900 ha scoperto la targa che intitola al suo
nome una piazza nell'immediata periferia della città.Un
riconoscimento per l'impegno, l'intelligenza e l'appassionata
partecipazione di Doglio alle vicende della pianificazione
territoriale e urbanistica in Sicilia nel secondo dopoguerra,
una partecipazione intensa che lo ha visto coinvolto in
numerose vicende accanto a Danilo Dolci dapprima, poi a
Giuseppe e Alberto Samonà, Leonardo Urbani (con lui pubblicò
"La Fionda sicula"), e ai più giovani, fra i quali Pasquale
Culotta e Nicola Giuliano Leone (oggi Preside di Architettura
a Palermo dove Doglio ha insegnato), promotori del Convegno.
A Bagheria Doglio partecipò attivamente alle battaglie contro
la speculazione edilizia e per la formazione del Piano Regolatore,
contribuendo al dibattito culturale locale attraverso le pagine
della rivista "I Mostri": un titolo diventato poi anche quello
della rubrica che pubblicò per alcuni anni su Parametro.
L'intitolazione di una piazza di Bagheria a Carlo Doglio rappresenta
oggi -come ha sottolineato il Sindaco Fricano in apertura di
Convegno- un segno concreto e un richiamo simbolico
significativi della volontà di rinascita e di riqualificazione
di
una città che ha conosciuto in passato pesanti manomissioni
del suo prezioso tessuto insediativo storico (un patrimonio
ancora in qualche modo leggibile in ciò che resta delle magnifiche
ville barocche, dei loro grandi viali di accesso, dei parchi e degli
agrumeti che le circondavano). Le tre giornate dell’incontro,
hanno consentito non solo di ricordare la figura di Doglio nei
suoi aspetti umani, di intellettuale e di docente, ma anche di
verificare la permanente vitalità del suo pensiero e della sua
azione culturale nei confronti delle problematiche sociali,
urbane e territoriali dell'oggi.Non è un caso, infatti, che
l'architettura e l'urbanistica "ufficiali" (quelle -per intenderci-
che trovano maggior spazio nei dibattiti e nelle esposizioni
mediatiche come sulla più gran parte delle riviste che si
occupano di architettura, di città e di territorio), abbandonato
l'impegno nei confronti dello spazio urbano e territoriale come
ambito primario dell'esercizio della vita individuale e associata
e come oggetto di reali processi di partecipazione democratica,
si mostrino reticenti, quando non mute, a fronte dei cambiamenti,
ma anche dei fermenti, dei disagi e dei disordini che lo
caratterizzano e riempiono le cronache dei nostri giorni.
L'architettura di successo, dimenticando la parte forse più
gloriosa della tradizione del movimento moderno, appare sempre
più preda di un narcisismo formalistico-tecnocratico che la
porta a dedicarsi quasi esclusivamente alla produzione di
monumentali stazioni, aereoporti, musei e di grattacieli che
devono essere sempre più alti e stravaganti dell'ultimo più
alto
e più stravagante costruito; un'architettura dai cui orizzonti
di ricerca sembrano essere scomparsi la "questione delle
abitazioni" e, in generale, i temi della residenzialità e
della qualità
delle periferie.L'urbanistica italiana, per parte sua, è sempre
più influenzata da una pesante deriva burocratico-contrattualistica:
la sua preoccupazione principale sembra essere di far quadrare
i conti dei produttori di trasformazioni fisiche fino a teorizzare
la bontà (o l'inevitabilità) della propria impotenza a progettare
le linee direttrici di insieme dell'organizzazione urbana e territoriale
per lasciare spazio -come segno di modernità- all'improvvisazione
del caso per caso e alla pervasiva proliferazione edilizia che
infesta da decenni in modo incontrollato i paesaggi di intere
regioni italiane: non è un caso che la nuova Legge Urbanistica
in discussione in Parlamento (la cosiddetta Legge Lupi) prescriva
che l'urbanistica si attui attraverso "atti negoziali": il termine
da solo è già tutto un programma.L'impegno sociale e politico
-culturale di Carlo Doglio costituiscono quindi ancora oggi un
riferimento importante per chi voglia riaffermare che l'architettura
e l'urbanistica debbano essere al servizio di tutti e non strumenti
del privilegio di pochi: si tratta poi degli stessi principi sulla base
dei quali nel 1970 (ecco un altro anniversario importante per la
nostra rivista) Giorgio Trebbi -con grande spirito di apertura-
chiamò a collaborare alla fondazione di Parametro Carlo Doglio
-
pianificatore libertario- e altri di provenienza, formazione culturale,
politica e ideale diversissime. Lezioni, quelle di Giorgio Trebbi e
di Carlo Doglio, da non dimenticare.
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