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Ivrea, passato e futuro
di una company town

 
 
 



















 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



Editoriale
di Luigi Figini

RICORDO DI ADRIANO OLIVETTI

Adriano Olivetti è morto.
I manifesti listati a lutto sui muri delle strade; il corteo
interminabile che seguiva la bara portata a spalla
(volti tesi, muti, volti piangenti); la folla compatta ai
lati di via Jervis (la via dell’officina), o assurdamente
assiepata sulle lunghe balconate della antistante fascia
servizi sociali (prevista per i lieti raduni, per i giorni del
carnevale d’Ivrea);
i fiori, le corone di fiori attorno alla salma, nel salone dei 2000;
il rosario intrecciato fra le mani del morto;
le preghiere dei sacerdoti, le esequie dei defunti,
l’omelia funebre – sotto le volte della Cattedrale – che
ci diceva ancora della «grande riconoscenza per il bene
che ha fatto alla sua città»; e la terra fresca della sua fossa
(una fossa qualunque, in povertà francescana) scavata
nel prato verdissimo del cimitero di Ivrea...
E’ l’ultimo «ricordo di Adriano Olivetti», questo, che ci
rimane nella memoria, con le sue accorate sequenze.
Ma per un suo più vero ricordo, di quando era ancora
fra gli uomini, non serve molto soffermarsi a ridire – voce
per voce – tutto quanto ha operato in vita nei campi più
diversi, dall’attività industriale alla politica, dalla sociologia
alla cultura, dall’urbanistica all’architettura ( a quella
urbanistica e a quella architettura che erano forse il suo
«hobby» più felice). Né ripetere come «teso alla ricerca
di nuove vie di fratellanza umana, di armonioso convivere
della società», attraverso ad una concezione evangelica
e del mondo e del lavoro, fosse «scopo della sua vita
migliorare la sorte degli uomini», cristianamente aperto
com’era «ai problemi della gente umile, dei sofferenti e
dei bisognosi».
Oggi non serve più molto ricordare queste cose: tanti le
hanno dette, sono note a tutti, tutti le sanno; troppi
segni visibili – opere, istituzioni – rimangono. Sopravvivono
a lui per darne testimonianza, parlano ancora di lui dopo morto.
Oggi forse più giova richiamarsi a qualcuno dei suoi scritti,
rileggere i suoi discorsi agli operai di Ivrea, di Pozzuoli; giova
isolarne qualche passo che meglio ne riassume «pensiero
e azioni», qualcuno dei passi come questi:
«Porre la tecnica al servizio dell’uomo...»
«Creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e
del capitalismo...».
Questa duplice lotta nel campo materiale e nella sfera
spirituale – per la fabbrica che amiamo – è l’impegno più
alto e la ragione della mia vita...».
«Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali,
se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo
nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica
la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di
distruzione e di disordine.
«L’ordine è certamente di potenza divina, perché solo per
opera sua può manifestarsi il bello nel numero e nella qualità.
Ma il disordine ancora prevale. Ne siamo colpevoli quando
incontriamo – e la tristezza ci avvince – il diseredato,
il disoccupato, quando nei rioni delle nostre città e nei
borghi vediamo giocare in letizia nugoli di bimbi che hanno
soltanto a loro difesa il sole – caldo e materno – e nulla
sappiamo del loro avvenire: è ancora disordine quando
vediamo le nostre città crescere senza piani, senza spazi
verdi, nel rumore e nella bruttezza.
Noi sogniamo una comunità libera, ove la dimora dell’uomo
non sia in conflitto né con la natura, né con la bellezza,
e ove ognuno possa andare incontro con gioia al suo
lavoro e alla sua missione».
«...se gli uomini fossero stati aiutati dall’ambiente a
camminare verso i quattro cardini dello spirito, l’amore e
la bellezza, la giustizia e la verità, tutti i mali sarebbero
spazzati via e la terra diverrebbe finalmente degna
di ricevere il regno di Dio».