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Storia della progettazione architettonica
 
 
 







 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


STORIA DELLA PROGETTAZIONE
ARCHITETTONICA


Storia/progetto: per un utile incontro
transdisciplinare


di Mario Manieri Elia

Nel lavoro d’avvio di un Corso di Perfezionamento
sulla Storia della progettazione architettonica, più
volte ci siamo chiesti perché mai a un simile settore
di studio, così palesemente centrale nell’orizzonte
culturale degli architetti, si fosse dedicato, sia
nelle strutture istituzionali per l’istruzione che nella
informazione tecnica e nella modellistica, così poco
spazio; mentre tanto ne ha preso la Storia
dell’architettura, intesa quest’ultima in un modo
più o meno tradizionale. E la risposta sembra
risiedere nel fatto che l’establishment culturale
tuttora dominante tende, in generale, a fare Storia
di ciò che ha già una storia, riconoscibile
hegelianamente come ‘grande disegno’, tracciato
a rappresentare un cammino ordinato verso
previsti obiettivi e nitidamente espresso nella
propria razionale compiutezza. Una storia già
riversata ed esaurita nella storiografia, insomma.
E ciò, a dispetto del fatto inconfutabile che
chiunque operi nel mondo della progettazione
sa che, invece, la sua prestazione, anche se
spesso orgogliosamente agganciata a salde
tradizioni di metodologie regolative, è
inevitabilmente processuale e solo in parte
prevedibile, per il fatto stesso che si svolge in
contesti in cui, sia che si tratti di spazi naturali
che di luoghi storici, ben poco vi è di statico e
di stabilizzato. Per cui il progetto è spesso esito
di una rincorsa volta ad afferrare e gestire i dati
mutevoli di un contesto in evoluzione.
Non diverso, d’altra parte, appare il moderno
lavoro di ricerca storica, consapevole (speriamo
che lo sia!) di esplicarsi nell’imprevedibile dinamica
di flussi evenemenziali, entro i quali gli impegni
dello storiografo tendono a raccogliersi intorno
all’individuazione e all’approfondimento di alcuni
processi significativi, parziali e descrivibili.
Il che presuppone capacità di selezione e
determinazione nell’interpretare; si tratta, insomma,
di un processo di proposta/verifica che si pone -
anche etimologicamente - nell’area del ‘progetto’.
D’altronde, si fa progetto di ciò cui noi decidiamo di
donare senso; non senza, prima ancora, avere noi
stessi - consapevolmente o no - assunto senso,
entro la più ampia contestualità semantica della
realtà in cui ci muoviamo. Vale a dire che l’approccio
storico e quello progettuale, in una concezione
coscientemente dinamica, tendono a convergere
entro una pratica vitale di comprensione -
comprehensione -, di conoscenza/controllo del
reale. Ci si dispone ad assumere un settore di
realtà e, nell’ambito di esso, fare le nostre scelte,
selezionare, appunto; e, poi, elaborare
criticamente. Poniamoci, ad esempio di fronte
alla città esistente: essa, in quanto modo
insediativo urbano può dirsi l’erede antropologico
e tipologico di una evoluzione plurimillenaria ma
anche l’esito identitario di una specifica vicenda
sociale. Un ‘testo’ che essa oggi ci propone,
quando interveniamo sia come storici che come
progettisti, troppo carico di materiali e di valori
spesso impliciti o, addirittura, fuorvianti , per
essere assunto, riduttivamente, come un ‘pre-testo’
per una lettura finalizzata o per l’improvvisata
inserzione di un prodotto progettuale. Piuttosto,
se mai, come un ipertesto, plurale e confuso,
che invia ai nostri sensi un coro di messaggi, che
si propongono al nostro attento ascolto critico,
nei loro accordi e nelle dissonanze. Ciò che
abbiamo di fronte, specialmente nella città
storica ma non solo, è generalmente una
sovrabbondanza di messaggi contestuali che
registra concentrazioni e vuoti, rapsodicamente
assemblati; attraverso i quali è possibile
riconoscere flussi di significato talora assertivi e
compatti, tal’altra incrociati e compromessi tra
loro, non privi di grumi di senso inattesi e complessi,
polarizzati sulle più significative tracce storiche e
sui principali luoghi della memoria. E questa
ipertrofia di senso, se non ci paralizza, ci
responsabilizza nei riguardi soprattutto degli
aspetti identitari di questo patrimonio, che pone
sia allo sguardo storico-critico che a quello
operativo-progettuale identici problemi di ordine
ermeneutico transdisciplinare. Spronandoci anche
ad inedite pratiche conoscitivo-progettuali
metadisciplinari messe in atto per abitare quel poco
che, nella città, c’è ancora di disabitato; e, in un
certo senso, a spingere il progetto ‘fuori dal
progetto’, come ci suggerisce il lavoro di
Francesco Careri sulla città di Zonzo.
Cacciari, nella sua introduzione al Corso, ha
passaggi illuminanti su questo incontro tra
discipline oggi strumentalmente separate,
riferendosi infine alla necessità di una
collaborazione tra figure diverse: sostanzialmente,
tra gli ‘storici’ e i ‘tecnici’. Ma lo stesso obiettivo
diremmo che possa essere perseguito dalla
coniugazione tra due metodi o tra due apparati
disciplinari, non necessariamente agìti da persone
diverse. Si potrebbe, forse, asserire arditamente
che i casi in cui la risposta progettuale trasformativa
sul patrimonio storico risulta più autentica si
devono alla capacità di sintesi di un solo operatore,
dotato di adeguate disposizione all’ascolto e
capacità induttiva. Si pensi, se si vuole, al Le
Corbusier di Chandigarh ma anche, perché no - il
richiamo è meno scontato e a me molto caro - al
Tafuri giovanissimo, prima che la scelta per la
storia divenisse preponderante e irreversibile.
La progettazione, insomma, in un’ottica moderna,
tende ad apparirci essa stessa lavoro storico,
piuttosto che o prima ancora che ‘oggetto’ di
lavoro storico. Ed è singolare, ma anche
correttissimo, che lavorando sul rapporto
storia/progetto, si sia giunti a disperdere o a
fondere, quasi in forma di crasi, il carattere
binario del discorso.
Ma proviamo, nel rispetto del più classico metodo
storico, a ripartire dalle ‘origini’, cogliendo nella
pulsione progettuale la categoria primordiale
dell’adattamento all’ambiente mutevole. Tra i
meccanismi posti in essere dall’uomo per abitare il
mondo, fondamentale nell’economia dell’informazione
è, come è noto, la conquista del linguaggio; un
adattamento alle convenzioni comunicazionali che
via via, nei suoi percorsi evolutivi, gli consente di
disporre di informazioni anche di altissima densità
e qualità semantica, alle quali usiamo associare la
parola ‘arte’ . I linguaggi artistici, infatti - dalla
danza, al canto e dalla rappresentazione figurativa
alla costruzione spaziale - stabiliscono rapporti
significativi e vitali tra gli uomini e le cose: più
effimeri e gestuali, forse, i primi; più elaborati e
stabili, i secondi. Comunque, operanti in forza di
processi intenzionali, induttivi/deduttivi ad altissimi
rendimento informativo e incidenza sul contesto,
che implicano capacità di simbolizzazione e di
progetto.
E mentre la contestualità è una dimensione che
accomuna l’architettura a tutti i prodotti artistici,
la progettazione architettonica - nel suo fare i
conti con lo spazio delle funzioni e, prima ancora,
con le forze gravitazionali e atmosferiche - sembra
assumere il ruolo più impegnativo, nell’esser - ci
trasformativamente nel mondo e nella storia; un
ruolo che implica capacità di decisione condivisa e
volontà di trasmissione stabile delle cose e dei
significati. Una STABILITÀ-FIRMITAS che diviene
lo statuto vitruvianamente primario che l’opera
architettonica, esito conclusivo delle fasi transitorie
dedicate al progetto, è destinata a esprimere,
espungendo appunto, in ragione di tale valore di
fisicità e di concretezza, il senso provvisorio e
perfettibile dei prodotti parziali delle varie fasi
progettuali.
Dal che si potrebbe dedurre una priorità e quasi
una supremazia della costruzione, intesa in senso
materiale, sulla immagine, intesa in senso sia
figurale che semantico. Se non che, nel nostro
lavoro sulla storia della progettazione, i numerosi
interventi di specialisti degli aspetti strutturali -
basterà citare, tra gli interventi qui riportati,
José Luis González, con la sua focalizzazione della
grande rivoluzione introdotta anche in questo
campo da Galileo, e Carlo Baggio, con la sua
analisi a contrappelo delle contraddizioni logiche
rimaste implicite nei monumenti del passato -
hanno rivelato la persistenza, anche nella fisicità
costruttiva, di disparità ed incoerenze tra
l’apparato logico da cui il progetto strutturale
appare informato e l’esito concreto che il percorso
progettuale, nella sua complessa gestazione,
ha finito, volutamente o no, per esprimere.
Questo distacco concettuale tra l’opera, come
prodotto architettonico realizzato, e la
progettazione, come percorso denotativo/
performativo dotato di proprie autonome
peculiarità - concetto su cui da tempo lavoriamo -,
dà spazio ad un’ampia area di ricerca e di
documentazione rivolta al sinora trascurato
patrimonio di materiali tecnici preparatori ai
progetti architettonici che, particolarmente per
le fasi più recenti, costituisce un prezioso
complemento conoscitivo; come emerge con
chiarezza nell’intervento sugli archivi dell’architettura
contemporanea di Margherita Guccione.
Su questa attenzione alla autoreferenzialità del
progetto, colta nel suo farsi, ha concentrato la
sua attenzione critica anche Maya Segarra
Lagunes, che ha fondato il suo corso di lezioni
sulla spesso trascurata strumentazione intellettuale
e tecnica espletata, appunto, nei vari ambienti e
nelle diverse fasi storiche, durante la fase
progettuale.
Si tratta di un distacco che si divarica e diviene
tanto più oppositivo, quanto più il linguaggio, che
nell’opera si integra, è apertamente finalizzato a
quel radicamento spazio-temporale che, inchiodando
la storia alla storiografia, fa emergere (forzatamente)
la costruzione umana come prodotto fermo, capace
di una sua autoreferenzialità, ancorché immersa nel
flusso del divenire. Gli esempi canonici di ciò sono
nel Classico antico: si pensi all’assertività semantica
del Partenone o del Colosseo; due topoi che, non a
caso, sono le prime immagini che la parola stessa
ARCHITETTURA evoca. E si può dire che il linguaggio
architettonico, almeno in Occidente, nasca e si
sviluppi scontando, non senza tensioni, una vera e
propria intrinseca contraddizione: quella di un
processo formativo che si pone naturalmente nel
divenire ma che è condizionato da una intenzionalità
espressiva - quella della stabilità e della de-finizione
- che al divenire stesso pone barriera.
Che è poi il paradosso, o l’ossimoro, denunciato da
Cacciari alla conclusione del suo intervento.
Tra queste due dimensioni, evolutiva la prima e
antievolutiva l’altra, la Storia dell’architettura ha
ritenuto di operare una scelta rassicurante e
(richiamando ancora Cacciari) cartesianamente
scientifica -, polarizzandosi nell’analisi dei linguaggi
giudicati maturi e de-finiti; riluttante ad assumere
la natura inevitabilmente precaria e mutevole,
sia in senso materiale che linguistico, insita
contraddittoriamente anche nelle stesse opere
prescelte come pietre miliari di questa stabilità.
Come poteva affrontarsi, quindi, l’avventuroso
tema della Storia di un’attività ‘duttile e reversibile’
come la Progettazione? Si è preferito, appunto,
lasciarla da parte.
Ed eccoci a rivendicarne, invece, la centralità:
lo facciamo da anni, nella didattica e nella
pubblicistica; ed ora con questo Corso alla sua
quarta annualità, nel cui titolo la storia e la
progettazione sembrano rincorrersi significativamente,
così come, del resto, celebrano la loro congiunzione
nel titolo della rivista Topos e Progetto, ora al suo
quinto fascicolo.
Attesoché, in coerenza con i luoghi teorici ormai
acquisiti dalle scienze cognitive, l’oggetto precipuo
del lavoro storico è, e non può non essere, il
divenire - consapevolezza condivisa da Maurizio
Gargano che, nelle sue riflessioni, lo induce a definire
quello dello storico «un arduo compito» -, sono
proprio gli aspetti evolutivi del linguaggio, sia nel
senso più ampio, di ‘adattamento all’ambiente
mutevole’, che nel senso più specifico, di linguaggio
architettonico e di progettazione, quelli in cui lo
storico avverte ‘odore di carne umana’ . Il lavoro
progettuale, responsabile della forma del costruito,
come processo di donazione di senso formalizzata
secondo una traduzione segnica dei ‘significati’, si
muove anch’esso nello spazio e nel tempo, seguendo
percorsi evolutivi secolari e complessi.
Basti pensare agli ‘ordini architettonici’ classici, la
cui definizione canonica impegnerà, a più riprese
(peraltro secolari) le società e le culture
mediterranee ed europee. Ma di questo misterioso
e solo apparentemente coerente e determinato
disegno bimillenario di codificazione linguistica,
il lavoro storico più serio non ha mancato di indagare
ed assumere l’implicita complessità evolutiva e la
produttività culturale delle differenze e delle
alternative lessicali prodottesi nel tempo, sino
all’esplodere della fervida Babele comunicazionale
dei revivals, prima - quando il pensiero creativo,
nello strutturarsi della metropoli, fu dominato dal
tema della centralità del lavoro -; e delle
‘avanguardie’, alle soglie del XX secolo - quando
il lavoro viene sostituito, nella sua centralità, dal
consumo; o dalle tre C - circolazione,
comunicazione, consumo - di cui ha parlato Augé,
nel suo intervento sulla città intesa come dialettica
tra pieno e vuoto. Nel primo passaggio, lo spazio
per la cultura del progetto, nel senso regolativo e
organizzativo indicato da Cartesio, fu, fino agli
anni Trenta, immenso e fondativo; e lo si legge
chiaramente nel contributo di Panizza, su due ben
individuati, importanti momenti produttivi d’inizio
secolo XX. Nel secondo momento, invece, tutti i
margini regolativi e categorici vengono revocati in
discussione dalle dinamiche paniche del mercato
e la ricerca linguistica spalancherà i suoi ambiti di
ascolto e di sperimentazione, annullando (ma solo
per qualche decennio, in verità) i fondamenti
tradizionali, contro ogni istanza stabilizzante e
istituzionalizzante.
Ora siamo di nuovo in mezzo al guado. Tra le tracce
concrete del passato, che ispirano enfatici
investimenti simbolici o rigidità riduttive e
altrettanto fuorvianti , e le spinte aleatorie dei
linguaggi del mercato e del consumo , si richiude
una dialettica oppositiva che non risolve il grande
tema del superamento del paradosso di dar forma
stabile alla ‘città-mollusco’ evocata da Einstein, e
presagita, va ricordato, dal pensiero architettonico
già dalla metà del Settecento, se questo è il senso
del Campo Marzio piranesiano . In tale situazione,
hanno trovato spazio le valenze più anarchiche
della progettazione, trovando una sponda nella
rappresentazione informatica. Ora occorre rifondare
una epistème del progetto assumendo come dato
condiviso la necessità di dar pienamente spazio a
una concezione dinamica che investa - ecco il
luogo irrinunciabile - sia l’approccio conoscitivo-
critico che quello conoscitivo-progettuale,
intrecciando le due letture al punto che la
progettazione stessa, muovendo da
un’interpretazione del reale, tenderà a divenire,
essa stessa, a tutti gli effetti ‘lavoro storico-critico’;
come, del resto, Manfredo Tafuri aveva intuito
tra i primi (restando prima frainteso e poi fuorviato).
Quindi, infine, la ‘Storia della progettazione
architettonica’ giungerà, in un certo senso,
ad assumere valore metastorico: di storia della
storia. Un senso complesso e contraddittorio,
cioè, di cui, come si è detto, la storiografia
tradizionale ha, finché ha potuto, evitato di farsi
carico - e prevedibilmente continuerà a farlo -,
ma che si pone come strumento decisivo di
comprensione del rapporto tra gli uomini e le cose,
per elaborare e rendere feconda l’incidenza
operativa tra i progettisti che si rivolgono ad un
inevitabile futuro e quell’inarrestabile divenire
che Marc Augé, nel suo intervento qui pubblicato,
legge come un soffocante e persistente presente.
Comprendere (nel senso portato in aula da Cacciari,
riferibile al greco Proairesis) - assumere il divenire -
implica, tanto per lo storico che per l’architetto,
che per l’architetto-storico, che per lo storico-
architetto, una disposizione compiutamente e
definitivamente progettuale, sia come percorso
deduttivo/induttivo di analisi/sintesi, sia come
corto-circuito intuitivo/gestuale, in uno sporgersi
sullo spazio del mutamento che, nella carenza
dei solidi appigli offerti dalla tradizione e nel rischio
di precarietà degli esiti, può provocare quella
vera e propria ansia da prestazione che deve farsi
risalire al paradosso di base (scaturito
dall’alternativa binaria tra sguardo storico e
sguardo progettuale) il quale, per quanto
consapevole, resta rischioso. E tale ansia non
può non condizionare il progetto, caricandolo
semanticamente di un ulteriore, certamente
inquietante ma autentico, valore aggiunto.
Siamo nel pieno di quel rapporto ‘dialogico’ con
le cose cui Gadamer ha attribuito il valore di ‘verità
ermeneutica’: un rapporto di feed-back in cui
l’osservatore, che sia storico o architetto, entra
con la ‘cosa’ in un relazione biunivoca, «lasciandosi
determinare da essa», dopo averne presupposto ed
assunto 1’alterità. Ed ecco che la conoscenza
progettuale, immergendosi nel mondo delle cose
per ‘comprenderle’, fornisce agli uomini quel vitale
aggancio che Gadamer, partendo da Heidegger,
riassume nel fulminante aforisma: «Chi vuol
comprendere un testo, compie un progetto».
Che si rovescia facilmente: «Occorre comprendere
il testo per compiere un progetto», assumibile in
questa sede. Intendendo, ovviamente: progetto
storico.