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Eventi
sismici e occasioni di progetto,
da Messina a San Giuliano di Puglia
di Michele Bonino e Chiara
Calderini
A dispetto
dei numerosi e continui eventi sismici che
hanno segnato la storia del patrimonio costruito del
nostro paese, colpisce come l’architettura italiana
contemporanea abbia raramente considerato il
terremoto come base di progetto. Abitualmente
relegato a mero problema tecnico-ingegneristico,
pratica sterile per ingegneri e costruttori di norme, il
problema della idoneità sismica delle costruzioni e,
a scala più estesa, dei sistemi urbani, in pochi casi
è stato tema di riflessione disciplinare per gli architetti.
Casi che diventano pochissimi se si distinguono i reali
e duraturi momenti di incontro tra composizione
architettonica e tecnica antisismica da quelle occasioni,
successive ai grandi terremoti, in cui l’architettura
ha voluto proporsi per un ruolo sociale di ripristino delle
condizioni perdute, pertinente ma spesso rimasto sul
piano simbolico.
Nel giugno del 1981, la rivista “Casabella” pubblica
un numero monografico sul problema sismico in Italia.
Un forte terremoto ha da poco colpito il paese: quello
dell’Irpinia del 23 novembre 1980. Nell’editoriale, Tomàs
Maldonado sottolinea, da una parte, l’esigenza
dell’affermazione di una cultura di governo del territorio
“che faccia perno sulle competenze tecnico-scientifiche”,
dall’altra la necessità dell’affermazione di una “coscienza
sismica di massa”. Si tratta di temi ancora vivi e attuali,
che sono riemersi con violenza in seguito agli ultimi
eventi sismici che hanno investito il paese, in particolare
il recente terremoto del Molise (31 Ottobre 2002).
Se l’appello a competenze tecnico-scientifiche, in
campo sismico, sottintende generalmente pratiche di
tipo ingegneristico, è evidente che non solo a queste si
riferiva Maldonado, rivolgendosi ai lettori architetti: ma il
tema restava aperto. “Parametro”, oggi, si propone
l’obiettivo di indagare quale sia stato il rapporto tra
architettura, progetto e terremoto nel XX secolo, nella
convinzione che questo sia un nodo fondamentale
(quanto trascurato) nella ricerca per la sicurezza
sismica del nostro paese.
Il XX secolo in Italia viene inaugurato dal terremoto di
Messina nel 1908, catastrofico quanto stimolante per il
dibattito disciplinare: le città ideali anti-sismiche
proposte da Giuseppe Torres, gli studi di Giovannoni per
la ricostruzione di Reggio Calabria, il concorso
internazionale per la “casa anti-sismica… Si susseguono,
tra i molti altri, i terremoti di Sora e Avezzano nel 1915,
del Belice nel 1968, quello del Friuli nel 1976 e quello
campano nel 1980; infine i due terremoti appenninici
delle Marche-Umbria, nel 1997, e del Molise nel 2002.
Eventi che attraversano tutto lo sviluppo edilizio
contemporaneo, nel dibattito tecnico-ingegneristico
risultano momenti centrali di riflessione e di verifica:
occorre però domandarsi come si è posta la cultura
architettonica di fronte a questa successione di eventi.
Dal punto
di vista progettuale, due sembrano i principali
temi su cui la composizione architettonica può portare
un deciso contributo al problema sismico. Effetti “di tipo”
ed effetti “di sito” sono categorie centrali per l’ingegneria
sismica. Ma si scopre come siano in realtà ricchi
(e necessari) i loro risvolti architettonici: la definizione
di tipologie costruttive opportune e la gestione del
problema urbanistico-territoriale degli effetti di sito.
A sfatare un mito rudemente tecnocratico sul rapporto
tra sicurezza e costruzioni, si consideri come in campo
sismico un ruolo fondamentale nella sicurezza sia giocato
dalla “tipologia”. Ricadendo solo in seconda istanza nel
campo delle verifiche numeriche che competono alla
tecnica dell’ingegneria, la definizione di forme e geometrie
idonee alla costruzione in zona sismica è tema pertinente
al progetto di architettura, e riflessione fortemente
intrinseca alla sua cultura.
La storia tipologica del costruito in Italia è stata
tradizionalmente improntata, nella sua evoluzione, dalla
paura del terremoto. Gli esempi sono innumerevoli.
La mancata affermazione della pratica architettonica
gotica in Italia non ha ragioni puramente culturali:
la tipologia estrema della cattedrale gotica, slanciata
in elevazione e fondata sulla ricerca dell’ottimizzazione
delle strutture portanti e sull’annullamento delle spinte,
ha potuto nascere e diffondersi in Francia e Germania,
zone a bassissima sismicità. Ma non avrebbe potuto
resistere in Italia, dove infatti si impongono modelli
tipologici scarsamente elevati. Casi forse d’eccezione
sono alcune cattedrali della pianura padana (si pensi
al Duomo di Milano), zona però, non a caso, a scarsa
sismicità. Lo stesso può dirsi dei record di elevazione
raggiunti da Alessandro Antonelli, che, seppure a volte
incoscienziosamente ardito, probabilmente non avrebbe
mai osato costruire la Mole a Catania.
Un tema significativo di ricerca, in questo senso, può
essere l’atteggiamento della cultura architettonica
italiana di fronte al diffondersi del Movimento moderno:
prendendo in considerazione l’esempio più riconosciuto,
i Cinque Punti di Le Corbusier paiono quanto di peggio
si possa ideare per la sicurezza sismica di una costruzione.
E, a costo di sembrare tendenziosi, si può mettere in
evidenza come il Moderno nasca, di nuovo, prima in
Francia e in Germania, aree a scarso rischio sismico.
Se nel XIV secolo l’Italia aveva in qualche modo adattato
(o rifiutato) le forme del Gotico Internazionale alle
esigenze di sicurezza di un paese “sulle molle”, come si
comporta nel XX secolo? Nei casi di adesione alle ipotesi
del Movimento moderno, assume incondizionatamente le
forme e le tecniche di quell’architettura? Oppure definisce
schemi propri e locali di mutazione? Sono queste domande
che, almeno dal punto di vista teorico, si pongono al centro
della questione del rapporto progetto/tipo/vulnerabilità
sismica.. Rapporto che assume connotati particolarmente
significativi se, dall’analisi di singole architetture, si passa
alla scala edilizia dei centri urbani.
E’
noto, in campo sismico, come a causa di particolari
caratteristiche geomorfologiche del terreno vi siano alcuni
siti più pericolosi di altri. Un caso emblematico degli “effetti
di sito” si è manifestato nella città di Bucarest,
colpita da
un disastroso terremoto alla fine degli anni ’60.
In quell’occasione, un unico, intero quartiere storico della
città subì danni minimi rispetto agli altri. Dopo il terremoto,
che aveva “collaudato” la città, Ceausescu fece abbattere
quell’intero quartiere per costruirvi il suo palazzo presidenziale.
Il tempo, prima che la scienza, ha collaudato i siti dell’uomo:
e l’uomo ha saputo, per secoli, costruire in luoghi sicuri.
Ma spesso l’oblio, la necessità, o l’avidità
di suolo, hanno
portato a trascurare l’importanza della scelta del sito.
Sono numerosi gli esempi di espansione urbana contemporanea
in cui, presente un borgo antico arroccato sulla cima di un
colle, le nuove costruzioni vengono realizzate nei terreni
sedimentari limitrofi. Quando il “collaudo” del terremoto
fallisce, si registrano fenomeni macroscopici come
l’abbandono di interi paesi (noti i casi non solo di Gibellina,
ma anche di Craco nel Materano e di Bussana Vecchia in
Liguria), contrapposto a scelte, anche politiche, come quella
friulana, dove nessun centro abitato è stato lasciato anche
a costo di un più alto impegno economico.
Oggi, in base alle esperienze pilota in particolare seguite al
terremoto friulano del 1976, si dispone di strumenti scientifici
che consentono precise zonizzazioni del territorio in aree
a diversa pericolosità. L’adozione di questi strumenti nella
definizione dei piani urbanistici è tematica pertinente alla
progettazione urbana e territoriale.
Ma, nel complesso, paiono mancare robuste argomentazioni
per poter sostenere che il tema sismico sia stato
coscientemente affrontato dal progetto architettonico o
urbano. Più spesso, piuttosto, il terremoto appare come
occasione “naturale” di progettazione (alla stregua delle
ricostruzioni post-belliche). Si pensi agli sventramenti
naturali delle città, occasione di vere e proprie rivoluzioni
urbanistiche: si ricorda il caso storico di Lisbona, dopo il
terremoto del 1783, ma anche i casi italiani della ricostruzioni
di Reggio Calabria e ancora, a livello territoriale, del Friuli
(occasioni potenziali di rinnovamento non solo urbanistico,
ma anche in qualche modo “formale”, della città).
Riconosciute
le due principali occasioni di incontro tra
progetto di architettura e sicurezza sismica, si osserva
come, nella realtà, anche altri siano gli aspetti su cui
l’architettura è chiamata ad operare: ad esempio la gestione
dell’emergenza, con la progettazione dei paesi provvisori.
Si tratta di case “a tempo” (ma le tendopoli di Col Fiorito,
in Umbria, permangono in parte ancora oggi, sei anni dopo)
che costituiscono veri e propri insediamenti, dotati di
pseudo-infrastrutture e servizi pubblici. La costruzione di
questi sistemi urbani in miniatura è occasione di progetto
e si pone come opportunità di un decisivo contributo
solidaristico dell’architettura. E’ tema strettamente
progettuale anche il controllo, in relazione al problema
sismico, di sistemi urbani sempre più complessi, per quanto
riguarda infrastrutture e impianti: si pensi a come i
giapponesi vedano negli incendi sviluppatisi in seguito
all’alterazione degli impianti, più che nella scossa vera
e propria, il principale problema del terremoto.
Infine, anche la formazione di quella “coscienza sismica di
massa” cui si riferiva Maldonado, sembra chiamare a una
discussione che coinvolga da vicino i progettisti.
Spesso muove verso una reale sensibilità per il problema
sismico la memoria del terremoto, più raramente la
promulgazione di provvedimenti normativi: a nulla è valsa,
ad esempio, l’ordinanza del 1998 che collocava i comuni
molisani, colpiti nel 2002, nelle zone a rischio sismico.
Di fronte al provvedimento normativo, che non ha condotto
a esiti costruttivi concreti (si pensi alla sopraelevazione
e ristrutturazione della scuola “ Francesco Jovine” di
san Giuliano, inaugurata il 13 settembre 2002 senza studi
di sicurezza sismica, e crollata tragicamente appena
un mese e mezzo dopo), ha prevalso per le istituzioni,
i professionisti, gli abitanti la mancanza di una memoria
consolidata del terremoto: la zona non era mai stata
colpita da sismi rilevanti.
Proprio il
riferimento al più recente caso di sfollamento e
ricostruzione post-sismica, quello di San Giuliano di Puglia,
sembra descrivere in sé la maggior parte dei problemi
sin qui discussi, a livello generale e teorico: la riflessione
proposta chiama a un suo approfondimento.
Il 31 ottobre 2002 una scossa di VIII grado della scala
Mercalli colpisce la Provincia di Campobasso, provocando
particolari danni nel territorio di San Giuliano. E’ ancora
viva la memoria del drammatico crollo (l’unico verificatosi
nel paese), della scuola “Jovine”, che porta alla morte di
27 bambini e una maestra; di fronte alla tragicità
dell’accaduto, raramente si ricorda invece che quel giorno
ben 1163 abitanti (su un totale di 1500 residenti nel
territorio comunale) lasciano le loro case, fortemente
danneggiate così come le reti fognarie ed elettriche del
paese, ormai inutilizzabili. Vivono attualmente
nell’”Insediamento Abitativo Temporaneo”, una vera e
propria città parallela con scuole, negozi e servizi, i cui
143 chalet di legno sono stati inaugurati alla fine
di marzo del 2003.
Nella seduta della Camera dei Deputati n. 216 del 4/11/2002,
il ministro degli Interni riferisce che «Il presidente del
Consiglio ha assicurato che entro 24 mesi il comune di San
Giuliano e gli altri colpiti dal terremoto saranno riconsegnati
alla completa fruibilità dei residenti. Saranno ricostruite
nuove case, nuove strade, spazi verdi e luoghi di aggregazione
sociale». Il giorno precedente il Consiglio dei Ministri aveva
già approvato un decreto legge per gli interventi più urgenti:
ma quali sono le prospettive rispetto alla ricostruzione di
San Giuliano, obiettivo complesso e a più lunga scadenza?
Se atenei come la seconda Università degli studi di Napoli,
all’indomani del terremoto, si offrono di redigere il progetto
gratuitamente, nella citata seduta parlamentare Alfonso
Pecoraro Scanio commenta: “Ho letto un'intervista
all'architetto Giancarlo Ragazzi, il quale sostiene di aver
ricevuto una sorta di incarico esplorativo da parte del
Presidente del Consiglio, per la ricostruzione di un centro
residenziale nel territorio del comune di San Giuliano di
Puglia. … dobbiamo evitare che anche in questioni così
gravi e delicate, vi sia una commistione tra ruolo privato
e ruolo pubblico”. Ragazzi, architetto legato all’Edilnord
di Silvio Berlusconi da quando si occupa negli anni settanta
della progettazione di Milano 2, nonché nel 1987 del terzo
anello di San Siro, conferma il giorno successivo a
“La Padania”: «I tempi sono “bruciatissimi”,
ci muoveremo
molto in fretta per consentire di entrare il prima possibile
nella fase di realizzazione ».
Se il terremoto stimola velocemente la promulgazione, già
entro il mese di marzo 2003, di una nuova Normativa
Sismica Nazionale, i tempi della ricostruzione non saranno
brevi come previsto. Il 29 marzo 2004, il Piano di
ricostruzione di San Giuliano viene approvato dal Consiglio
Comunale come variante al PRG: al maggio 2004, il
documento giace presso la regione Molise, in attesa di
definitiva approvazione. “Una mancanza totale di legislazione
specifica sulla ricostruzione – lamenta l’ingegner Leo D’Alesio,
tra i coordinatori urbanistici del progetto - ha costretto
a produrre una procedura ad hoc, allungando notevolmente
i tempi”. Del 10 aprile 2003 è infatti l’Ordinanza
del Presidente
del Consiglio dei Ministri n. 3279, che affida al presidente
della Regione Molise il coordinamento complessivo della
pianificazione degli interventi, con la possibilità di affidare
la progettazione delle opere tramite trattativa privata,
in deroga alle procedure ordinarie (art. 3). In particolare,
per San Giuliano, si affida al sindaco, d’intesa con il
presidente della Regione, la responsabilità di un piano di
ricostruzione da presentarsi entro 45 giorni dall’ordinanza.
Nel mese di maggio il primo cittadino Antonio Borrelli
convoca un gruppo di 12 tecnici, rappresentanti di diverse
competenze, da quella idrogeologica a quella viabilistica.
Le responsabilità urbanistico-architettoniche sono affidate
a Leo D’Alesio e Giancarlo Ragazzi.
Durante i
30 giorni di pubblicazione del Piano, in novembre,
il comitato formato dai rappresentanti del mondo produttivo
e della società civile di San Giuliano (la “Consulta) obietta
al progetto l’eccessiva enfasi riposta su nuove opere
pubbliche, considerate sovradimensionate, e sugli spazi
verdi, in un paese di appena mille abitanti circondato dalle
campagne. Sono invece previste dal piano, che rilocalizza
una nuova capacità abitativa al fianco del preesistente
paese, particolari attenzioni alla tipologia costruttiva, che
recupera quella del centro storico stabilendo altezze massime
di 7,50 o 10 metri; si coglie inoltre l’occasione per il recupero
di edifici storici, come il palazzo marchesale di origine
medievale, per lunghi anni in disuso e ora localizzazione
ipotizzata
per il nuovo Municipio.
Idrogeologia, ingegneria sismica e strutturale, restauro,
urbanistica, composizione architettonica, diventano allo
stesso modo, e per natura, componenti inevitabili di un
piano di ricostruzione: quasi un dato di fatto, a cui una
riflessione duratura e generalizzata, non ricondotta alla
contingenza degli eventi sismici, dovrebbe trovare
l’architettura pronta a rispondere.
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