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IL
VIRTUALE: IL SENZA FORMA IN ARCHITETTURA
di Ingeborg Rocker
Che cos’è
il virtuale? Come può essere reso vero in architettura? Per rispondere
a queste domande dobbiamo pensare all’attualizzazione del virtuale
come ad un
processo di differenziazione.
Il concetto di differenziazione interpreta la “differenza”
come un qualcosa di “già
dato”, in contrasto con la ragione (che è invece un processo
di identificazione
tendente alla costituzione di assoluti, di identità). Tale nozione
di differenza, fino
ad ora frenata dall’imperio della ragione, non è una legge
di natura o una categoria
della mente, ma è semplicemente un inizio, senza accezione alcuna.
In accordo
con Gilles Deleuze e Félix Guattari, l’attualizzazione del
virtuale prende sempre
luogo dalla differenziazione. Questo intervento chiarificherà l’importanza
della
relazione tra fisico e virtuale e le implicazioni dell’attualizzazione
del virtuale come
un processo di differenziazione.
Una tesi comunemente sostenuta nella comprensione del virtuale in relazione
allo
spazio riguarda la nozione di cyberscape: una realtà alternativa
generata
elettronicamente. Basata su nozioni cartesiane che vedono il virtuale
come
condizione opposta al reale (fisico), essa tenta di rimpiazzare il reale
o la fisicità
dello spazio (architettura) attraverso un virtuale generato grazie alla
tecnologia.
Diventa pertanto importante articolare una teoria alternativa per la virtualità
in
architettura, che non sia basata sulla nozione di realtà virtuale
come simulacro
della realtà o come simulazione della fisicità propria dell’architettura.
L’obiettivo
si concentra in tal senso nello sviluppo di un discorso sulla virtualità
che eviti
l’opposizione dualistica tra virtualità e fisicità,
in favore di una rilettura del virtuale
come presente-ancora-assente nel mondo fisico. Sosteniamo che l’attualizzazione
del virtuale in architettura non sia una determinazione o rappresentazione
a priori,
ma che anzi suggerisca l’idea di una forma che scaturisce da una
delle molteplici
possibili attualizzazioni del DIVENIRE del virtuale. Ciò implica
un’evidente necessità
di rilettura della forma, alla quale non appartengono più le costrizioni
classiche di
funzione e significato e che è ora in grado di mettere in dubbio
il suo stesso valore
rappresentativo.
Piuttosto che vedere il virtuale come opposto al reale, si potrebbe considerare
il
virtuale come un potenziale o una forza. Questo potenziale o forza ha
la capacità
di rendersi all’improvviso manifesto ed effettivo. Il virtuale è
la possibilità di agire
senza fisicità, in maniera operativa, ma SENZA FORMA. La virtualità
nella sua
essenza è la potenzialità contenuta in tutto ciò
che è dato, manifesto e “in atto”.
LA MEMORIA
NEL PRESENTE
L’attualità è percepita come una delle innumerevoli
potenziali manifestazioni del
virtuale (inteso come insieme di processi e di forze), in un preciso dato
momento.
L’attualità, quindi, è un’occorrenza temporale
del virtuale. Questo concetto di
attualità allarga la comune nozione di reale, solitamente percepito
come una
manifestazione fisica che è e rimane “in atto”. Giacché
l’attuale costituisce uno
dei molti stati potenziali del virtuale, esso non rivela mai completamente
le sue
radici virtuali. In altre parole, il virtuale non è mai individuabile
nella sua interezza.
Questa indeterminazione, che definiamo “idea dell’incompleto”,
è esattamente ciò
che noi suggeriamo di mantenere presente in tutte le manifestazioni architettoniche.
Il virtuale in architettura deve rimanere aperto alla sua stessa propria
indeterminatezza.
In opposizione ai tentativi riduzionisti di definire e distinguere chiaramente
oggetto
da soggetto, il virtuale è qui inteso come una potenzialità
multipla, che potrebbe
consentire connessioni e relazioni mai sperimentate prima. Il virtuale,
perciò, può
suggerire una nuova comprensione della complessità, che non presume
una
molteplicità di elementi separati ma che piuttosto suppone l’esistenza
di una varietà
di interrelazioni, interpretabili come attualizzazioni incomplete.
“Se ogni passato è contemporaneo al presente che fu, allora
TUTTO il passato coesiste
con il nuovo presente in relazione al quale è ora passato”
scrive Deleuze. In altre parole,
IL PRESENTE
È NELL’ATTUALIZZAZIONE DEL PASSATO.
Anziché possedere una dimensione univoca, il passato partecipa
alla sintesi del tempo,
che implica la coesistenza di dimensioni passate e presenti. Ogni presente
ha una traccia
virtuale o “memoria” del passato. Di conseguenza il virtuale
è un processo del divenire,
che allude alla possibilità di un presente che si realizza attraverso
il passato.
IL PROCESSO
DEL SENZA FORMA
Questa proposta di interpretazione del virtuale implica un’opposizione
all’idea di
rappresentazione. Mentre la rappresentazione crea una somiglianza, un’immagine,
un modello, o comunque una riproduzione del già dato, allo scopo
di renderlo più definito
nella mente -in altre parole, per renderlo presente-, la nozione di virtualità
destabilizza
la generale nozione cartesiana che ogni oggetto o cosa abbia una forma
chiaramente
determinabile e definibile. Suggeriamo che una cosa possa avere altre
proprietà di
forma oltre a quelle già esperimentate e che il virtuale sia in
grado di informare una
forma, suggerendo un “senza forma”. La generazione dell’informe
è un’attualizzazione
del virtuale in grado di separare la nozione di forma dal simbolico e
dalla rappresentazione
di ciò che è determinato a priori. L’attualizzazione
ha luogo attraverso il processo stesso
del suo farsi; il suo star per divenire. Il senza forma è fragile:
il nostro sistema percettivo
prova continuamente a governare l’informe tentando di ricomporlo
e incanalarlo nella
generazione di una forma. L’idea sempre più chiara del virtuale
come informe non
assomiglia a nulla di conosciuto.
Nel processo dell’attualizzazione il senza forma è prodotto
dal virtuale, che è per
definizione senza una forma. Come opera, dunque, il virtuale nello spazio?
Attraverso
un processo complesso e affatto riduzionista nel quale nonforma e forma,
immateriale e
materiale, presente del passato e presente coesistono. Questa nozione
di virtualità
permette l’abbandono delle forme, delle strutture, delle idee e
dei metodi analitici dati,
consentendo di operare in maniera inaspettata e lasciando da parte ogni
schema
organizzativo che voglia tentare di limitare tutte le possibilità
in anticipo.
LA MACCHINA
ASTRATTA
Per sviluppare una teoria del virtuale in architettura dobbiamo necessariamente
trovare un modello delle relazioni possibili; Deleuze e Guattari rimandano
in tal senso
al concetto di “macchina astratta”. Tale macchina si esprimerebbe
attraverso una
propria articolazione, che cambia nel tempo e non è riducibile
ad una singola
organizzazione: “Le macchine astratte consistono di MATERIE INFORMI
E FUNZIONI
NONFORMALI. Ogni macchina astratta è un aggregato compatto di materie-funzioni.”
La dialettica cartesiana è inattuale per la macchina astratta “perché
essa non ha
più le forme e le sostanze che la distinzione richiede… ogni
macchina astratta può
essere considerata un piano di variazione in grado di collocare senza
sosta variabili
di contenuto e di espressione.” La macchina astratta è “un
composto di materie
informi che mostrano solo gradi di intensità.” Qui tale differenza
di livelli di intensità
è assunta come una condizione di tutti i fenomeni; ed è
proprio nella differenza che
può avvenire l’attualizzazione.
Il progetto per la Virtual House prende dunque luogo in un campo di intensità
variabili.
La condizione di sistema è costituita da un assemblaggio di frecce-vettori
i cui contorni
sono il risultato della azione e reazione delle multiple costrizioni imposte
dalle stesse
condizioni del campo. Lette dalla macchina, queste condizioni producono
la figura.
Il campo di condizioni risultante in ogni dato momento dà forma
ad ogni singolo
momento del fluire tempo. I vettori indicano le mutanti interrelazioni
dentro al campo.
Poiché il virtuale è un continuo divenire, il modello spaziale
per la Virtual House non
può essere una geometria volumetrica data a priori. L’attualizzazione
e le emergenze
formali del virtuale sono indipendenti dalle limitazioni delle geometrie,
delle proporzioni
e delle necessità architettoniche. Piuttosto, l’articolazione
formale emergente in un
dato momento del tempo diviene una parte indistinguibile dal processo
stesso; la
forma è un’espressione in divenire del virtuale.
Il programma per la Virtual House parte da un ricordo spaziale della House
IV di Peter
Eisenman, per la quale nel 1987 egli stesso scrisse un testo intitolato
“The Virtual
House”. La Virtual House è riassunta in nove cubi. Questi
nove cubi costituiscono un
campo potenziale di relazioni e di condizioni interne di interconnettività.
In questo
modello ogni connessione potenziale può essere espressa da un vettore.
Ogni vettore
ha un campo d’influenza che attualizza il suo movimento virtuale
nel tempo.
Questa attualizzazione viene visualizzata attraverso l’effetto di
ogni singolo vettore
sulla linea del rispettivo campo di influenza. I movimenti e le interrelazioni
vengono
prodotti da tali attributi, ora considerati come vincoli, che influenzano
la localizzazione,
l’orientamento, la direzione e la ripetizione di ogni vettore nello
spazio. Questi vincoli
operano uno sull’altro come forze locali. Ogni vincolo agisce e
reagisce in accordo a
tre tipi di campi d’influenza: punti, orientamenti, direzioni. La
condizione di ogni vettore
è registrata da una serie di tracce visuali.
Questo particolare processo individua una macchina astratta formata da
due componenti
che agiscono in un campo di punti e linee, o vettori. Il processo, nello
specifico, prende
due dei nove cubi originali e li considera fianco a fianco: la macchina
legge ogni lato di
ogni cubo, da angolo ad angolo, registrando la traccia della sua lettura.
Una seconda
fase del processo impone poi ai due cubi un vincolo reciproco, che fa
registrare un
movimento di traccia diverso. Tale processo potrebbe essere ripetuto infinitamente
aumentando i vincoli e il numero di cubi. Per gli scopi di questo progetto
è stato imposto
il limite arbitrario di due cubi e di due cicli, andando ad individuare
così un singolo
momento temporale nella molteplicità del virtuale.
La macchina si ferma quando i vincoli producono uno stato di attività
ridotta, cioè quando
le differenze nel sistema sono così minime che non sono più
percepibili. Il processo è
spazio-temporale. Il Tempo non è più visto come una progressione
lineare o come uno
strumento cartesiano di misurazione, ma come una serie di differenti ripetizioni.
Come scrive Deleuze in DIFFERENZA E RIPETIZIONE: “I dinamismi sono
tanto spaziali
quanto temporali. Costituiscono un momento di attualizzazione o differenziazione
non
meno di quanto essi delineino uno spazio di attualizzazione. Non solo
fanno in modo che
questi spazi incarnino relazioni differenziali… ma che i momenti
della differenziazione
incarnino essi stessi il momento della struttura, il tempo della determinazione
progressiva.”
Durante e per mezzo del processo di lettura dei cubi, il tempo si addensa
per dare una
forma al virtuale. Il risultato non è né un’espressione
né una rappresentazione, ma una
forma che rivela il processo del suo divenire e niente altro.
È dunque possibile modellare nello spazio reale il tempo ed il
movimento delle relazioni
che la macchina astratta produce attraverso i vincoli continuamente mutanti
che impone
all’interno del campo. Le singole caratteristiche di ogni movimento
sono definite
dall’assemblaggio dell’interazione della macchina con le forze
locali ed i vincoli imposti
ai due cubi. Ogni elemento di un sistema dato ha la possibilità
di INFLUENZARE o di
AGIRE DI PER SÈ. Può essere contemporaneamente un vincolo
esso stesso, cioè un effetto,
o manifestarsi a causa di un altro vincolo, che in tal modo lo INFLUENZA.
Intendere il
virtuale come manifestazione ed azione apre ad una nuova visione delle
interrelazioni
interne ai sistemi, che chiameremo “condizioni di campo”.
La manifestazione diventa
effettuazione; ha un effetto su qualcosa, diventa partecipante attiva
del processo.
A questo riguardo, il virtuale suggerisce multiple potenzialità
per inedite connessioni o
relazioni.
L’uso di una macchina astratta è anche una critica al riduzionismo
cartesiano nelle
deformazioni volumetriche dei “meta-ball objects” o “nell’uso
della superimposizione di
informazioni [isolate] –come griglie o figure contrastanti–lette
nella loro latente
organizzazione.” La forma e la materialità del progetto non
possono più essere scisse
dal processo generativo, perché il processo di realizzazione è
autogenerante ed
autoeseguente. Se l’attualizzazione del virtuale, cioè la
generazione della forma, è il
programma, allora si può dire che quel programma è sempre
inscritto nella forma.
Se il virtuale è uno sviluppo processuale di interrellazioni complesse,
allora le interrellazioni
del passato coesistono con quelle del presente e del futuro in un’altra
diversa inscrizione.
Lo sviluppo temporale di intensità variabili all’interno
di determinate condizioni di campo
manifesta fluttuazioni ed attualizzazioni su piccola e grande scala. Una
Virtual House
può essere interpretata come un continuum di interazioni relazionali
multiple e
complesse articolantesi in maniera differente nel tempo.
Deleuze scrive: “Per attualizzare il potenziale oggetto virtuale
bisogna creare delle
linee divergenti che corrispondano –senza assomigliarci- ad una
molteplicità virtuale.”
In questa Virtual House la molteplicità virtuale è la memoria
cangiante dei due cubi,
le cui variazioni formali sono dovute alle differenze che intercorrono
nelle loro
interrelazioni durante il processo.
Oltre a ripensare la forma, le caratteristiche virtuali legate alla simultaneità
del
manifestarsi e dell’effettuarsi puntano ad una nuova comprensione
della molteplicità e
fissano distinzioni “reali” tra le parti date di un insieme.
Non è più possibile ridurre e
semplificare la complessità. In opposizione alla nozione cartesiana
di completezza si
apre ora una nuova operatività dell’incompiutezza. Il continuo
desiderio di realizzare
il virtuale genera nuove e ulteriori possibilità e prelude ad un’altra
superiore comprensione
delle interrelazioni e delle ripetizioni.
L’uso di questa accezione di virtuale nel settore dell’architettura
risolve il rischio di
una traduzione banale e letterale del processo di materializzazione dell’immateriale.
È per questo che è basilare indirizzare il fare operativo,
o la condizione del virtuale,
verso il cuore dell’architettura, per fare in modo che l’architettura
si rimetta così in
discussione. Questo permetterebbe che lo spazio architettonico agisse
influenzando
sia il soggetto che l’oggetto. Di ritorno, le regole che governano
uno spazio potrebbero
essere esse stesse condizionate da ciò che dentro quello spazio
accade.
Nella sua realizzazione, l’edificio continua a divenire.
Ingeborg
Cocker è un architetto di Eisenman Architects ed è stata
project architect per
il progetto della Virtual House. Cocker ringrazia Takeshi Okada per la
collaborazione alla
stesura del presente saggio.
Eisenman
Architects:
Peter Eisenman (principale);
Richard Rossen (associato);
Ingeborg Cocker (capogruppo);
Lyod Huber, Bernd Pflumm, Heather Roberge, Selim Vural (gruppo di progetto);
Adriana Cobo, Jan Henrik Hansen, Nikola Jarosch, Sang-Wook Jin, Rasmus
Joergensen,
Bernard Kormoss, Abhijeet Lakhia, Peter Lopez (assistenti di progetto).
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