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Le
"madri dell'architettura moderna":
Alcuni ritratti nel panorama italiano e straniero
di Gisella Bassanini
Pochi nomi ma molte presenze
Alla fine
degli anni Ottanta, mi divertivo a fare un gioco
che sottoponevo a docenti, colleghi, amici; donne e uomini.
Si trattava di fare il nome di almeno cinque architette
italiane che avessero raggiunto una cerca maturità
professionale e delle quali si conoscevano alcuni lavori,
anche in modo sommario. I settori d’indagine erano lasciati
volutamente estesi (architettura, design, urbanistica) e il
numero da raggiungere era del tutto casuale.
Soltanto raramente però riuscivo a dare alla mia sincera
curiosità piena soddisfazione. E questo nonostante allargassi
anche alle straniere la possibilità di essere menzionate,
contravvenendo così alle regole che io stessa avevo creato.
Quel numero cinque si raggiungeva con estrema fatica.
Anche incontrare figure femminili nei libri di architettura,
soprattutto italiani, era allora un ardua impresa.
I nomi che allora uscivano erano in genere: Gae Aulenti,
Cini Boeri, Anna Ferrieri Castelli, qualcuno si ricordava che
a fianco di Franco Albini c’era Franca Helg… Solo qualche
fine conoscitore della storia del Novecento azzardava alcuni
nomi stranieri, citando il gruppo femminile presente al Bauhaus
nel Laboratorio di tessitura diretto da Gunta Stölzl o, sempre
nella stessa scuola, la presenza del tutto eccezionale
di Marianne Brandt nel Laboratorio del metallo.
“Perché così pochi nomi?”, mi chiedevo. “Conseguenza
della
smemoratezza di storici e insegnanti, oppure indice di una reale
assenza delle donne dai territori del progetto?”. E ancora.
“Questi nomi, sono lampi nel cielo, stelle comete, presenze
straordinarie, oppure sono solo un frammento di un mondo
ricco di figure, storie, esperienze, lasciato volutamente, e a
lungo, nell'ombra?” Un mondo che se indagato e ascoltato -
ed è la lezione che ho imparato nel tempo - racconta storie
tutt'altro che marginali e silenti.
Eppure in quegli anni, di donne se ne vedevano ad Architettura,
negli studi professionali e nei cantieri e di lì a poco - nei primi
anni Novanta - si sarebbe anche verificato il cosiddetto
“sorpasso rosa”, come lo hanno chiamato i giornali del periodo:
più donne che uomini tra gli iscritti alle facoltà di Architettura
e più in generale all’Università italiana.
Sono passati più di quindici anni, e se dovessi proporre ora quel
gioco la risposta al quesito sarebbe ovviamente diversa.
Con le informazioni e i materiali di cui oggi disponiamo possiamo
ragionare sui destini delle prime laureate in architettura oppure
sull’operato delle prime progettiste italiane, molte delle quali
-
se si considera che questa è una storia recente - ancora lavorano.
Ad una lettura puramente quantitativa delle presenza femminile,
dalle prime pioniere a noi (quante donne iscritte, quante hanno
concluso gli studi, in quale settore o disciplina e con quali risultati)
ci si potrebbe avventurare in una interpretazione qualitativa di
questa presenza, di cui molto poco si sa. Per capire quali percorsi
professionali sono stati sviluppati fuori e dentro l’università
e con
quali risultati; le opportunità di lavoro che sono state concesse
e/o conquistate; le esperienze fatte, le aspettative disattese e
le gioie provate; la presenza o assenza in alcuni settori, la facile
ascesa, il tetto di vetro … Per capire chi ha lasciato e perché,
chi ha continuato e come.
Le "madri dell'architettura moderna"2
A lungo la professione di architetto è stata considerata
tipicamente maschile (per tradizione, come tutte le professioni
liberarli, e anche per presunte difficoltà legate al controllo
della fase di cantiere). Di questa distanza della donna
dall’architettura ne è un convinto sostenitore anche Benito
Mussolini quando nel 1927 afferma “La donna deve obbedire
(…) Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto
l’architettura in tutti questi secoli? Le dica di costruirmi una
capanna non dico un tempio! Non lo può. Essa è estranea
all’architettura, che è sintesi di tutte le arti, e ciò
è simbolo
del suo destino”.
Ma è proprio stato così? Chi sono state le prime, le pioniere?
Da dove provengono? Come si sono mosse? Sono queste le
domande, molto semplici, che stanno all'origine delle ricerche
che sono state condotte negli anni dal Gruppo Vanda di cui
chi scrive ha fatto parte.
Verranno qui ricordate alcune “madri dell'architettura moderna”,
il periodo storico nel quale si collocano la loro opera e pensiero
e i temi che li caratterizzano. In questo modo è possibile farsi
un'idea, seppure sommaria, della ricchezza e originalità dei loro
contributi.
Le straniere
La
prima laureata in Europa ci porta in Finlandia e pare proprio
essere Signe Hornborg (1862-1916) che si laurea a Helsinki
nel 1890 e inizia a lavorare quasi subito autonomamente
occupandosi di progettazione di residenze ed edifici ad uso
sociale.
Nello stesso anno, dall’altro capo del mondo, negli Stati Uniti,
si laurea al Massachusetts Institute of Technology (MIT)
Sophia Hayden (1868-1953) prima donna ad ottenere questo
risultato. Vincitrice del concorso per il Palazzo delle Donne
per l’Esposizione Universale di Chicago del 1892-93: un edificio
bianco a tre piani ispirato al Rinascimento italiano con archi
e terrazze con colonne. Come premio per la sua vincita le
viene pagata una somma che si aggira tra i 1000/1500 dollari
(le somme elargite ai suoi colleghi maschi anch'essi vincitori
sono da tre a dieci volte superiori). Viene premiata “per la
delicatezza di stile, gusto artistico e genialità e per l’eleganza
della hall interna”. Secondo i critici è "un’opera
graziosa,
timida e gentile in cui la conoscenza dei materiali è dimostrata,
ma nulla a che fare con la grandiosità dell’opera dei suoi
colleghi". Dopo l’Esposizione il suo edificio viene completamente
distrutto, mentre le altre opere vincitrici prodotte dai suoi
colleghi vengono smontate e ricostruite altrove. Frustrata per
questo trattamento, si ritira definitivamente dal mondo
dall’architettura. Si pettegola che sia stato un esaurimento
nervoso a farla smettere e questo, dicono i più, “dimostra
l’inadeguatezza delle donne nei confronti del mestiere
dell’architetto”.
In Germania, Emilie Winkelmann (1875-1951) studia inizialmente
carpenteria e poi frequenta l’Università di Hannover dal
1901
al 1905. È la prima donna a studiare architettura ed è anche
tra i progettisti più noti in Germania nel periodo che precede
la prima guerra mondiale. Dal 1908 ha un proprio studio di
architettura a Berlino con quindici collaboratori.
Nello stesso Paese, agli inizi del secolo, c’è anche Lilly
Reich
(1885-1947) che nel 1920 è la prima donna ad essere eletta
nel direttivo del Deutsche Werkbund diventando responsabile
dell’allestimento delle grandi esposizioni da esso promosso.
Lavora con Ludwing Mies van der Rohe con il quale condivide
un’intensa e duratura esperienza professionale. È lei che
inventa
la disciplina dell’exhibition design.
Nel 1918, in Austria, troviamo Margarete Schütte-Lihotzky
(1897-2000) che si diploma proprio in questo anno alla Scuola
Professionale d’Arte di Vienna in una delle due sezioni di
architettura. Scuola che frequenta non essendo permesso alle
donne accedere alle accademie e alle scuole politecniche.
L’accesso sarà infatti liberalizzato nel 1920. Progettista
e militante
politica, fa parte del gruppo che negli anni Venti lavora al
progetto delle nuove città dell'Unione Sovietica. Inventrice nel
1926 della “cucina di Francoforte”, prototipo della cucina
componibile che ancora abitiamo, si è dedicata alla costruzione
di case, in particolare per donne sole e con figli, e alla realizzazioni
di edifici scolastici ed educativi di cui disegna anche i mobili.
In Francia, molte sono le progettiste che si formano alla Scuola
d’Arte (in questo periodo è un esperienza comune anche fra
gli
uomini). Due nomi intendo ricordare.
La prima è Eileen Gray (1878-1976) irlandese d’origine ma
francese d’adozione. Figura indipendente e riservata, il suo
lavoro si oppone agli eccessi di una certa cultura progettuale da
lei stessa considerata "troppo razionale e intellettuale" più
vicino
al dogma, al piacere della retorica e dell'autocelebrazione, alla
pura ricerca stilistica, afferma, che alla vita, fonte inesauribile
di ispirazione per Gray. Per lei l’attenzione ai piccoli gesti è
origine e misura del progetto.
La seconda figura è Charlotte Perriand (1903-1999) nota per la
sua collaborazione con Le Corbusier e molto meno nota per il suo
importante contributo alla storia del progetto d'interni e del design
dell'oggetto d'uso e per il dialogo continuo che è stata in grado
di
creare tra Occidente e Oriente, a partire dalla sua missione in
Giappone nel 1940.
Con gli anni Venti e Trenta i nomi di donne si fanno sempre più
numerosi, relativamente numerosi se si considera che l’architettura
rimane nella convinzione della stragrande maggioranza della società:
“una professione da uomini”. Si trovano donne progettiste
in Russia,
nel paesi del Nord Europa, in Svizzera, molte negli Stati Uniti.
Per esempio, è la russa Gina Averbuch (1909 -1977) la prima donna
a costruire a Tel Aviv una sinagoga nel 1960.
Le italiane
In Italia,
la ricerca sulle pioniere si fa più difficile per vari e diversi
motivi. Per il disinteresse che molti storici e insegnanti hanno
lungamente manifestato nei confronti di questa parte della storia
(così per anni non ci sono stati né studi, né ricerche
sull'argomento,
solo ora qualche timido tentativo si sta facendo); perché per molto
tempo c’è stata l’abitudine di non scrivere per esteso
il nome (così,
se si rintracciano documenti e materiali riferiti all'opera di progettiste
e progettisti il più delle volte non si riesce a capisce se dietro
alla
qualifica di "architetto" e a quel nome puntato si nasconde
una
donna o un uomo); ed anche perché ci sono state donne che hanno
scelto di restare nell'anonimato lavorando al fianco dei loro mariti
titolari dello studio o all'interno di gruppi.
Le "architettrici" come venivano chiamate negli anni Venti le
donne
impegnate nel campo della progettazione.
A Milano, nel 1928, incontriamo le prime due laureate nella sezione
speciale per architetti della Facoltà di Ingegneria del Politecnico
di
Milano6, sono Carla Maria Bassi, classe 1906, di cui si conosce solo
un edificio per uffici e appartamenti a Milano (sede della Cassa di
Risparmio), e Elvira Luigia Morassi, classe 1903, la quale ha
prevalentemente lavorato alla progettazione d’interni, attività
iniziata nello studio di Ponti e Lancia a Milano quando era ancora
studentessa. Si iscrive nel 1922, un anno prima della riforma
Gentile che toglie ai diplomati degli Istituiti Tecnici la possibilità
di
accesso all’università7, e in seguito si trasferisce a Parigi
dove si
specializza in decorazione d’interni.
Ma pare essere di Roma la prima laurea femminile italiana in
architettura, ed è quella di Elena Luzzatto (1900-1983) che nel
1925 conclude gli studi alla Regia Scuola Superiore di Architettura
di Roma (fondata nel 1919), con una tesi su un sanatorio a Como.
Nel 1926 un anno dopo la laurea inizia progettare e a realizzare
scuole, chiese, mercati, e a condurre restauri per conto dell'Ufficio
di Progettazione del Governatorato di Roma. Partecipa a molti
concorsi, anche all’estero, molti dei quali li vince. Lavora sia
autonomamente che con il marito l’ing. Felice Romoli. Nel 1944 si
aggiudica il Concorso per il Cimitero monumentale di Roma.
Tra le sue opere ancora oggi si può vedere l’imponente mercato
di piazza Principe di Napoli a Roma tutt'ora in funzione. Dal 1958
al 1964 è capogruppo all’Istituto INA-CASA per la realizzazioni
di
case popolari in Abruzzo, Sicilia, Sardegna, Puglia.
Ma troviamo un’altra progettista il cui cognome è Luzzato.
È Annarella Luzzato Gabrielli, madre di Elena Luzzato, indicata
al
tempo come “un architetto di successo", e che dagli annali
della
Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma risulta essersi
laureata due anni dopo della figlia.
Lascia stupiti il numero di progetti documentati (cinquanta in
dieci anni, fino al 1935) realizzati dalla romana Attilia Travaglio
Vaglieri (1891-1969), tra questi: palazzi per abitazione, piani
urbanistici, impianti sportivi e ricreativi in puro stile littorio,
architetture per il Medio Oriente.
Nel 1929 vince il Concorso Internazionale per il Museo greco-
romano di Alessandria d’Egitto ma poiché donna non le viene
assegnato il premio in rispetto delle leggi musulmane.
Quasi nulla si sa del suo percorso di studi ma quello che è certo
è che compare tra i documenti e giornali del periodo annoverata
tra le prime e più affermate professioniste degli anni Venti-Trenta.
Bisogna poi aspettare fino al 1938 prima di trovare altre donne
laureate, per la precisione M. Teresa Antolini, Paola Morabini, e,
nel 1939, Achillina BO, conosciuta come Lina Bo Bardi (1914-1992).
Dopo la laurea a Roma con una tesi su un edificio per ragazze
madri, inizia una intensa attività editoriale a Milano dove è
una
delle fondatrici del MSA (Movimento Studi Architettura).
Nel 1946 si trasferisce con il marito, l’architetto Pietro Bardi,
in
Brasile, Paese che sceglie come propria terra. Tra le sue opere
più importanti: diversi musei, tra i quali il Museo d'Arte di San
Paolo-MASP (1957-68); la Casa de Vidro (1951), il centro sociale
SESC Pompéia di San Paolo (1977), il piano di recupero del
Pelourinho, Salvador, Bahia (1986-89), il nuovo Municipio di San
Paolo (1990).
Poco si è scritto sul fatto che, alla IV Esposizione Biennale delle
Arti Decorative ed Industriali di Monza del 1930 e in seguito alla
V Triennale di Milano del 1933, accanto alla celebre “Casa elettrica”
del Gruppo 7 fosse esposta la “Casa del dopolavorista” un’abitazione
monofamiliare a un piano, interamente progettata e arredata da
Luisa Lovarini nata a Taranto nel 1900, diplomata all’Accademia
di
Belle Arti di Bologna e impiegata nell’Ufficio Progettazione dell’Opera
Nazionale Dopolavoro, il massimo Istituto creato dal Governo
nazionale fascista per l’assistenza ai lavoratori. La casa viene
accolta
con grande interesse poiché si tratta " … di un piccolo
gioiello di
praticità, di buon gusto e di prezzo minimo" scrive all'epoca
Lidia
Morelli.
A Torino, nel 1938, conclude gli studi alla Regia Scuola Superiore di
Architettura (istituita nel 1929) Ada Bursi (1906-1996).
Assistente di Giovanni Muzio, svolge la sua attività di progettista
in
modo continuativo: dalla ricostruzione alla crescita urbana degli
anni Settanta. Lavora all’Ufficio Tecnico della Città di
Torino e progetta
residenze, edifici scolastici, si occupa di arredo urbano e lavora al
restauro degli edifici storici.
Nel 1930, a Napoli, la Scuola Superiore di Architettura si trasforma in
Regio Istituto Superiore di Architettura. L'anno successivo si laurea
Stefania Filo Speziale, nata nel 1905, che nel 1932 si iscrive all'Ordine
degli Architetti di Napoli e ottiene il numero di matricola n°36.
Progetta giardini pubblici, sanatori, e nel 1937 partecipa alla
realizzazione della Mostra delle Terre Italiane d'Oltremare a Napoli
voluta da Benito Mussolini, di cui progetta l'ingresso nord, diversi
padiglioni e aree di servizio.
Per continuare…
I nomi qui
ricordati, sono solo alcuni dei nomi delle donne che per
prime hanno studiato architettura e hanno iniziato a lavorare nel
mondo della progettazione. Altri ve ne sono, e altri ancora potrebbero
emergere dall'oblio nel quale sono state lasciate. Del resto, chi
l'avrebbe detto che in Italia, nel periodo tra le due guerre - proprio
in quel periodo in cui si teorizzava al mondo l'incapacità delle
donne
a fare architettura - vi erano donne che l'architettura la facevano
davvero?
Non ci si può che augurare che anche nelle facoltà italiane
di
Architettura, Design, Pianificazione, Ingegneria, etc., così come
all’interno degli ordini professionali, si inizi a dedicare maggiori
risorse
ed attenzione – analogamente a quanto accade nel resto dell’Europa
e non solo – al fine di promuovere e diffondere iniziative volte
ad una
adeguata ricostruzione e valorizzazione di questa storia.
I cinque ritratti
I cinque
ritratti raccolti in questa prima parte della rivista sono
dedicati a cinque “architettrici” che hanno fatto la storia
del
Novecento. Ogni ritratto è un omaggio alla loro bravura, ed anche
un gesto di amore e di riconoscenza nei confronti di queste “madri”.
Le autrici dei singoli ritratti hanno studiato per anni le opere di queste
progettiste, sono state nei loro archivi, hanno raccolto materiali e
informazioni in giro per il mondo. Si sono confrontate con loro
attraverso un dialogo continuo, vivo, che collega il passato al presente.
Le
cinque “architettrici” scelte sono: l’irlandese Eileen
Gray, la francese
Charlotte Perriand, la tedesca Lilly Reich, l’austriaca Margarete
Schütte
-Lihotzky, l’italiana – poi diventata cittadina brasiliana
– Lina Bo Bardi.
Ognuna di queste progettiste suggerisce temi, fa emergere questioni,
individua soluzioni, sviluppa un pensiero e una pratica di progetto del
tutto originali, ma soprattutto ci racconta di un modo di progettare e
di stare nel mondo che hanno ancora molto da insegnare.
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