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Progetti automatici
 
 
 






 

 

 

 

 

 

 


 


Progetti automatici
di Giovanni Corbellini

Provando a ridurre lo specifico architettonico ai suoi
elementi primari, potremmo individuare - facendoci aiutare
da Kenneth Frampton - una serie di categorie di base come
tipologia (comprendente la correttezza delle soluzioni
spaziali e funzionali), contesto (relativamente all’interpretazione
fisica e culturale del rapporto con i luoghi e con la storia) e
tettonica (concernente gli aspetti tecnologici, materiali e
costruttivi). Altri, come Charles Jencks, probabilmente
aggiungerebbero argomenti legati al linguaggio, alla presenza
dei simboli o alla rappresentazione della nostra idea del mondo,
coinvolgendo quindi questioni percettive, estetiche, comunicative
e filosofico-cosmologiche.
Che sia progettata o spontanea, pensata da un architetto o
realizzata da uno speculatore, qualsiasi struttura fisica dedicata
alle attività dell’uomo si intreccia inevitabilmente a ciascuna
di queste componenti. Tuttavia, molti tra i progetti recenti che
cercano una più stretta aderenza alle complesse condizioni
dell’oggi mostrano un intenzionale distacco dai “fondamentali”
dell’architettura, non tanto nella effettiva realizzazione degli
edifici, quanto nelle motivazioni e nei processi che ne generano
le caratteristiche principali. Se le esigenze della produzione
edilizia risultano sempre più ferreamente ancorate a sistemi di
certezze consolidati (e alla necessaria focalizzazione su tempi,
costi, prestazioni…) il pensiero progettuale si confronta viceversa,
nutrendosene, con i contesti fluttuanti e imprevedibili della
contemporaneità. La disciplina architettonica assiste così -
nell’ambito delle tecniche - a una continua accumulazione di
conoscenze e strumenti di intervento, mentre affronta - nel
cercare di conferire senso alle proprie proposte - una cesura
sempre più evidente tra il terreno sicuro della tradizione e le sfide
di un mondo sempre più eterogeneo e in rapida trasformazione,
rispetto al quale gli usuali criteri progettuali sembrano aver perso
capacità di analisi ed efficacia trasformativa.
Gli architetti che lavorano su operazioni di una certa dimensione,
soprattutto di tipo commerciale, affrontano una continua e
accelerata mutazione dei parametri di base (destinazioni d’uso,
finanziamenti, regolamenti...) dovuta alla fluidità delle decisioni e
delle opportunità di mercato. Una condizione che mette seriamente
in discussione la possibilità stessa di un controllo compositivo sugli
assetti proposti. Le strategie che spostano l’attenzione del progetto
dalla prefigurazione di precisi esiti formali alla gestione dei processi
trovano, in questi casi, il terreno privilegiato della loro applicazione.
Ma anche altre occasioni (scuole, musei, parchi e altre commissioni
pubbliche), dove le necessità economiche sono meno aggressive
e la riflessione architettonica assume una sua maggiore centralità,
assistono oggi al diffondersi di approcci sempre più distanti dal
paradigma morfologico. Il talento formale dell’architetto, la sua
“mano” più o meno felice, vengono affiancati fino a essere sostituiti
da meccanismi di carattere automatico che, in corrispondenza
di passaggi decisivi delle operazioni progettuali, si interpongono
tra le soluzioni prodotte e la soggettività dell’autore. Quest’ultimo
tende sempre di più a progettare il progetto stesso prima degli
oggetti, stabilendo sistemi di regole in grado di confrontarsi con
la mutevolezza degli scenari reali.
Ne deriva una architettura Senza gesto, come sottolinea Federico
Soriano nel capitolo conclusivo del suo Sin_tesis (tradotto per
questo numero di “Parametro”), fondata su procedure diagrammatiche,
dove software trasformazionali, operatori concettuali e altre
“macchine astratte” producono effetti tanto inaspettati quanto
pragmaticamente legati alle condizioni complessive di ideazione,
realizzazione e uso dei manufatti. Il percorso che Soriano tratteggia
fra alcune delle più interessanti e radicali esperienze recenti
(da Koolhaas a Herzog & De Meuron, da Eduardo Arroyo, a Kazuyo
Sejima e Ryue Nishizawa...) parla infatti di una sorta di nuovo
funzionalismo, collegato con le esperienze degli anni venti da una
specifica ricerca di oggettività. Connessione rintracciabile
nell’analogia tra l’approccio ingegneristico di Cecil Balmond e il
determinismo strutturale delle opere di Gaudí e di Jean Prouvé,
“disegnate” dalle linee di maggiore efficienza, o tra i Datascapes
di Mvrdv e la curva acustica del palazzo delle Nazioni di Hannes
Meyer.
L’oggettività perseguita dal primo funzionalismo si è tuttavia
espressa attraverso un unico, prevalente dispositivo: l’automatismo
della ripetizione derivato, in larga parte, dall’affermazione
dell’industrializzazione di massa e della organizzazione taylorista
della produzione in serie, causa ed effetto di una diffusione capillare
della standardizzazione più spinta. Fabrizio Paone, nel suo Progetti
automatici moderni, ricorda come la coazione a ripetere che
contraddistingue, tra gli altri, il lavoro teorico e progettuale di
Ludwig Hilberseimer, contiene già la fiducia nei processi, la
dissoluzione dell’oggetto e il ridimensionamento dell’autorialità che
oggi riconosciamo in alcuni degli approcci più avanzati, ma con
esiti di una desolante semplificazione formale e concettuale in
rapporto alla complessa articolazione dei fenomeni urbani.
L’automatismo viene qui ridotto da un lato alla sua componente
produttivistica, dominata dalla ossessione della pianificazione
e del controllo capillare sugli esiti in senso economico, sociale
e compositivo, ed elevato dall’altro a una funzione mitografica,
dove l’adesione alla modernizzazione macchinista agisce sul piano
ideologico piuttosto che come strumento di rinnovamento sostanziale.
Una visione positivista e restrittiva dalla quale si distaccano non solo
buona parte delle proposte progettuali ripercorse da Federico
Soriano, ma anche molte altre esperienze innovative nei campi
delle arti, inconcepibili senza l’intervento di strumenti operativi
intenzionalmente svincolati dalla creatività dell’autore. L’automatismo,
l’azzardo e la processualità oggettivata hanno agito e agiscono
tuttora con importanti conseguenze all’interno delle ricerche
artistiche contemporanee. Alessandro Rocca, con On/off. Procedure
aleatorie, dispositivi meccanici, giochi di parole e altri incidenti
volontari, mette a confronto alcuni degli snodi fondamentali di
queste vicende: dalla letteratura, con Franz Kafka, al cinema di
Wim Wenders, dalle diverse pratiche surrealiste e dada al minimalismo,
da Duchamp ai suoi eredi più recenti, come Olafur Eliasson, fino
a un insospettabile cortocircuito con l’architettura di Peter Zumthor.
L’ambito musicale propone, a questo riguardo, un insieme di
ricerche particolarmente notevoli, concentratesi intorno agli anni
sessanta su entrambe le sponde dell’Atlantico. Autori come
Luciano Berio, Karl Heinz Stockhausen e soprattutto John Cage
sono intervenuti sull’insieme delle convenzioni che governano
l’unità tra composizione, interpretazione e fruizione musicale,
scardinandone le gerarchie e sondando una serie di nuove
possibilità. Esperienze che pur esplorando terreni analoghi a
quelli indagati a quel tempo da altri campi artistici - e fra
questi anche il progetto avanzato di architettura - si distinguono
per la marcata radicalità e la capacità di evidenziare il ruolo
di alcuni dispositivi. La questione della notazione, ad esempio,
ha assunto una sua assoluta centralità, trasformando il ruolo
tendenzialmente neutro e condiviso di questo strumento di
composizione e comunicazione tra autore e interprete in luogo
privilegiato della sperimentazione, in attrezzatura di volta in
volta reinventata all’interno di ogni specifica occasione.
Il distacco tra composizione ed esperienza dell’ascolto,
il progressivo ampliamento delle possibilità dell’esecutore,
l’interazione variabile di quest’ultimo e della partitura con le
condizioni ambientali costituiscono temi di fondo di queste
ricerche. Le partiture commentate da Renata Meneguolo in
Casualità e causalità. il Paradosso della musica aleatoria parlano
con estrema chiarezza di processi creativi innovativi in larga
misura basati su procedimenti automatici che esplorano il confine
tra determinismo e indeterminazione. La macchina funzionalista,
dove ogni causa produce un effetto misurabile e atteso, viene
qui tramutata in operatore generativo di eventi casuali, in grado
di confrontarsi con le situazioni più disparate e imprevedibili al di
là di ogni tradizione rappresentativa.
Nella stratificazione di paradossi che contraddistingue questi
approcci (l’uso della macchina in funzione creativa, la commistione
fra automatismo e aleatorietà, la perdita della nozione di armonia,
il superamento del paradigma estetico...) emerge l’incredibile
aderenza tra la loro totale astrazione e i modi nei quali si produce
la realtà contemporanea. Una attitudine paradossale che il campo
artistico condivide con le più avanzate speculazioni scientifiche.
Le teorie evoluzionistiche di Darwin, il principio di indeterminazione
di Heisenberg e la meccanica quantistica, gli attrattori strani di
Lorenz, il teorema di Gödel (per citare solo alcuni riferimenti
basilari della riflessione scientifica contemporanea) affrontano la
comprensione dei fenomeni e la possibilità di confrontarsi
efficacemente con essi riconoscendone la natura incerta e
probabilistica. Persino l’architettura o almeno parte del pensiero
architettonico, come si è visto, si sta progressivamente liberando
dall’illusione dell’armonia, del dominio assoluto sugli assetti morfologici,
per abbracciare pratiche più sperimentali, sia nel campo
strettamente formale che, soprattutto, nella ricerca di risposte
valide a richieste funzionali dagli sviluppi difficilmente prevedibili.
Un processo che, al di là di rare anticipazioni, ha visto un suo
primo addensarsi attorno alle ricerche del design radicale degli
anni sessanta e settanta, per poi riprendere forza, dopo
la parentesi postmoderna e dell’autonomia disciplinare, con le
neoavanguardie degli ultimi vent’anni.
È evidente che l’introduzione di strumenti progettuali aleatori e
automatici in una disciplina così intrinsecamente segnata
dall’ossessione del controllo, della leggibilità, dell’unitarietà
dell’opera ecc. richiede, oltre che un drammatico cambiamento
di mentalità, anche l’approntamento di una serie di tecniche
originali e, di conseguenza, l’aggiornamento degli strumenti
critici in grado di comprenderle. Continuare a proporre confronti
o genealogie sulla base dei soli esiti morfologici non sembra
avere più molto senso, soprattutto quando questi esiti non
sono il risultato di un pensiero specificamente orientato ad
armonizzarne i contenuti tipologici, contestuali, tettonici,
linguistici e simbolici, ma derivano palesemente da una dinamica
relazione con l’instabilità delle previsioni, degli usi e dei significati.
Si tratta quindi di andare ad analizzare gli strumenti più che i
risultati, i processi più che gli oggetti, il software piuttosto che
l’hardware.
L’immissione di elementi automatici nell’architettura avviene
generalmente attraverso strumenti diagrammatici. Essi agiscono
superando da un lato la componente strettamente soggettiva
del controllo progettuale e sfruttando dall’altro le potenzialità
generative degli eventi e delle loro conseguenze. Queste “macchine
astratte” (utilizzando la definizione di Deleuze ) possono intervenire
in vari momenti dei processi di ideazione, realizzazione e uso delle
strutture architettoniche e urbane, agendo anche puramente a livello
compositivo (ad esempio nelle opere di Eisenman), ma proponendosi
in maniera più convincente nel rispondere alle complesse sollecitazioni
extra architettoniche cui è sottoposta oggi la produzione di spazi,
luoghi e oggetti. Gli approcci che ne derivano, per quanto si presentino
estremamente eterogenei e segnati da intenzioni palingenetiche,
evidenziano alcune linee strategiche fondamentali che possono
proporsi come nuovi “outils” nell’attrezzatura dell’architetto del
ventunesimo secolo.
Non c’è dubbio, ad esempio, che il rapporto tra architettura e
dimensione temporale sia profondamente mutato: mentre nella
tradizione vitruviana il concetto di firmitas presupponeva un
atteggiamento di resistenza al deterioramento se non di aspirazione
all’eternità, oggi ci si trova di fronte a una continua accelerazione
delle dinamiche trasformative. Alcune delle risposte del pensiero
architettonico contemporaneo a questa situazione prevedono la
riduzione del controllo su parti significative dei progetti, in modo
da lasciare opportuni gradi di libertà che consentano da un lato
aggiustamenti successivi e dall’altro maggiori possibilità di espressione
individuale e interazione con altri soggetti. Dal Plan Obus di
Le Corbusier al progetto per Melun Sénart di Koolhaas, passando
per la Ville Spatiale di Yona Friedman, questo approccio si è
generalmente manifestato in progetti di grande o grandissima scala,
dove il problematico passaggio tra la scala metropolitana e quella
architettonica viene risolto dando risalto agli elementi macroscopici
in grado di controllare e organizzare il tessuto urbano (infrastrutture,
vuoti, paesaggi, relazioni…) lasciando libera la realizzazione edilizia
degli oggetti più piccoli. Non mancano tuttavia esempi di scala
minore, legati soprattutto a sperimentazioni intorno alla
prefabbricazione leggera: dal giunto universale di Konrad Wachsmann
fino al recente progetto di concorso di Eduardo Arroyo per il Centro
sportivo comunale di Frederiksberg, in Danimarca.
La diffusione delle tecnologie informatiche ha reso molto più vicina
e realizzabile l’utopia di una architettura interattiva, sensibile,
disponibile a una riconfigurazione automatica di assetti e prestazioni.
Daniele Mancini, in Ciccio. Avventura open source, presenta qui
l’attivita della e1-exhibition design unit dell’Interaction design
institute di Ivrea. Ciccio (Curiously inflated computer controlled
interactive object) è un elemento gonfiabile che ospita un sistema
interattivo basato sulla tecnologia dei tag a radiofrequenza in grado
di produrre come output proiezioni di diversi videoclip.
Una dimostrazione a bassissimo costo delle potenzialità di
riorganizzazione dello spazio attraverso le novità dell’elettronica.
Caso particolare di architettura aperta è quella ottenuta
attraverso la mobilità. Quando sono interi edifici a potersi
spostare (vedi il progetto High Sierra Cabins di Wes Jones,
ma anche il fenomeno diffusissimo delle mobile homes negli Usa)
muta di necessità il rapporto con il contesto e si aprono possibilità
di realizzare insiemi mutevoli. Se invece la mobilità riguarda parti
dell’edificio, gli assetti a geometria variabile che ne derivano
permettono modi diversificati di interazione funzionale, morfologica
e contestuale. Dalla casa Schröder di Rietveld alla New Babylon
di Constant, dalle proposte di Cedric Price e degli altri radicali
inglesi fino alla Naked house con le stanze mobili di Shigeru Ban,
gli esempi in questo senso, anche realizzati, sono molto numerosi.
Questo numero di “Parametro” presenta Ponte per il futuro,
progetto di NL Architects per un ponte-centro congressi-ristorante
a Budapest che si serve della mobilità delle sue estremità
(come due grandi ponti levatoi) per ottenere configurazioni di
volta in volta differenti. Ciò consente all’edificio di adattarsi
alle possibilità funzionali proposte e, soprattutto, di rispondere
automaticamente a usi ed eventi non previsti né prevedibili.
Tra i sistemi aperti mggiormente diffusi emerge quello della
sovrapposizione di piani-funzioni che, agendo nel senso della
densificazione, attiva collegamenti sinaptici in grado di aumentare
l’efficienza dei sistemi ma anche di produrre imprevedibili relazioni
sinergiche. Il tema della stratificazione è alla base di tecniche
progettuali che, come il plan libre lecorbusieriano, procedono
dall’ambito morfologico a quello strategico: la libertà di organizzare
ciascun piano indipendentemente dalla struttura si evolve in una
sovrapposizione senza mediazioni di organizzazioni relative a logiche
indipendenti fra loro di volta in volta concernenti accessibilità,
uso del suolo, paesaggio, funzioni, attrezzature… Una metodologia
progettuale che cerca intenzionalmente conflitti e frizioni sfruttando
le potenzialità generative degli accostamenti casuali (vedi il parco della
Villette di Tschumi e, soprattutto, il progetto di Koolhaas; ma anche
il padiglione olandese all’Expo di Hannover e altri “datascapes”
di Mvrdv).
La commistione dei diversi costituisce nei campi più vari, dalla
riproduzione biologica all’architettura, un irrinunciabile fattore di
innovazione. Le potenzialità di questo strumento sono tali da essere
state utilizzate persino in alcune manifestazione dell’eclettismo
postmoderno, anche se gli assemblaggi limitati alla componente
linguistica portano spesso a una sorta di “effetto Frankenstein”.
Più progressivo l’atteggiamento di ibridazione tipologico-materiale
(genere Pokémon) utilizzato in certi progetti di Hrvoje Njiric, ad
esempio nel concorso per l’ospedale ostetrico di Spalato, dove
l’organizzazione distributiva dell’aeroporto si mescola a tipi
residenziali a bassa densità, unendo familiarità ed efficienza, ma
anche nella Casa delle gare sulle piste del monte Medvednica
sopra Zagabria, che mette insieme un volume sfaccettato
estremamente avanzato con finiture superficiali esplicitamente
legate allo stile cortinese affermatosi con le Olimpiadi invernali
del 1960.
Altri, più spontanei sistemi di ibridazione sono quelli proposti in
alcuni progetti ambientali di Kengo Kuma, dove si intende facilitare
processi di reciproca modificazione riducendo la dimensione
degli elementi introdotti e parcellizzandone gli involucri (più piccoli
gli elementi maggiore la loro disponibilità a modificarsi e persino
a corrompersi).
Nel tentativo di governare i processi di formazione e crescita di
strutture urbane complesse, alcuni approcci cercano di riprodurre
viceversa la dialettica tra genotipo e fenotipo, stabilendo sistemi
di regole in grado di orientare gli sviluppi successivi senza
predeterminarne rigidamente gli esiti. Filament City, progetto di
Stefano Boeri nell’area metropolitana di Rotterdam, si riferisce
esplicitamente alle regole combinatorie delle basi del dna, mentre
il quartiere Galindo a Barakaldo di Eduardo Arroyo utilizza come
operatori trasformativi azioni mutuate dalla biologia: replicazione,
mutazione, trascrizione, ibridazione...
La strategia del campionamento, utilizzata da Arroyo nei suoi lavori,
parla di una effettiva attenzione alle specificità locali.
Una attenzione slegata tuttavia da ogni intenzione mimetica o di
continuità linguistica e, come tale, condivisa da diversi tra gli
approcci più avanzati. Il progetto si pone qui come interprete di
vincoli, caratteristiche e occasioni particolari organizzando il
diagramma che li traduce un una convincente soluzione complessiva.
Antonio Ravalli legge ad esempio nella condizione territoriale della
costa adriatica (dove la bonifica ha definitivamente ridotto a una
implacabile planizie un paesaggio dinamicamente percorso da dune)
l’occasione per una azione di corrugamento del suolo in grado
di produrre automaticamente condizioni di umidità differenti e,
con esse, diverse e spontanee aggregazioni della vegetazione. Il
suo progetto di concorso per il Polo scolastico al Lido Adriano
sfrutta pienamente questa mossa iniziale, utilizzando le differenze
di livello introdotte per differenziare gli ingressi, articolare le parti
funzionali del complesso e ricucire organicamente le relazioni tra
il paesaggio artificiale e le tracce della natura preesistente.
Analoghe azioni di compressione o trazione risolvono problematiche
estremamente differenti. Ancora gli olandesi NL Architects affrontano
la richiesta, particolarmente ardua, di realizzare una casa
d’abitazione modernista nell’ambito di regolamenti edilizi tesi a
conseguire forme e tipologie tradizionali attraverso rigide norme
sull’altezza delle linee di gronda, sui materiali, sui tetti a falde ecc.
Grazie al semplice schiacciamento della scatola modernista,
Attici sovrapposti muta la geometria ortogonale del prototipo
ritveldiano in una “catasta” di sezioni inclinate che risolve i problemi
regolamentari ottenendo altri vantaggi riguardo all’utilizzo del lotto,
al rapporto con i vicini e alle visuali verso il paesaggio. Gli Uffici a
Villotta di Piotr Barbarewicz raggiungono viceversa una soluzione
strutturale particolarmente efficiente grazie a una operazione di
trazione virtuale a cui viene sottoposta la loro struttura metallica.
Come una grande lamiera stirata, l’involucro vibra allo sguardo
offrendo scorci sempre differenti al variare dell’angolo visuale e
modulando la luce in maniera interessante e inaspettata. Il progetto
di Hrvoje Njiric per una scuola materna a Zagabria, impostato
secondo una soluzione a patio, slitta lungo il suo sedime e si piega
impennandosi verso l’alto per evitare l’ombra gettata da un edificio
alto posto a sud. L’Asilo sole, come è stato opportunamente denominato,
cerca così la migliore esposizione, trasformando l’attitudine introversa
della sua organizzazione insediativa di base in una sorpendente struttura
alveolare verticale.
Il corso del sole interviene decisivamente anche nella già citata Casa
delle gare, progettata da njiric+ sulle alture che dominano Zagabria
per ospitare una serie di attrezzature e servizi legati allo sci agonistico.
La prescrizione di realizzare il nuovo edificio sul sedime di una
costruzione preesistente e la necessità di offrire una adeguata
visuale del traguardo ai cronometristi hanno determinato l’altezza
dell’intervento e la possibilità di ampliare il programma previsto.
Il volume virtuale così ottenuto è stato poi tagliato secondo le
migliori inclinazioni relative alla luce naturale, ottenendo così un
involucro energeticamente efficiente e sorprendentemente interessante.
Sostenibilità energetica e strumenti progettuali basati sulla
sottrazione contraddistingono i due progetti di Federico Soriano e
Dolores Palcios qui presentati. Il progetto di concorso per il Municipio
di Lalín, dotato di diversi dispositivi di climatizzazione passiva e di celle
fotovoltaiche per la produzione di energia, è il risultato di un processo
di selezione di soluzioni tipologicamente differenti, rapidamente
prodotte in varie alternative dallo studio. Un metodo che ricorda
l’accelerazione dei processi evolutivi cercata esponendo alle radiazioni,
e quindi a una serie di mutazioni casuali, specie vegetali di cui si
vogliono migliorare alcune caratteristiche. Al contrario, il Centro di
servizio sociale a Madrid deriva da un processo totalmente deterministico
e altrettanto anticompositivo. Situato all’interno di un cortile abitato,
l’edificio assume come sua regola principale quella di non intercettare
le viste dagli appartamenti che lo circondano. Il suo strano inviluppo
deriva direttamente dall’azione dei coni visuali proiettate dalle finestre
aperte sulla corte che ne scavano letteralmente e automaticamente
il volume.
Gli strumenti e le soluzioni qui rapidamente richiamati rappresentano
alcune risposte della cultura progettuale più avanzata alle sollecitazioni
della contemporaneità. Contemporaneità che, peraltro, sembra aver
prodotto nella stragrande maggioranza dei casi un dispositivo privilegiato:
la genericità. Lucidamente analizzata da Rem Koolhaas nel saggio
The Generic City, questa qualità caratterizzata dall’assenza di qualità
sembra funzionare fin troppo bene rispetto alle richieste del mercato,
rappresentando l’ adattamento “evolutivo” di maggiore diffusione
rispetto alla situazione ambientale della globalizzazione.
Per quanto statisticamente marginali, le strategie elaborate dai
progetti qui presentati assumono tuttavia la funzione di variazioni
genetiche significative, alcune destinate a rimanere meri tentativi,
altre probabilmente capaci di diffondersi e determinare nuovi orizzonti
progettuali.