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Progetti automatici
 
 
 







 

 

 

 

 

 

 


 



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Fatal Error. Come possibilità.
di Marco Ragonese

“Tu sei il risultato finale di un’anomalia che, nonostante
i miei sforzi, sono stato incapace di eliminare da quella che,
altrimenti, è un’armonia di precisione matematica”.
Con queste parole un uomo in panciotto e la matita in
mano, seduto su una comoda poltrona, apostrofa il
protagonista del film Matrix Reloaded. Egli è l’Architetto.
È il creatore dell’intero sistema su cui si basa la vita di un
mondo che sarebbe perfetto, se non fosse per la presenza
di alcune anomalie capaci di metterlo in crisi. Anomalie
generate dallo stesso sistema e di cui l’Architetto non aveva
previsto la presenza. Semplicemente non credeva fossero
possibili nella sua opera.
Oggi l’immagine mitologica dell’architetto creatore di un progetto
“perfetto”, o perlomeno perfettamente controllato, sta svanendo.
L’approccio progettuale, grazie alla complessità della
contemporaneità, della liquidità della società e delle sue relazioni,
non parte più dalla determinazione di paletti disciplinari,
ma dalla messa in atto di strategie che riescano a comprendere
diverse possibili variabili. Si teorizza la possibilità di includere
il fallimento del progetto (o quello che come tale era considerato
dagli architetti moderni) quale elemento del progetto stesso.
È questo il passaggio fondamentale a cui si assiste in questo
momento nel processo di progettazione. Si propongono progetti
considerati disciplinarmente imperfetti, aperti, affinché, in un
continuo divenire, la “riuscita” sia sempre asintotica, lo stato
non sia risultato. A scala urbana basti pensare le differenti
procedure applicate per Melun Sénart e Gibellina. La prima, pur
fissando per gli spazi aperti dei limiti chiari, lasciava ampi margini
di indeterminatezza dovuti alla presenza di fattori economici e
sociali le cui dinamiche non erano controllabili aprioristicamente;
la seconda pianificava, in maniera architettonicamente impeccabile
e programmaticamente ferrea, la totalità dell’insediamento così
da garantire (credeva di farlo soprattutto attraverso la forma e
la composizione) una vivibilità elevata. La prima non è stata
realizzata, ma la seconda si è rivelata un fallimento.
Il ruolo dell’architetto sta trasformandosi, ma non riducendosi.
Non è messa in discussione la “scala” di intervento destinatagli,
ma l’approccio. Se lo spazio viene sempre più inflazionato dalla
riduzione dei tempi di spostamento e comunicazione, chi lavora
con esso è chiamato in causa. E non serve barricarsi dietro falsi
appelli o rigidezze disciplinari, che nascondono un’inadeguatezza
ad affrontare, e leggere, le trasformazioni in corso.
E nemmeno indossare la muta del surfista, pronti a cavalcare
l’ennesima moda con disinvoltura, seppur digitale.
Si tratta di approntare delle strategie che possiedano una
profondità maggiore di un rendering e, al tempo stesso, una
minore risoluzione. Gli artefici di questi progetti hanno rinunciato
a essere “costruttori di certezze” (lasciando questo compito
agli assicuratori) o a fornire delle risposte definitive. Rispondono
con una domanda e, rilanciando la posta in gioco, cercano, non
eludendo le proprie responsabilità, di fornire delle possibilità e delle
opportunità di cui, però, non sono in grado di stabilire l’apporto
(e non interessa farlo). Usano le variabili come materiale, le macchine
come strumenti di proliferazione e non di rappresentazione, consci
che il progetto e il programma “funzionano” veramente e si rafforzano
se risultano permeabili agli eventi che li coinvolgono. Anche in maniera
contraddittoria o conflittuale.
Un approccio che risulta dunque difficilmente “spendibile” nell’attuale
sistema commerciale e produttivo, con la sua necessità di ridurre le
incertezze su costi e tempi, ma anche necessario per rispondere
efficacemente alle sue richieste ambigue e mutevoli.
Si tratta di un passaggio inevitabile affinché il progetto non cerchi
più di essere “un’opera d’arte assolutamente perfetta, un trionfo
eguagliato soltanto dal suo monumentale fallimento”: il progetto
dell’Architetto...