| |

|
|
Ivrea con gli occhi di giovani
sociologi dell'ambiente
di Daniela Caffi
Autunno-inverno
2004: il professor Mela fa lezione nelle
aule del Politecnico di Torino sui concetti alla base della
sociologia dell’ambiente. Poi chiede agli studenti di rifletterci
sopra,
anche attraverso un’analisi sul campo: andare a Ivrea e osservare
gli spazi pubblici insieme alla popolazione che li usa, o che non li usa.
Solo un’attenta osservazione di queste dinamiche, in continua
evoluzione, può dare indicazioni progettuali. Una slide proiettata
durante il corso dice: “E’ difficile progettare uno spazio
che non
attragga la gente. E’ però notevole il fatto che questo sia
avvenuto
tanto spesso”.
Gli studenti, divisi in gruppi, vanno a svolgere il proprio esercizio:
cercano in città alcuni “ambiti locali”, ovvero luoghi
di relazioni
sociali circoscrivibili da confini fisici e/o simbolici.
Il compito è duplice. Primo: leggere la forma urbana attraverso
i propri occhi. Secondo: intervistare una rosa di testimoni qualificati.
Un gruppo individua nel centro storico l’ambito “di via Palestro
e
via Arduino” che “ […] presenta diverse funzioni, ma
quella
commerciale è predominante tanto da dettare la vivacità
dell’intero
asse. La conformazione fisica (allungata e stretta, perché segue
la dorsale nonostante si articoli con le piazze e le traverse) rende
impossibile la presenza di fuochi panottici e landmark interni che
evidenziano la presenza di funzioni particolari […]. Il museo e
il
teatro svolgono funzioni specifiche e interessanti, non in conflitto
con quella commerciale, ma la chiusura al pubblico degli edifici per
anni ha portato gli insider a non percepire più la loro presenza,
tanto da dubitare se ci siano ancora” (tratto dalla Relazione di
Silvia Castello e Antonello Tabacco).
Un
altro gruppo sceglie di studiare separatamente la zona della
“cittadella del potere” che raduna il Castello, il Duomo e
la sede
del Vescovado. Le loro osservazioni dirette sull’uso di questi luoghi
“ […] nella piazza del Castello l’arredo urbano (un’aiuola
con poche
panchine ed una fontana) sembra fortemente limitato dalla invece
estesa area destinata alla sosta delle automobili, […] in piazza
del
Duomo lo spazio è pensato unicamente per gli autoveicoli, non
essendovi presente neppure una panchina. […] La fruizione della
piazza (soprattutto quella del Castello) come luogo per passeggiare
o passare il tempo e guardare il panorama, ma questa è nettamente
meno osservabile e conta un numero di individui molto ristretto.
La funzione ‘manifesta’ è quindi quella di parcheggio,
mentre quella
di sosta e svago dei soggetti sembra definibile come ‘latente’,
in
quanto questo spazio pubblico non sembra pensato principalmente
per loro” (tratto dalla Relazione di Silvia Castiati e Bianca Seardo).
vengono integrate dalle risposte alle interviste, che da un lato
aggiungono particolari a sostegno dell’ipotesi di partenza, l’isolamento
della parte alta di Ivrea rispetto al resto della città, dall’altro
lato
rivelano questioni di fronte a cui spesso si troveranno i futuri planner
:
“Le vie di accesso alla piazza sono percorribili soltanto a piedi,
ma
essendo molto strette e prive di attività commerciali o altre funzioni
‘attrattive’, quella che “si percorre più frequentemente
è Via Palma,
che è la più larga e con più negozi” (fruttivendola).
Questa affermazione
fa risaltare come il senso di disagio provocato dalla strettezza e dalla
‘concavità’ delle vie influenzi abbastanza le scelte
di passaggio in una
strada piuttosto che in un’altra. Alla provocatoria domanda se avrebbe
acconsentito ad aprire il suo negozio più in alto, lungo una di
queste vie,
la negoziante ha infatti decisamente negato la convenienza di tale
spostamento per la su attività commerciale” (tratto dalla
Relazione di
Silvia Castiati e Bianca Seardo).
Altri gruppi concentrano la propria analisi fuori dal centro storico,
ad
esempio sul quartiere Bellavista, notevole tanto per le sue caratteristiche
spaziali che sociali. Da un lato, infatti, fa parte dei percorsi del MaAM.
Dall’altro lato è vissuto dai cittadini in modo eccezionalmente
attivo:
110 volontari si prendono cura da anni della manutenzione della
vegetazione:
“[…] effettuando 10-12 tagli all’anno, un lavoro valutato
più di 300
milioni di lire” (tratto dalla Relazione di Daniele Caffaro e Roberto
Porcari).
Un gruppo infine analizza l’area del Museo. La ricerca ruota attorno
alle
domande: che cosa si intende per “quartieri olivettiani”?
La parte della
città che viene così identificata è totalmente sovrapponibile
con il MaAM?
Residenti e commercianti di via Jervis e dintorni appaiono disorientati
e hanno difficoltà a mettere a fuoco la propria mappa mentale dei
luoghi,
sono a disagio anche solo di fronte alla richiesta di definire un perimetro
dell’area. Le rappresentazioni degli intervistati vengono infine
composte
in un’area corrispondente a un intero segmento di via Jervis, sede
del
museo a cielo aperto dell’architettura moderna di Ivrea e con funzione
anche di luogo di passaggio.
Ma nel corso della giornata la vita dell’area varia: luogo del traffico
durante le ore di punta, sede del museo durante particolari manifestazioni
di richiamo turistico, sede di funzioni latenti durante le ore notturne.
Flussi pedonali e veicolari sono connessi agli orari lavorativi, non più
legati al tempo di produzione della fabbrica, ma a quello dei servizi:
nei giorni feriali, nella prima mattina e nel tardo pomeriggio, i flussi
sono maggiori, per poi decrescere nelle altre ore e durante i giorni
festivi.
Gli edifici che compongono i “quartieri olivettiani” sono
definiti “luoghi
sovradimensionati rispetto al contesto”, l’impressione generale
è quella
di landmark territoriali galleggianti in spazi troppo estesi e vuoti.
La prima parte delle interviste ha avuto come oggetto la valutazione
dell’area dei “quartieri olivettiani” e dei loro relativi
problemi, in massima
parte sorti dopo gli anni Novanta in seguito alla crisi della Olivetti
e al
successivo declino economico del territorio canavese. I pareri sulla
qualità architettonica dei nuovi interventi sono contrastanti:
“Attualmente la visione del Movicentro è “un pugno
in un occhio”, ed
è molto evidente il problema della viabilità soprattutto
in via Jervis ma
non solo.“ (Infermiera)
“Tutto positivo: è l’inizio dell’abbellimento
della città.” (Educatrice)
“Per il Traforo di Montenavale è ormai tardi … è
tardi per tutto, tutto
doveva essere fatto 10 anni fa.” (Parrucchiere)
“Il Movicentro per ora non sembra molto apprezzato ma in futuro
magari lo sarà .” (Funzionario Pubblico)
Molti dei giovani intervistati si sono detti all’oscuro degli interventi
che stanno avvenendo nel territorio, probabilmente perché molti
di
essi, studenti soprattutto, sono outsider e usano la città solo
come
base per i loro studi. L’importanza della Olivetti è sempre
presente
nelle interviste: l’eredità di questo modello è ben
presente nella
mente degli eporediesi ed è spesso intesa come il necessario punto
di partenza per la costruzione del futuro:
“Ivrea vive ancora dei residui dell’Olivetti. Sono molto importanti
tute
le strutture che ha lasciato l’Olivetti ma adesso chi le gestisce?
Chi le mantiene?Il comune? Con quali soldi?” (Funzionario Pubblico)
Le carenze più segnalate attraverso le interviste e individuate
più
in generale nella città di Ivrea sono comuni a tutti gli intervistati:
problemi legati alla viabilità, scarsità di parcheggi, mancanza
di
divertimenti, aree verdi mal tenute e poco attrezzate, assenza di
controllo della criminalità, poco lavoro:
“Ora Ivrea è Terra Bruciata” (Guardiano)
“E’ molto elevata la criminalità. Ci sono molti tossicodipendenti
e
tanta è la prostituzione, soprattutto in via Jervis e nella zona
di
Talponia.” (Educatrice)
Un paio di intervistati chiamano in causa la responsabilità dei
decisori
pubblici e privati:
“Se ci fossero stati altri politici magari le cose sarebbero andate
diversamente.” (Parrucchiere)
“I politici e i dirigenti sono stati la rovina di tutto!”
(Guardiano)
I “quartieri olivettiani” risultano in definitiva essere un
luogo a sé
stante, slegati dal centro storico e dal resto del contesto comunale:
“La zona Olivettiana non è mai stata integrata con il resto
della città.
Ad esempio in quest’area non vengono fatte manifestazioni e
nemmeno vengono poste le comunicazioni di eventi che si realizzano
nel centro storico” (Infermiera).
Il territorio eporediese è in crisi profonda:
“Guardare questa città ti viene da piangere. Morta l’Olivetti
è
morto tutto il Canadese.” (Guardiano).
“Vi è stato un totale impoverimento. E’ una città
marginale.” (Studente).
“Le risorse che vengono investite su Ivrea sono per ora solo del
Comune:
per sopravvivere la città deve cercare qualcos’altro o qualcun
altro”
(Funzionario Pubblico).
Qualcuno cita il tentativo di sviluppare il settore della telefonia.
Altri ricordano che la città è riuscita ad attrarre le sedi
distaccate
del Politecnico di Torino, dell’Università degli Studi di
Torino e
dell’Interaction Design, ma i risultati qualitativi e quantitativi
deludono
le aspettative.
Alla questione di come potrebbero essere rivalutati i “quartieri
olivettiani”
, gli intervistati mettono in evidenza luoghi e strutture diverse in un
clima generale di scarsità di risorse non spaziali, ma umane ed
economiche:
“Le strutture ci sono e hanno anche una certa qualità, comunque
sarebbero
utili per determinati servizi, ma purtroppo mancano i soldi e
l’organizzazione” (Funzionario Pubblico).
“Tutti gli stabilimenti sono importanti, ma soprattutto è
importante ridare
vita a queste strutture entrate nella storia” (Guardiano).
Tra gli intervistati qualcuno ricorda il sistema composto dagli edifici
e
dagli stabilimenti più conosciuti da un lato, e da altri manufatti
dall’altro,
meno conosciuti ma molto importanti per alcuni abitanti, come il
convento di S. Bernardino e Villa Casana, dove è attualmente
conservato l’archivio storico.
Il concetto di “vivibilità” è inteso in modi
diversi a seconda che gli
intervistati vivano o lavorino nei “quartieri olivettiani”:
“Si vive bene, ma i negozi chiudono presto” (Educatrice).
“Si sta abbastanza bene ad Ivrea rispetto anche ad altri posti”
(Barista)
“A livello di traffico Ivrea è peggiore rispetto ad altre
città, comunque
più o meno le città sono tutte simili e hanno tutte gli
stessi problemi”
(Parrucchiere).
“Gravi problemi, come quelli delle grandi città: prostituzione,
spaccio,
mancanza di sicurezza per i cittadini” (Infermiera).
“Si sta bene, peccato che manca il lavoro” (Guardiano).
I problemi sociali ed economici vengono evidenzianti con veemenza da
alcuni intervistati.
“Si accetta qualsiasi tipo di lavoro, basta che arrivi” (Infermiera).
“Manca tutto, si è lasciato andare via tutto” (Guardiano).
“Ttutto è in crisi, circa il 70%” (Parrucchiere).
“Vi è la crisi del commercio, ma non solo, non ci sono buone
iniziative
a livello sociale” (Educatrice).
La domanda sulla funzione del MaAM e il suo ruolo in Ivrea ha dato
delle riposte molto interessanti: se l’obiettivo del museo è
quello di
far conoscere la storia dell’Olivetti, questo è avvenuto
solo in parte,
in quanto gli intervistati sottolineano che è un’iniziativa
interessante
ma poco valorizzata. Chi la conosce, però, non manca di mettere
in evidenza che tale struttura è uno dei pochi elementi positivi
della
città di Ivrea:
“Ne ho sentito parlare ma non lo conosco” (Gestore centro
sportivo).
“Non ne sappiamo nulla” (Studente).
“E’ una bella iniziativa ma deve essere pubblicizzata di più,
ad esempio
con delle visite guidate” (Guardiano).
“Lo vedo come un percorso turistico, per le persone che vengono
da fuori potrebbe essere interessante. Sicuramente andrebbe migliorato
ma con cautela, dovrebbe ricadere in un progetto globale di
rifunzionalizzazione di quest’area” (Funzionario pubblico).
“Si potrebbe rivalutarlo dandolo ad esempio in mano ai giovani”
(Infermiera).
Per quanto riguarda l’atmosfera percepita nell’area dei “quartieri
olivettiani”,
le risposte, pur diverse, sono significativamente accumunate dallo
stesso stato d’animo. Attraversando quest’area si percepisce
un senso
di totale abbandono:
“Soprattutto in Via Jervis non c’è niente” (Gestore
centro sportivo).
“Gli edifici sono tutti uguali, è una zona di periferia dove
ci sono solo
capannoni e industrie” (Educatrice).
“Edifici abbandonati” (Studente).
Fra le sensazioni che gli intervistati dicono di provare nell’attraversare,
frequentare o vivere l’area prevalgono quelle negative:
“Non c’è nulla, provo angoscia, ci sono solo tante
auto” (Infermiera).
“E’ una zona limitata, può sembrare più piacevole
il primo tratto perché
ci sono delle aree verdi ma il secondo tratto è molto triste perché
ci
sono solo ex stabilimenti” (Funzionario pubblico).
“Bruttissimo, desolazione totale” (Guardiano).
“Via Jervis trasmette l’attivismo di Ivrea!” (Parrucchiere)
|
|