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Sul
pittoresco
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Estratto
264-265
Kongenshus Mindepark
“Il luogo della memoria”
di
Alberto Pedrazzini
Quando si cammina sul fondo della valle, si è soli con la brughiera,
le pietre e il cielo. Non si vede altro. E la brughiera, le pietre e il
sole
sono senza tempo. Come lo sono l’allodola e l’orchidea della
farfalla,
che emana un dolce profumo verso sera. Scegliendo questa valle, e
trasformando la valle, le pietre e il sentiero in un’unica opera
d’arte,
il monumento ha assunto una dimensione senza tempo, che fa pensare
all’eternità, senza essere distolti dal presente e dalla
quotidianità.
Sven-Ingvar Andersson Steen Høyer

A partire dagli anni 90 la Fondazione Benetton Studi Ricerche è
impegnata a diffondere, al di là delle ristrette cerchie di savants,
una cultura di “governo del paesaggio”. Il termine è
denso di significati
poiché tra i parametri valutativi ricorrono le capacità
progettuali
e manuali che hanno indotto una modificazione dei luoghi, assurti così
a patrimonio di natura e di memoria. Nel 2004 il sigillo del premio
“Carlo Scarpa” è stato unanimemente assegnato a Kongenshus
Mindepark, straordinario lembo di brughiera situato non lontano da
Viborg, nello Jutland
La sua storia si intreccia con quella di Danimarca e, sebbene parta
da molto più lontano, si riallaccia ai sentimenti nazionalisti
successivi
alla sconfitta subita contro i prussiani nel 1864. La perdita dei
ducati dello Schleswig e dell’Holstein, circa due quinti dell’intero
territorio nazionale, suscitò tra il popolo danese un diffuso orgoglio
patriottico che ridefinì, anche in senso morale, la consapevolezza
di una diversa coscienza. La trasformazione della brughiera in terreno
coltivabile fu dettata principalmente dal fatto che “quanto si era
perso andava riconquistato all’interno”. L’attenzione
verso questa
“nuova frontiera”, la bonifica appunto, non fu cosa semplice;
nel
suolo sabbioso delle pianure alluvionali del nord l’erica, cara
a pittori
ed artisti - penso alle orgogliose narrazioni di Steen Steensenn Blicher
o del più celebre Hans Christian Andersen, come ai dipinti della
“Danish Golden Age” (da Carlo Dalgas a Johan Frederik Vermehren)
- rendeva assai difficile la coltura dei terreni.
Nonostante il fascino indotto, la brughiera - si badi bene - non
costituiva il paesaggio originario di quelle terre. Ricoperte anticamente
di foreste – lo ricordano i molti toponimi tuttora esistenti –
divennero
tali solamente a seguito del radicale disboscamento e di colture
così intensive da ridurre progressivamente la fertilità
del suolo.
E ben difficilmente la coltre d’erica si sarebbe mantenuta se non
fosse intervenuto l’uomo, con il pascolo o il fuoco; senza una
necessaria opera di governo, essa avrebbe finito per ridiventare
foresta.

La brughiera è dunque il risultato di un abuso indiscriminato condotto
sul suolo coltivo o un esempio significante di natura incontaminata?
L’ambiguità
di fondo rende ancor più affascinante la trama del racconto.
La risposta all’interrogativo è semplice: ammette entrambe
le
aggettivazioni e nessuna pienamente, poiché la verità dipende
da
cosa riteniamo di dover rendere visibile e manifesto. Comunque la si
osservi essa circoscrive un’idea di paesaggio nel quale si stratificano
significati tanto complessi quanto paradossali.
Kongenshus Mindepark vuole essere la conservazione di ciò che esisteva
prima della trasformazione agraria. L’idea nacque per volontà
degli stessi
contadini insediati; i primi, in fondo, a comprendere pienamente le ragioni
di un’azione di governo che esaltasse sì gli sforzi compiuti
per rendere
fertili quelle lande desolate ma che, al contempo, riuscisse ad esprimere,
attraverso la tutela dei pochi brani superstiti, un più profondo
sentimento
di attaccamento alla terra Fig.6. Natura e lavoro, conservazione e
trasformazione diventano i poli di una tensione che proprio qui trovano
la loro più felice contraddizione: Kongenshus Mindepark è
un monumento
dedicato tanto alla brughiera quanto alle persone che hanno lottato
tenacemente per modificarla.
L’idea di costituire un parco nacque agli inizi del secolo scorso
ma la
proprietà di Kongenshus con i suoi 1.214 ettari di brughiera venne
compiutamente acquisita dalla Jydsk Landvinding (Recupero dello Jutland)
solo nel 1941. Lo Stato rientrò nell’operazione offrendo
un contributo
economico importante, con l’unica contropartita di porre a tutela
circa
un terzo del compendio. Il 12 settembre del 1942 fu istituito l’ente
autonomo Kongenshus Mindepark. Il progetto prevedeva di vincolare,
come d’accordo, circa 700 ettari, e di realizzare una fattoria modello
circondata da un bosco al cui interno, in una radura, si sarebbe allestito
un monumento, simbolo della storia della brughiera. Dapprima la radura
venne pensata come sede di manufatti lapidei eretti a memoria dei
coltivatori ma la guerra non consentirà di dare corso all’iniziativa.

Nell’immediato dopoguerra, fu dato incarico a Carl Theodor Sørensen,
ormai famoso paesaggista danese, di scegliere il luogo più adatto
per
il progetto di un parco memoriale e di proporne la forma, tenendo
comunque fermo il proposito che il paesaggio doveva essere mantenuto
immodificato. A Kongenshus Mindepark, insieme all’architetto Hans
Georg Skovgaard che curò i disegni dei massi, egli pose come prioritaria
la condizione della storicità della natura. Il progetto, realizzato
a
partire dal 1945, fu inaugurato nel 1953 alla presenza del re Federico
IX e della regina Ingrid.

La definizione del parco memoriale avverrà gradualmente, come
dimostrano le diverse proposte documentate da numerosi disegni
e schizzi, oggi conservati presso la Biblioteca dell’Accademia Reale
di Copenaghen.

La proposta finale visualizza al meglio il genius loci: <<un lungo
sentiero tra pendii d’erica, una fusione di massi e paesaggio,
un’accentuazione dell’andamento ondulato della vallata, la
minimizzazione dei fattori di origine umana e (a conclusione)
la veduta del “Piazzale dell’Incontro” >>.

Nell’insieme una scultura del paesaggio, un significativo brano
di land art dove tutti gli elementi sono pensati e progettati per
lasciare un’impronta definita. Molti i significati sottesi, in parte
difficilmente comprensibili per chi non vive quelle terre o disconosce
la cultura delle genti per le quali il paesaggio non costituiva
solo oggetto di godimento estetico, essendo una fonte importante
di sostentamento. Ogni considerazione sulla natura e sulla tutela
non poteva prescindere, allora, dalla consapevolezza del suo
valore economico. Nella processualità storica il passaggio da
considerazioni meramente estetiche a finalità di altro genere
(sociali, scientifiche, ambientali) maturò una diversa e più
complessa
volontà di conservazione . Quando fu chiaro che la gran parte
di ciò che veniva considerata natura (e come tale sottoposta
a tutela) era in realtà paesaggio culturale, divenne sempre più
difficile delinearne i contorni: al limite tutto poteva essere definito
natura! Viceversa se << la natura è (da intendersi) suolo
primigenio
e vegetazione vergine, non piantata o accudita dall’uomo (..)
è cosa rara in Danimarca >>. Con questa presa di coscienza
Sørensen
indicava una diversa strada da percorrere in quanto <<non si deve
parlare e operare sulla base di un’idea di natura laddove natura
non
c’è>>. La natura si relaziona all’economia e
la manutenzione alla
trasformazione del paesaggio e, <<sotto certi aspetti, può
essere
utile pensare che la differenza tra un campo di grano e un bosco
si riduce alla differenza tra il tempo che passa tra la semina e il
raccolto: dieci mesi nel primo caso, cento anni nel secondo>>.
Gli atti di tutela, che avevano avuto indubbia importanza, non
potevano e non dovevano impedire il cambiamento. La sua discesa
in campo è rivolta ad un’arte del giardino impegnata nella
trasformazione del paesaggio poichè la brughiera non costituiva
per Sørensen solo un oggetto da conservare sic et simpliciter,
quanto piuttosto un luogo ideale per un intervento di land art.
Il Parco memoriale ci lascia immaginare come doveva essere un
tempo l’atmosfera dei luoghi, così come la descrissero in
età
romantica scrittori e pittori; una distesa di erica che l’impetuoso
vento del Nord rende simile ad un ondeggiante mare argenteo,
screziato da molti colori.
Il paesaggio è segnato da piccole valli formatesi in epoca glaciale
che
incidono la terra scendendo sino a dieci, quindici metri di profondità.
In una di queste, si è fermata l’attenzione di Sørensen.
<<Nel 1948 –
scrive l’architetto danese - ho battuto la brughiera per tre giorni
e
trovato che una profonda vallata di formazione glaciale sarebbe stato
il luogo ideale giusto per questo impianto monumentale. Il fondo della
vallata era coperto da un manto erboso e lo immaginavo conservato
in questo stato come sentiero verde. A distanza di circa 20 metri
l’uno dall’altro sono stati eretti dei monoliti, uno per ogni
distretto,
e ai piedi di ciascuno di essi tanti massi quanti erano i comuni, con
incisi i nomi delle persone che avevano messo su casa nei deserti
dello Jutland >>.
Il sentiero da cui si accede è costeggiato da alte pietre, simili
a menhir
con incise iscrizioni di testi e di simboli fig.14. Rappresentano appunto
i 39 distretti a partire da Skagen, posto all’ingresso della valle,
e sino
a Sonderjylland; accanto, 200 pietre più piccole, posate sulla
nuda
terra come altrettante lapidi tombali, simboleggiano i comuni e
riportano scolpiti i nomi di quanti parteciparono all’eroica impresa
di bonifica.
Al termine del sentiero, <<dove il cielo viene portato al livello
dell’erica>>,
il “Piazzale dell’Incontro” formato da una settantina
di pietre, ognuna
delle quali reca inciso il nome di chi ha celebrato la brughiera o ha
contribuito, con la sua opera, alla trasformazione del luogo.
Più oltre foreste, campi coltivati e brughiera si giustappongono
in una
visione d’insieme di rara suggestione.
Addentrandosi lungo i quasi ottocento metri della valle si avverte
forte il senso della permanenza, come se tutto qui intorno fosse esistito
da sempre; i grandi massi richiamano i dolmen dell’antichità,
e il “Piazzale dell’Incontro”, forma geometrica elementare
(tipica del
linguaggio modernista dell’architetto), rammenta la circolarità
di certi
insediamenti vichinghi, quali quelli di Trælleborg: un mondo arcaico
che
diventa il soggetto vivo di un racconto precedente alla formazione di
questo paesaggio.
La Mindedal è il risultato di una progettualità delicata
e complessa.
E’ innanzitutto monumento, cioè “memento” pubblico,
testimonianza
di un fenomeno naturale e di un evento storico, a cui gli architetti
hanno delicatamente aggiunto elementi di rara espressività artistica.
Il progetto materializza e dunque legittima un accadimento divenuto
parte integrante della memoria collettiva. E si sa che una società
senza memoria è una società votata alla disgregazione. L’impegno
progettuale fu allora quello di cogliere tanto i valori del passato
quanto le indispensabili aspettative del presente in un divenire
di attualità che si andava facendo futuro.
Sørensen e Skovgaard utilizzarono le pietre ed il paesaggio, elementi
percepiti come durevoli, così da consegnare la Valle della Memoria
alla
processualità storica del luogo. Le alte pietre costituiscono il
grande
libro della storia, le cui pagine scorrono il tempo a partire dal 1286
come raffigura la cruenta immagine, scolpita sul masso di Nørlyng,
della morte violenta del re Erik Klipping, ucciso a Finderup <<dagli
uomini che più amava>>.
Un monumento complesso, costruito per tutelare la storia ed il
patrimonio della nazione e di tutti quanti hanno contribuito a sentirla
come tale. I testi incisi sui pesanti massi descrivono i caratteri dei
contadini dello Jutland, eredi di apprezzate e condivise virtù
nazionali,
ma anche della brughiera, vista come una natura primordiale redenta
dalla fatica dell’uomo. La rappresentazione di questi caratteri
è stata
favorita dal momento storico in cui l’opera stessa fu ideata.
Nell’immediato dopoguerra il bisogno di “simbolico”
e l’esaltazione di
virtù che sottolineassero l’orgoglio di patria, quali la
comunanza (intesa
nel senso di appartenenza), la volontà ed il coraggio, erano celebrate
qui come altrove. Tuttavia l’opera di Sørensen e di Skovgaard
si
discosta anche rispetto alla concezione generale che si ha del
monumento nella sua contemporaneità. Senza nessuna enfasi
celebrativa, sono commemorati tutti quanti hanno partecipato
all’impresa di bonifica; per nome e cognome, uno per uno. Una
scelta di umanità che partecipa del clima politico e culturale
tipico
delle socialdemocrazie nordiche, in quegli anni punto di riferimento
per molte altre nazioni europee. Mindedal è un monumento creato
per quel determinato luogo, soggetto stesso della rappresentazione.
Non una scenografia naturale per l’impianto progettato poichè
qui
cultura e natura dovevano stringersi in una stretta relazionalità.
Come nei paesaggi religiosi, Sørensen collega la Mindedal all’idea
di
cammino, di conoscenza fisica del luogo. Sceglie infatti di narrare
una storia disegnando un percorso e facendo parlare gli elementi
che vi si incontrano Fig.22. Così ci si avvicina, si vede, ci si
ferma,
si legge, si gira, si scopre. L’uomo si sintonizza al carattere
evocativo
del luogo attraverso centinaia di percezioni successive che fanno
la sua sensazione. E’ la sua passeggiata, la sua circolazione che
vale e si associa all’idea di una partecipazione attiva del corpo
come condizione imprescindibile per la creazione del monumento.
Il visitatore si addentra in uno spazio isolato, in cui gradualmente
si sente coinvolto e partecipe di un <<paesaggio epico, disegnato
per raccontare una storia altrettanto epica>>.
Mindedal è ancor oggi fortemente evocativa nonostante i valori
rappresentati, legati a temi di realtà passate, possano apparire
in
contrasto rispetto alle sensibilità di oggi. Tuttavia, come è
stato
rilevato, l’attualità del suo messaggio deriva dal carattere
stesso
del luogo. Cultura e natura diventano qui entità interdipendenti
esaltate dalla creatività di quanti hanno saputo plasmare la materia
in arte; condizione necessaria perché il monumento possa porsi
ancor oggi come elemento significante.
<<Il gesto compiuto a Kongenshus – recita la motivazione della
giuria
– con una modificazione minimale eppure di stupefacente intensità,
si fa carico di un disvelamento critico dei segni e dei significati
convocati, e dunque offre un caso di quella mirabile e rara commistione
di sensualità e simbolismo, di emozione e di intelligenza, che
è
l’essenza stessa dell’arte>>.
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