IL GIORNO DI
La giornata di un professionista

 
PAR@METRO.IT
 
 







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PROGETTO DEL NUOVO STUDIO
BURATTI+BATTISTON ARCHITECTS





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01 PIANTA PIANO TERRA
02 PIANTA PRIMO PIANO
03 SEZIONE TRASVERSALE





LEGENDA

1 Ingresso
2 Atrio/Attesa
3 Reception
4 Saletta ospiti
5 Postazioni lavoro
6 Ufficio
7 Area tecnica
8 Servizi
9 Caffetteria
10 Sala riunioni
11 Laboratorio modelli
12 Deposito
13 Archivio



 


BURATTI+BATTISTON
ARCHITECTS


Il giorno di... B+BA
di Gabriele Buratti

Oggi è un giorno molto importante per noi:
iniziano i lavori per la costruzione del nostro
nuovo studio.

Ci giocavo da piccolo; era la falegnameria dove
mio padre e i miei zii costruivano mobili, porte e
finestre, ricordo anche una decina di operai.
Io e mio fratello siamo cresciuti in falegnameria,
è stata la nostra stanza da gioco, il nostro rifugio
e il laboratorio dei nostri esperimenti: giocavamo
a nascondino nel magazzino delle assi, al buio e
con l’odore intenso del legno; alla domenica, quando
tutto era vuoto, facevamo gare di velocità con
i carrelli tra pialle, seghe a nastro e tupie;
la vecchia pressa manuale era per noi una nave
nell’oceano con i grandi manubri da stringere e
svitare come boccaporti.
Molto presto ho cominciato a costruire lettini ed
armadi per le bambole delle mie amiche o piccole
scatole per le spezie di mia madre, affascinato
dall’uso di colla e chiodi, ed il trapano è stata la
prima vera macchina che ho usato, di nascosto
naturalmente.
Alla fine della scuola elementare, questa era la
consuetudine per noi ed i miei cugini, ho cominciato
a lavorarvi nei mesi estivi; due erano le possibilità:
stare in falegnameria oppure uscire con il camion
per le consegne.
Come qualsiasi ragazzino preferivo andare con
il camion, vedere posti nuovi, partire al mattino e
fermarci a mangiare in trattoria; ogni tanto i clienti
offrivano da bere e a volte ci scappava anche
la mancia.
Solo più tardi ho capito perché mio padre insisteva
tanto perché restassi in falegnameria e lavorassi
accanto agli operai più bravi.
Nessuno mi spiegava niente ma pian piano riuscivo
a decifrare i grandi disegni a matita in scala 1:1
incollati o addirittura disegnati direttamente su grandi
pannelli di compensato.
A volte venivano anche degli architetti a controllare
il lavoro ed erano momenti di grande tensione; mi
piaceva tagliare, forare e montare, mentre odiavo
carteggiare i pezzi verniciati prima dell’ultima mano.

L’appuntamento con Luigi è per le 8.00 in cantiere;
è un impresario acuto e preparato, a volte un pò
burbero, ma sensibile, onesto e appassionato;
ci siamo conosciuti dieci anni fa in occasione della
costruzione del nostro primo progetto.
Come per tutti i giovani architetti l’esperienza del
primo edificio è una grande emozione, un miscuglio
di paura ed entusiasmo; in cantiere ti fanno domande
a cui non sai rispondere ma è importante non farlo
capire perché solo in questo modo puoi difendere le
tue scelte; "lei come farebbe?" ho risposto più volte
e così tutto è andato avanti nel modo giusto.
Da Luigi e Gianfranco, suo fratello e socio dell’impresa,
a cui abbiamo progettato più tardi la villa in cui abita,
abbiamo imparato molto, a volte litighiamo, ma siamo
diventati amici: molti dei nostri progetti di architettura
sono per loro.

Ci sono prima di tutto alcuni muri da demolire e da
tracciare le fondazioni per la nuova struttura.
Il nostro nuovo studio occuperà la parte più vecchia
della falegnameria, il primo edificio ad essere stato
costruito quando ancora intorno c’erano solo campi
e boschi.
È un edificio rettangolare, a campata unica con
copertura a volta, molto alto e luminoso; libero su
tre lati di cui due su strada e uno sul cortile:
è sempre stata la parte più importante della
falegnameria, non c’erano macchine perché era la
zona dei disegni e dei banchi per il montaggio.
Tolti i divisori, un solaio ed alcune tettoie esterne,
l’edificio verrà riportato al suo stato originario.
Nella zona centrale, in corrispondenza della parte
alta della volta, verrà costruito un soppalco per
tutta la lunghezza del corpo; al piano inferiore,
all’ingresso, vi saranno un atrio/attesa, la reception,
una piccola sala riunioni/ricevimento ed i servizi;
passato l’ingresso si aprirà la zona operativa dello
studio a doppia altezza con le postazioni di lavoro
dei collaboratori e sul fondo i due spazi di Oscar,
mio fratello, e Ivano, l’altro partner dello studio;
al piano superiore ci saranno la caffetteria, altri
posti di lavoro, una grande sala riunioni/biblioteca
ed il mio spazio.
L’idea è quella di fare interagire i due piani, ad
eccezione della grande sala riunioni sarà tutto
aperto, in una sorta di open-space su due livelli:
da sopra si potrà vedere e parlare con chi sarà
sotto e viceversa.
Nel corpo a fianco a quello voltato ci saranno il
laboratorio dei modelli e dei prototipi e l’archivio dei
materiali, altro settore importante dello studio.

Di ogni progetto, qualsiasi sia la sua scala, la
costruzione del modello è la fase centrale ed
essenziale del nostro lavoro; è Oscar il responsabile
del laboratorio e nostro padre, nonostante possa
godersi il meritato riposo al mare, è spesso coinvolto
in questa attività e nel nuovo studio sarà come se
continuasse a lavorare nella sua falegnameria.
Nei primi anni facevamo solo modelli alla fine del
progetto, per presentarli o a volte anche solo per
fotografarli, poi abbiamo scoperto la loro importanza
nell’elaborazione dell’idea e del suo controllo: sono
sempre meno curati e rifiniti, ma più densi di idee e
sintetici; cambiano in continuazione e ci permettono
di capire e trasmettere ai clienti l’essenza del
progetto.
Purtroppo quando frequentavo l’università, alla
Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano,
non c’erano laboratori per i modelli o insegnamenti
per imparare a farli ed è stato una meraviglia quando
sono stato alla Columbia University a New York e
ho visto come ogni studente aveva una propria
postazione per costruire modelli del proprio progetto.
Alla nuova Facoltà del Design, dove insegno
Architettura degli Interni, vi sono invece dei laboratori
bellissimi; sono rimasto stupito da quanto siano
attrezzati per lavorare il legno, il poliuretano,
il metallo ed altri materiali.
Nell’epoca in cui la rappresentazione computerizzata
ha raggiunto livelli di qualità e comunicazione
altissimi, ritengo che il modello fisico rimanga
comunque uno strumento di progetto essenziale.

Abbiamo lavorato molto sulla struttura del nuovo
studio perché volevamo che il soppalco avesse il
minor numero possibile di punti di appoggio per
lasciare indivisa l’area centrale; liberato dai tavoli
diventerà lo spazio per le feste che facciamo ogni
anno per gli auguri di Natale.
Ivano è ingegnere e progetta tutte le strutture
dei nostri edifici; ogni tanto si rifiuta di calcolare
campate troppo lunghe e verificare sbalzi troppo
spinti , ma alla fine trova sempre una soluzione.

In questo nuovo spazio lo studio sarà ancora di più
un grande laboratorio artigianale per la costruzione
del progetto; la scelta del “costruire” insieme alla
trasversalità della scala progettuale sono infatti le
basi della nostra filosofia operativa.
Lavorare a scale diverse, dall’architettura urbana al
product design, pone l’individuazione della "scala" e
la ricerca della "misura" come gli obiettivi primari del
nostro modo di progettare; “misura” anche intesa
come interesse a progettare oggetti e manufatti
adeguati al loro valore e alla loro funzione, che
possano migliorare la qualità della vita di chi li usa
e li abita.
Per me e Oscar è qualcosa di più del nostro nuovo
studio, uno spazio più grande e più bello,
rappresentativo del nostro lavoro, il cambiamento
necessario dopo un decennio di progetti; è una
sorta di ritorno alle origini, è come se dopo tanti
cambiamenti stessimo ritrovando il filo conduttore
della nostra passione per questo mestiere.