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GIOVANNI VACCARINI
Il
giorno di...Giovanni vaccarini
di Laura Marini
L'Architettura è ottimismo!
Vi sono sempre due modi di vedere le cose
Il talento può essere un dono scomodo.
Se il contesto in cui va investito risulta arido,
allora occorre inventare qualche intelligente
strategia. Quella di Giovanni Vaccarini è un
atteggiamento di caparbio ottimismo.
Una sorta di creativa attitudine al confronto
con le difficoltà che un contesto eccentrico
come quello abruzzese presenta ad un brillante
giovane architetto che intenda esercitare
senza risparmio di risorse la propria professione.
Così, osservare una “giornata tipo” di Giovanni
Vaccarini può risultare interessante in un modo
divertente. Il suo studio è una versione
contemporanea di un laboratorio del Bauhaus,
in cui si incontrano, per confrontarsi, personalità
diverse.
Una rete che Giovanni, dotato di una capacità
comunicativa spiccata, gestisce con ogni ricorso
alla simultaneità dei contatti offerta dalla
tecnologia. In questo è, appunto, la
contemporaneità del suo lavoro: progettare, si,
intorno ad un tavolo che raccolga contributi
molteplici e vari, nel numero necessario a colmare
ogni aspetto fondante il progetto, ma un tavolo
spesso immateriale.

A cristallizzare i segnali in ingresso, è, poi, il
disegno. E in questo passaggio risiede un altro
fulcro di una passione per l’architettura che non
può prescindere, per sua natura, dalla
concretezza “del fare”. Questo, infatti, per
Giovanni, sembra un dato di indiscutibile
fermezza: considera il suo lavoro compiuto, non
certo nel progetto ma necessariamente nella sua
realizzazione.
Perciò, forse, consapevole delle difficoltà del
passaggio alla concretizzazione, ricerca con
ostinazione una esattezza calviniana del disegno,
delle immagini, del linguaggio, spendendo
moltissimo tempo nel disegnare ogni dettaglio il
numero di volte che è necessario.
Così riempiendo ogni spazio di schizzi (bellissimi)
e di appunti (con la sua enigmatica scrittura da
medico) che sono il suo strumento privilegiato
di comunicazione.
E se questa cura, appassionata fino ad essere
estenuante, davvero assicura l’esattezza della
sua architettura, un suo modo semplice per
evitare che la “pesantezza, l’inerzia, l’opacità
del mondo”(1) vi si attacchino, è cambiare
punto di vista.
D’altra parte ne esistono sempre almeno due.
(1) Italo
Calvino, Lezioni Americane, Mondatori, Milano 1993
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