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Un
giorno in Future Systems
di Andrea Morgante
Un giorno qualunque
per noi architetti è
sicuramente il Sabato. Qui a Londra,
nello studio di Future Systems.
Non abito lontano dallo studio e non adoro
alzarmi prestissimo, specialmente il Sabato.
Unico inconveniente non è tanto il lavorare
il giorno successivo il venerdì, quanto farmi
strada nel flusso solido, uniforme e compatto
che controcorrente procede verso
Portobello Road, mentre risalgo Notting Hill
verso l’ufficio.
Molte voci italiane, accenti romani che
passano velocemente e poi diventano
milanesi, veneti e napoletani.
E’ piacevole, provincialmente rassicurante
per un italiano a Londra da qualche anno.
Aprendo la porta scopro felicemente
lo studio semideserto, solo un collega
americano e Jan, Jan Kaplicky, fondatore
nel 1979 di Future Systems.
Mi fa un cenno con la mano per poi
riprendere a scrutare serio la sua scrivania
ordinatamente sommersa da molti disegni
e matite fosforescenti.
Quando lo studio è deserto sembra
gigantesco, sprofondato silenziosamente
nelle dimensioni industriali di quello che
una volta era un magazzino di stoccaggio
nel cuore di questo quartiere, un tempo
ghetto giamaicano.
Mi tolgo le scarpe come da manuale
implicito dello studio, nella zona di moquette
nera, per varcare l’immaginaria soglia
cromatica e camminare scalzo nell’area
di moquette rossa, colore che delimita
lo studio vero e proprio con le sue scrivanie,
zona meeting, produzione plastici e cucina.
Il tutto senza barriere, senza muri divisori.
Tutti i plastici, prototipi e le persone che
normalmente qui lavorano si incrociano
in uno sguardo unico, panoramico.
E’ rilassante, ti senti viziato di poter
lavorare in uno spazio simile.
Preparo un caffè, quasi italiano,
sufficientemente invitante da far abbandonare
Jan la scrivania per unirsi all’irrinunciabile
pausa pre-lavorativa. Lui è in studio già
da qualche ora.
Come sempre. Per leggere, riflettere
e disegnare.
Mentre gli racconto il mio venerdì sera,
sorride interessato, chiedendomi paternamente
se mi sono “comportato bene”, sorridendo
ancora per poi tornare alla sua scrivania.
Lavoro spesso insieme a Jan, cosa che
reputo unica, rara, preziosa.
Credo di lavorare con uno degli ultimi
maestri dell’architettura moderna, capace
ancora di ascoltare e condividere le giornate
della settimana con i suoi collaboratori.
Sempre presente, rassicurante nel vedere
la sua vivace ed instancabile produzione
di idee e schizzi ogni giorno, senza eccezioni.
Lavorerò solo fino a pranzo; devo controllare
e modificare alcuni disegni per un nuovo
stand di Ferrari e Maserati in Francoforte
nell’imminente futuro.
Lunedì li manderò al nostro contractor
(italiano naturalmente) per una ispezione
pre-costruzione.
Intanto Jeff, il collega americano, decide
che forse è tempo per un pò di jazz, a volume
pacato. Jan approva ed il Sabato lavorativo
diventa ancora più piacevole.
Un altro collega intanto varca la porta.
Soren è danese, coetaneo trentenne; deve
aggiornare alcuni disegni costruttivi per il nuovo
edificio di Selfridges a Birmingham.
Mancano pochi mesi alla sua apertura ufficiale
e Soren è da più di due anni che ci lavora su.
E’ stanco, credo non condivida la mia rilassata
e prosaica visione dello studio di Sabato ma
è costretto, troppi dettagli costruttivi da
finalizzare e quelli che per me sono tre mesi
prima dell’apertura per lui già sono giorni
che velocemente si consumano al rovescio.
La stampa ed i commenti pubblici comunque
stanno già rinvigorendo tutto il team, persone
che nulla hanno a che fare con l’architettura
ci scrivono per complimentarsi e per condividere
con noi il loro stupore.
Per noi è molto significativo.
Jeff è impegnato su due progetti che vedranno
la luce tra pochi mesi. Una scuola prefabbricata
a Richmond, periferia verde a sud di Londra
ed un nuovo negozio di moda nell’affollata
Oxford street. Quest’ultimo non rappresenta
una vera e propria sfida costruttiva per noi,
reduci dal lungo tour progettuale affrontato
con i molti negozi per Marni. La scuola in Richmond
è invece più simile al Media Center, sia come
sfida architettonica che come processo
produttivo. Un cantiere navale sarà il nostro
contractor, e la nuova classe sarà un assemblaggio
prefabbricato, realizzato attraverso una
monoscocca in fibra di vetro rinforzata:
all’esterno della scocca verrà riprodotto uno
schizzo ingrandito disegnato da uno dei bambini
che traslocheranno presto nella nuova classe.
Quasi ora di pranzo ed oggi mi sono
promesso solennemente pastasciutta, con
bacon naturalmente, quindi mi affretto a chiudere
i disegni. Nella mia borsa infilo alcuni disegni
che porterò in Italia con me lunedì in Alessi.
Siamo quasi pronti alla produzione di un nuovo
servizio da the e caffè, recentemente in mostra
alla Triennale. Un lavoro eccitante quanto
estenuante, fatto di un enorme quantità di
disegni, modelli tridimensionali ed innumerevoli
prototipi in schiuma ad alta densità.
L’informazione prodotta nei mesi di progetto
per questi “soli” cinque oggetti non ha nulla
da invidiare all’informazione necessaria
per qualsiasi edificio.
Assolutamente affascinante.
Lo schermo ora è nero opaco, spingo la sedia
verso la scrivania e saluto nuovamente Jan,
promettendo di non essere in ritardo lunedì
mattina per il mio aereo.
Lui risponde ironico “Non ne sarei così sicuro!”
Infondo, nonostante il bacon, sono sempre italiano…
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