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Una
giornata da professionista qualunque
di Adele Di Campli
In
provincia, la giornata di un architetto qualunque inizia
quasi all’alba.
Il mio nuovo cantiere è ad un passo da casa, arrivo in
auto e parcheggio dietro la ruspa.
Gli operai mi salutano sorridenti, sembrano contenti di
vedermi.
Non appartengo alla categoria degli architetti rompiscatole,
non mi fisso sui centimetri: l’importante è il risultato.
E ascolto sempre i consigli del capo-mastro.
Offro loro il caffè, ma sono io ad averne bisogno: in 5
minuti mi hanno riversato già una tale quantità di imprevisti
da risolvere, che sarebbe stato meglio non farsi vedere.
Don’t
worry, risolviamo tutto.
Lasciatemi pensare un secondo.
Loro riprendono a lavorare ed io a pensare:
ma chi me l’ha fatto fare?!
Squilla il cellulare: il sindaco mi chiama a rapporto.
Ci sono dei particolari da sistemare, hai trovato il
materiale che voglio? Preparami tutto per domaniiii!!!
Don’t
worry, non c’è problema: già fatto!
Povera me, la giornata si preannuncia proprio di fuoco.
Mi rimetto in auto, direzione il mio studio, ma prima
devo fare una breve sosta in un altro cantiere, quasi
terminato.
Non ci sono sicuramente problemi. Mi fermo solo per un
saluto veloce.
Dopo 5 minuti sono di nuovo in macchina.
E vai! Salva!
Non ho mai
avuto la radio in macchina, mi da il mal
di testa;
quindi quando guido, penso, rifletto, progetto a volte.
Ripenso spesso alle persone che incontro.
Questo lavoro è impareggiabile in quanto a contatti
con le persone più diverse. E’ bello sentire come ognuna
di esse muova uno stimolo, un insegnamento, una
sensazione differente.
Il committente pignolo, il venditore truffaldino, il politico
per il quale contano solo i risultati, l’imprenditore che
lavora quattordici ore al giorno pur di non tradire il suo
senso di responsabilità, i bravi ragazzi che forse non
amano il lavoro in cantiere, ma sono lì e si fanno in
quattro. Il più simpatico degli ultimi giorni?
Una persona semplice, genuina nelle sue espressioni
dialettali, schietta nel suo pensiero: “…ho capito!
E’ forte questo progetto, è forte davvero, mi piace…lo
faccio!”
“Grazie”. Non potevo dire altro.
Ripenso alla sua frase e sorrido, per la simpatia e la
sincera spontaneità: è la gioia delle piccole cose.
Mi perdo nei miei pensieri, ma, meno male che c’è la mia
agenda elettronica che, con il suo trillo, mi riporta nella
realtà della frenesia della mia giornata, per ricordarmi
tutti gli impegni di ieri che ho purtroppo rimandato
ad oggi (e che questa sera rimanderò a domani!).
Finalmente
arrivo in studio.
Ho un piccolo spazio in un palazzo in centro, molto
rassicurante, ma poco rilassante, nonostante il
giardino zen in miniatura, che ogni volta il mio vicino
trasforma in un campo di battaglia, tradendo la sua
personalità forse un po’ disturbata.
Sui tavoli, le cartelle dai tempi infiniti dei lavori da
chiudere.
Faccio finta di non vederli.
Sono solo passata a prendere un progetto da consegnare.
E’ tutto pronto, firmato e timbrato.
Certo, se ci pagassero a peso, sarei già ricca!
Corro giù per le scale per mettere tutto in auto, prima
che arrivi il vigile.
Il commerciante, che è sempre in strada, mi rassicura
“Architetto, non si preoccupi gliel’ho detto io che stava
per scendere”.
Intanto il mio telefonino ricomincia a squillare, tanto per
ricordarmi che la mia giornata, è solo agli inizi.
Perchè… è appena mattina! Anzi… è ancora
mattina!
Ma nel frenetico
caos della mia quotidianità cerco sempre
di ritagliarmi momenti tranquilli in cui fermarmi a riflettere.
Generalmente, dal tardo pomeriggio, quando i cantieri
sono chiusi ed io mi chiudo in studio.
Sono diversi i progetti ai quali sto lavorando in questo
periodo.
Grandi e piccole cose che affronto contemporaneamente,
con l’illusione di tenerle separate, ma alla fine in una c’è
sempre qualcosa dell’altra e viceversa.
E’ impossibile, per me, separare uno sogno dal desiderio
di realizzarlo.
Oggi pomeriggio
ho incontrato il Maestro Ceroli, un artista
importante che ammiro e rispetto per la grande capacità
che ha di trasformare in materia la sua colta sensibilità.
Avrei voluto discutere con lui del concetto di centralità
ed equilibrio; di come non sempre la centralità si identifichi
con il centro geometrico di uno spazio e di come l’equilibrio
non sempre venga espresso con l’applicazione di
proporzioni ricavate da ferree regole geometriche.
“D’altra parte – avrei voluto dirgli – Lei ha
affermato il
concetto di equilibrio partendo dalla solida staticità e
proporzione armonica di uno studio rinascimentale ed
arrivando ad una condizione di “Squilibrio”, allorquando
la sfera, che racchiude l’armonica e solida proporzione,
va ad appoggiarsi su di un’altra sfera, in un trionfo di
movimento e dinamismo!”.
Avrei voluto, quindi dirgli, quanto sia importante, secondo
me, giovane architetto di provincia, anche in una piccola
area di un paese di provincia, affermare la dinamicità dello
spazio, nel quale possano trovare espressione e
coesistere, senza nessuna esclusione, tutte le componenti
interessate da un progetto, in uno studiato lavoro di
sintesi che è proprio dell’architetto.
Avrei voluto discutere di tutto questo ed anche altro,
con un interlocutore che qui in provincia non capita tutti i
giorni di incontrare.
Ma non l’ho fatto. Mi sono limitata ad ascoltare
l’entusiasmo di questa persona, che si occupa di grandi
cose, per una piccola cosa di un piccolo architetto,
nonostante l’espressa non condivisione delle scelte
effettuate.
Non so chi dei due abbia ragione e se ci sia una ragione.
Non ho mai pensato che esista una sola soluzione univoca
ed indiscutibile.
Può essere che nelle scelte effettuate io abbia sbagliato
e questo mi renderebbe più felice del sapere di non aver
sbagliato, perché l’errore implica avere idee ed accettarlo
significa progredire e continuare ad avere idee.
Nel 1999 il Cardinale Ruini disse agli architetti d’Italia:
“Il vostro compito è quello di creare un incanto che risvegli
l’anima”. Questa frase mi colpì molto ed anche ora,
a
distanza di qualche anno, continuo a pensarci ed a
rifletterci.
Non so se mai ci riuscirò … ma sicuramente voglio almeno
provarci.
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