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La bustina di Minervini

 
 
 







 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


Acqua e menta
di Antonio Minervini

“Prenditi il tempo
per conoscere il mio tempo
tanto anche domani sarò qui
poi senza corsa né riposo
fino in fondo…”

Niccolò Fabi,
Lentamente “la cura del tempo
(Virginmusic)

Acqua e menta.
Sono scappato dalla città, troppo caldo,
troppo umido, troppe polveri sottili, troppe
bocche di fuoco di macchine. Sì, sono scappato,
sto andando in collina ed ormai è un’ora che
aspetto. La gioia della fuga si sta tramutando
in rabbia impaziente: un’ora in questo baretto
sulla strada, un’ora è veramente troppo. Un’ora
per un’acqua e menta! L’avevo preparata questa
sosta, fuggire a volte è un po’ tornare e a me
questo desiderio era tornato come un sorriso
antico: un’acqua e menta, popolare quasi quanto
la spuma, l’antitesi del gin tonic e dell’havanacola,
una cosa da bambini per far festa insieme ai grandi
che bevono birra. Una bibita da guardarci attraverso
e tutto diventa verde, verde menta, appunto.
Verde come le colline che ho di fronte, più lontano
le montagne, quelle sono grigio-azzurre roba da
grandi, a me adesso piace il verde e quella linea
bianca e quel ciclista che va o che torna, ammesso
che ci sia differenza. Chissà se quel ciclista con la
bici in carbonio e cambio shimano 321 rapporti ha
mai sentito parlare di Malabrocca e delle sue corse
al rovescio. Era uno dei tempi di Coppi e Bartali,
il “Luisin” Malabrocca che nel 1946 e ancora nel ’47
sudava e teneva duro… per arrivare ultimo. E me lo
immagino su quelle colline a pedalare lento ma
regolare per non andare fuori tempo massimo,
senza riferimenti se non l’orologio, la strada e il
guardarsi alle spalle per essere ultimo, proprio
ultimo. Il rovesciamento di prospettiva, un altro
modo di guardare alla corsa. Nel suo lento andare
me lo immagino che guarda: il selciato delle strade,
le rade case, i nodi di ogni singolo albero, le facce
della gente ruga per ruga, sorrisi, parole di
incoraggiamento, battute di scherno e visi di
ragazze. Me lo immagino cosa pensasse: “lasciali
correre che tanto io arrivo, ma con calma”.
Lasciamolo correre il Malabrocca. Un nome come
un destino: classe 1920, 22 giugno il primo giorno
dell’estate, anche quand’è nato se l’è goduta tutta
la primavera, lasciamolo correre lungo quest’Italia
senza memoria, questa Italia, veloce e dimentica,
quest’Italia che mastica e tritura la Costituzione
come le noccioline: in politica, nell’ambiente, nella
giustizia, ci sono leggi approvate con la velocità del
fulmine. Noi no, noi stiamo con Malabrocca convinti
che la lentezza può essere un valore. C’è un romanzo
di Kundera che si intitola appunto La lentezza.
Ne trascrivo un brano: “la nostra epoca è
ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per
realizzare tale desiderio che si abbandona al demone
della velocità; se accelera il passo è perché vuol
farci capire che ormai non aspira più a essere
ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata
di se stessa; che vuole spegnere la tremula
fiammella della memoria”. Quest’estate ogni tanto
fermatevi, pensate e ancora pensate se non è
possibile un altro tempo e un altro modo. La mia
acqua e menta è arrivata, ma io mi fermerò ancora a
leggere Kundera: “dar forma a una durata è l’esigenza
della bellezza, ma è anche quella della memoria.
Ciò che è informe è inafferrabile, non memorizzabile”.
Continua a far caldo, guardo l’ora: le 10.25 mi fermo
ancora un po’ a pensare: il 2 agosto 1980 a Bologna
faceva caldo e tutto si fermò.