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La
bustina di Minervini
di Antonio Minervini
"Ho
volato un po' sopra tutto il mondo: e veramente la
geografia mi è stata molto utile. A colpo d'occhio posso
distinguere la Cina dall'Arizona, e se uno si perde nella
notte, questa sapienza è di grande aiuto."
Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Bompiani,
2000.
Ho cambiato casa ed è veramente incredibile come gli
scatoloni in cui ho stipato le mie cose riempiano un
appartamento grande quasi il doppio di quello in cui
stavo prima.
Ho
disposto gli scatoloni in pile ordinate, in modo che
lasciassero libera almeno una finestra ed è li che mi
appollaio per guardare.
Cambiare casa significa cambiare tante cose: il bar
per la colazione, il percorso per andare al lavoro,
l'edicola, il tabaccaio. Ma oltre al piano orizzontale ho
cambiato anche il piano verticale, dal primo sono
passato al quarto piano, di solito salire di piano è un
po' salire nello status sociale, forse è così ma la
mancanza di ascensore e le otto rampe di scale in
luogo dell'unica rampa del vecchio appartamento
me lo fa sembrare piuttosto una punizione. Dalla mia
finestra vedo una piazza, un uomo a cavallo fermo
nella sua bianchissima pietra e un albero. Insomma
cambiare casa è rivoluzionare la propria prospettiva,
la rete delle relazioni sociali e spaziali. E un nuovo
scenario in cui muoversi e riconoscersi e riconoscere
gli altri, le nuove facce e le loro storie, i loro
movimenti singoli e di gruppo, le loro abitudini.
Un lento ricercare i rami e le foglie per intrecciare
il nuovo nido, perché la nostra prospettiva intercetta
quella degli altri, che in primo luogo ti considerano
nuovo e il più delle volte diverso… ed è qui sulla
sottile ma drammatica frontiera dell'interpretazione
di questo termine che si gioca il futuro. Tra chi
considera la diversità ricchezza e chi pericolo.
C'è un gruppo di danzatori-attori in Italia, che ha
fatto della diversità ricchezza e del corpo strumento.
Corpo-uomo, corpo-donna, corpo-città,
corpo-conoscenza, corpo-scontro, corpo-incontro,
corpo-individuo e corpo-massa, corpo-teatro,
corpo-mondo. Questo gruppo si chiama Compagnia
teatrale nomade l'Impasto e ho deciso di parlare
di loro per il particolare modo che hanno di affrontare
il territorio che non è solo orizzontale ma anche
verticale. Questa compagnia si attesta su posizioni
"periferiche", riscopre luoghi abbandonati e la danza
inizia in quel momento, nel far pulizia, nel rimuovere
la polvere, nel riaccendere le luci nel chiamarsi per
nome passandosi una sedia, un filo, una carcassa di
moto nel chiedere lo zucchero per il caffè, nel ricreare
agorà di senso e danzare sul pericoloso filo dei luoghi
comuni, svelando il non-senso mascherato da buon
senso, infrangere il mito "buonista" della tolleranza
per giocare il difficile gioco dell'incontro. Questo è
un teatro "civile", è un impasto di culture, corpi,
alberi, mura che si fa ogni volta città, città nuova
che si fa senza paura, poesia. Avrei voluto
raccontarvi un loro spettacolo, ma è difficile dire la
città, spero che possiate incontrali mentre danzano
con i matti, con gli alberi, con i bambini, con le rovine,
con la rabbia, con la dolcezza, nelle gabbie e in
campi che solo i silenzi e i tempi di un Michelangelo
Antonioni potrebbero raccontare. Forse dopo, ma
potete iniziare ad esercitarvi già adesso, vedrete le
città non come un fuori, ma come un denso "dentro"
di intime traiettorie e se decidessimo di danzare con
loro, ma soprattutto tra di noi, faremo delle piazze,
delle vie, dei monumenti, dei giardini, la nostra
nuova casa.
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