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Terra, paglia e bambù.
Per una architettura sostenibile
 
 
 








 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



La bustina di Minervini
di Antonio Minervini


“Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con
un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di
gitto alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.”

Eugenio Montale Vento e Bandiere da Altri Versi
in “Ossi di Seppia”

Una linea bianca continua, a memoria dell’ultima
alluvione nel Nord-Est. Paesi come Pordenone, Prata,
Brugnera, Zoppola, allagati e, al ritirarsi delle acque,
il segno del fango sulle case e sul paesaggio,
continuo, come un velo, come una foto divisa a
metà, sopra colore e sotto bianco e nero.
Una foschia che lo sguardo copre, ma non è una
foschia, è una memoria, un monito forse…
Mi è tornato in mente una paio di giorni fa.
Ero in macchina accanto al guidatore e mi godevo
il paesaggio, piatto come ho sempre immaginato i
paesaggi dei romanzi russi, Anna Karenina, Guerra
e Pace, il Dottor Zivago , sul fondo, le montagne.
E’ una prospettiva particolare quella del viaggiatore
perché normalmente -e in automobile sempre- è
seduto. Vive cioè questa situazione di finestra
viaggiante e in particolari momenti è come in una
bolla trasparente, le cui forme sono proiezioni del
vetro dell’automobile. Mi accorgo di andare in
poesia, ma voglio dire che forse è un periodo della
storia in cui siamo sempre più in una bolla
trasparente, sia in auto, sia in casa, dove guardiamo
sul video un’altra casa a sua volta oscenamente
trasparente, sia davanti allo schermo del computer
dove “chattiamo” (che schifo di termine!) con altri
io, dentro bolle trasparenti.
L’altro giorno chiedevo il contrario di “lucido”: mi
hanno risposto “opaco”. Ma “opaco” è anche il
contrario di “trasparente” ed è in questo gioco
verbale che provo un po’ di sgomento.
Viviamo in vetrina, guardiamo attraverso vetri, ci
conosciamo attraverso schermi. Ma opachi.
Finché il contrario di “trasparente” diventa “spento”.
L’assente è il corpo, il calore, il freddo, il bagnato, il
secco, lo sporco, il pulito, il liscio e il ruvido.
Tutto è più sintetico, anche la parola vive brutti
momenti, messaggini dove proiettiamo le nostre
paure e i nostri desideri cancellano l’altro, lo tengono
a distanza, compensando l’assenza di carezze,
sguardi, sapori, con l’ossessiva frequenza di bip-bip
avvisatori.
Un vivere in incubatrice, eterni settimini, mai cresciuti,
con poco peso, a volte senza, sul limite…
C’è bisogno di un ritorno, di una nuova riflessione sul
corpo, corpo individuale e sociale, un nuovo Modulor
dello spirito.
Svincolarsi dalle maglie delle strutture economiche,
dai costi e benefici, dal pareggio di bilancio che
spesso nasconde il falso e riscoprire la poesia della
curva tracciata dal gesto di prendere un bicchiere
alle proprie spalle, la linea tratteggiata del giocare a
nascondino con un bambino, il punto linea del passo
tartagliato nel buio per non svegliare chi ti dorme
accanto.
Infine, sto parlando di sentimenti, di corpi, di
architettura.
Dove manca il corpo, manca lo spazio, l’identità, la
relazione con l’altro da noi, lo spazio del conflitto e
dell’amore (si! Ho proprio scritto: amore), il
caminetto acceso, le finestre che sbattono, le luci
che scaldano, il brivido di freddo sulla porta di casa.