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movimenti moderni:
terremoti e architettura 1883 2004
 
 
 











 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


La bustina di Minervini
di Antonio Minervini

“La poesia è sempre stata questo: far passare il mare in un
imbuto; fissarsi uno strettissimo numero di mezzi espressivi
e cercare di esprimere con quello qualcosa di estremamente
complesso. Adesso la letteratura tende a dimenticare
l’imbuto: si crede che si possa scrivere tutto, si crede che
il mare possa essere espresso e comunicato in quanto
mare, e non si comunica né mare né niente, solo parole”

Italo Calvino, Natalia Ginzburg o le possibilità del romanzo
borghese
, in “L’Europa letteraria”, giugno-agosto 1961


Sono già alcuni giorni che sono tornato dal Salone del
Mobile di Milano, il mio tavolo è pieno di cataloghi,
depliants, inviti, inserti. La produzione cartaceo-
comunicativa di una fiera campionaria è sempre
impressionante ma quella del Salone del Mobile le
batte tutte, tonnellate di carta e inchiostro vengono
distribuiti, spediti, allegati ed in tutti la parola più usata
è “nuovo”, nuove tendenze, nuovi trend, nuove
proposte, nuovi scenari, il tutto, chiaramente –e non
potrebbe essere diversamente– legato alla tradizione,
ad uno stile senza tempo, alla solidità della memoria.
Ma, nonostante tutta questa messe di informazioni,
tutti gli articoli che i giornali dedicano a questo
momento “fondamentale” per il design italiano ed
internazionale, alla fatidica domanda: “com’era il
Salone quest’anno” io non so come rispondere,
colpito da improvvisa afasia.
Mi sento come quando in ascensore con uno
sconosciuto ti ritrovi a parlare del tempo, del clima
intendo. Quasi subito uno dei due dice che no, non
ci sono più le mezze stagioni, che appena due giorni
fa indossavamo il cappotto e che invece adesso c’è
caldo da non sopportare nemmeno la giacca.
E le previsioni dicono che continuerà, anzi che forse
cambierà, ma poi tornerà e che si stava meglio
quando si stava peggio. Poi finalmente si arriva al
piano e i saluti sorridenti fanno cascare il vuoto di
quelle parole sul pavimento dell’ascensore.
Io, se proprio devo dirla tutta, qualcosa da Milano
ho riportato: due nomi, due giovani designer, due
architetti su cui è giusto puntare per il futuro.
Il primo si chiama Mies van der Rohe, se ricordo bene
è tedesco ed ha disegnato una poltroncina in pelle e
acciaio che si chiama “Barcelona”; il secondo è
finlandese e sempre per una ditta finlandese ha
disegnato una collezione in legno curvato dalle linee
felici in cui ogni pezzo è un gioiello e il suo nome è
Alvar Aalto… lo so non ci siete cascati, conoscete
benissimo sia Mies che Aalto e sto parlando di prodotti
del secolo scorso. Il mio gioco può sembrarvi stupido
o, peggior cosa, superbo ma permettetemi di provare
a difendermi. Per farlo, innanzitutto vi confesserò che
lo penso sul serio: non c’erano a mio avviso prodotti
più nuovi di questi e perciò voglio riportarvi alcune
definizioni che Italo Calvino dà in uno dei suoi libri,
forse, meno noti Perché leggere i classici: “D’un
classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come
la prima”, “Un classico è un libro che non ha mai
finito di dire quel che ha da dire” e ancora “I classici
sono libri che quanto più si crede di conoscerli per
sentito dire, tanto più quando si leggono davvero
si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Vi invito a
leggere le altre e, se penso a queste definizioni,
non ho visto né intravisto niente che avesse in sé
il germe del classico nell’accezione calviniana.
Forse sto invecchiando, o sono solo stanco o, forse,
come ha già detto qualcuno (non mi ricordo chi, ma
sicuramente l’hanno detto) il design è morto.
Io non penso sia così, perché stamattina ho visto un
bambino volare, ha trasformato la sua giacchettina
in un paio d’ali solo stendendo le braccia… E ha iniziato
a volare, tutto a un tratto, con un gesto semplice,
da bambino.