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La
bustina di Minervini
di Antonio Minervini
“Giulietta:
Dimmi come sei arrivato qui e perché?
I muri del giardino sono alti, difficili da scalare, e questo
posto, col nome che porti, significa morte per te, se mai
ti trovassero.
Romeo: Sulle ali leggere dell'amore ho superato queste
mura: non ci sono limiti di pietra che possano impedire il
passo sull'amore…”
William Shakespeare,
Romeo e Giulietta, Garzanti 1991
Da ragazzino avevo un'automobilina di quelle a pile, quelle
che quando sbattono contro un ostacolo tornano un po'
indietro e tornano a sbatterci, un'automobilina testarda
che ronzava per la casa, colpiva gambe di sedie, angoli di
mobili… tornava un po' indietro e proseguiva. Solo quando
incocciava in un muro si fermava, ci provava a trovare il
sistema di aggirarlo o di schivarlo, ma alla fine si fermava,
rimaneva con il muso contro il muro, e con il ronzio che da
regolare si faceva ossessionato e rabbioso. Ecco, io mi
sento come quell'automobilina mentre scrivo. Il tema di
questa mia bustina mi è stato subito chiaro: il muro che
sta costruendo lo Stato di Israele, che lo divide dai Territori
Palestinesi. Il problema è che non so da che parte prenderlo
questo tema. Non che io non abbia un'opinione: anche
questa mi è chiara, quel muro deve essere abbattuto,
semplicemente abbattuto, non avrebbero nemmeno dovuto
iniziare a costruirlo. Certo, io non sono un israeliano che
rischiava la vita salendo su un autobus per andare a scuola
e nemmeno un palestinese che quel muro incarcera
(ghettizza, do you remember?) in casa propria. Ma è proprio
questo il punto: un muro ti costringe a scegliere o da una
parte o dall'altra, ti costringe a prendere posizione, non
puoi starci in mezzo perché in mezzo c'è il muro. Non puoi
aggirarlo, non puoi scavalcarlo, non c'è porta o finestra per
guardare di là, ci puoi solo sbattere il muso contro e
rimanere come la mia automobilina con un ronzio
ossessionato e rabbioso. Anche le parole servono a poco,
ti rimbalzano contro. Provo a fare un rapido percorso di
memoria sui muri che nel passato sono stati eretti a
dividere territori, popolazioni, civiltà: mi viene in mente
Berlino, La Grande Muraglia. La mia memoria non mi aiuta,
continuo a pensare che questi muri per pochi o tanti che
siano stati, sono comunque una sconfitta per tutti,
la codifica edilizia della sconfitta, della paura, del mettere
e mettersi spalle al muro. Mi verrebbe voglia di cambiare
tema, di andare in cantina a cercare la mia automobilina,
ma mi passa tra le mani un vecchio libro di un certo
R.D. Laing dal titolo Nodi e come sottotitolo Paradigmi di
rapporti intrapsichici e interpersonali. Ve ne trascrivo un
passo: "stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a
non giocare un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare
infrangerò le regole e mi puniranno.
Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco".
Ecco, non facciamo questo sbaglio, non giochiamo il loro
gioco, forse se rifiutiamo la fisicità di quel muro, forse
semigliaia
di palestinesi da una parte e migliaia di israeliani
dall'altra si portassero a ridosso del muro e iniziassero
ad aprire gli occhi e a guardarlo quel muro, muti, fissi,
con gli occhi contro quel muro immaginando che quel
muro non ci fosse, forse in quel muro apparirebbero
finestre, porte, forse quel muro crollerebbe da solo,
svanirebbe lasciando finalmente che i popoli si guardino
negli occhi… Ecco, non spostiamo gli occhi da quel muro
e dai mille muri che ci circondano, forse qualcuno (di quelli
che quei muri costruiscono) prima o poi aprirà gli occhi
per incontrarne altri. In ultimo, scusate se questa bustina
forse è più breve delle altre o più sconclusionata…
ma è
stato come parlare a un muro.
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