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La
bustina di Minervini
di Antonio Minervini
Agorafobìa: s.f. “paura morbosa degli spazi aperti,
quali piazze, strade larghe e simili”
Lo spazio
di questa rubrica non è molto grande, mi scuserete
quindi se riuscirò a dare conto solo di alcuni frammenti di
ragionamento di un tema come quello che (incosciente) ho
deciso di affrontare.
Ma andiamo per ordine. Dispongo sul tavolo quattro elementi
che mi si sono fatti avanti negli ultimi giorni: le dichiarazioni
di un ex-ministro in merito all’idea di vendere il Colosseo, la
programmazione del film “Il gladiatore” , una brochure di
presentazione della nuova chiesa di Padre Pio in san Giovanni
Rotondo progettata da Renzo Piano e il concerto gratuito di
Vasco Rossi a Catanzaro. Il tema che li lega, ampio quanto
complesso, è: “l’uso e la memoria degli spazi aperti”.
Altro possibile titolo potrebbe essere : “la piramide e l’agorà”.
Aggiungo una curiosità, all’inizio di questa bustina che
altro
non è, e non vuole essere, che un insieme di rimbalzi di pensiero.
Il cognome Rossi è – dicono - il cognome più comune
in Italia,
e due sono in questo momento I Rossi (Vasco e Valentino)
sull’altare dei Miti in Italia e tre diventano se aggiungo il Paolo
Rossi del Mundial ’82 (quattro se per quanto riguarda l’architettura
penso ad Aldo Rossi primo vero architetto ad essere definito
una “Star”). Un gioco sui cognomi, un gioco alla fine tra
massa
ed emergenze. Un gioco che mi serve in quanto tre dei quattro
Rossi citati, compiono le loro gesta in spazi aperti.
Qui la cosa si complica ancor di più, perché vedo sullo
sfondo
una questione ancor più grande, il rapporto tra il potere e
i cittadini (dire “le masse” è troppo vetero-marxista)
e quanto
lo spazio sia architettonico-urbanistico sia morfologicamente
definito (quindi in nuce architettonico anch’esso) contribuisca
a queste dinamiche. O per meglio dire quanto lo spazio sia
neutrale e muto rispetto al suo uso.
Ma tornando al titolo, pensando alle piramidi la prima cosa
che viene in mente è l’Egitto e i Faraoni, ma sono altre
due
piramidi che ho interesse a ricordare: quella comparsa ad un
congresso di partito ( si parla del secolo scorso in epoca
pre-tangentopoli) progettata da un tale Panseca ed utilizzata
come palco per gli oratori e quella progettata da Pei nella
piazza del Louvre, ormai clonata dovunque per lo più al servizio
di bruttissimi centri commerciali.
Due forme simili ma rovesciate nel senso: nella prima si sale per
parlare alla folla , è al servizio del potere, è tutta focalizzata
sul vertice; la seconda è sotterranea, è trasparente, dal
vertice si scende alla base.
L’altro termine del titolo è l’agorà, nel sapere
comune il luogo
dello scambio, del passeggiare conversando. Il luogo, forse,
simbolo della democrazia ma come ad un più attento esame
la democrazia ateniese, è forse lontana da un idea di democrazia
veramente compiuta anche la parola agorà ha un significato
nascosto ai più:
Agorà: s.f. “nell’antica Grecia, piazza in cui avevano
luogo
mercati e pubbliche assemblee”, dal greco: agorà piazza,
agéirein ‘radunare condurre’.
Nella brochure della nuova chiesa di Padre Pio si parla del
sagrato (l’agorà) come di una “ecclesia sine tecto”
con un
altare mobile, mobile come il palco del concerto di Vasco Rossi,
come i gladiatori, come la motocicletta di Valentino Rossi come
tutti gli altari eretti per “radunare e condurre”.
E’ forse, suggerisco per chiudere, una questione di “misura”?
Qual’è la misura o le misure pensabili per luoghi abbastanza
grandi per raccogliere lo scambio e la comunicazione tra pari
ma allo stesso tempo da impedire la costruzione delle piramidi?
Un’ultima immagine: Hyde Park a Londra : un’agorà policentrica,
forse un buon punto di partenza.
Sono solo frammenti di pensiero, come l’architettura in questo
momento storico possa agire su queste dinamiche di preciso non
lo so, quello che so è che dimenticare o peggio abdicare ad altri
il pensare questi temi significa alimentare “quell’inverno
dello
spirito che mio malgrado vedo venire” (Le memorie di Adriano,
M.Yourcenar), anzi che viviamo.
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