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Jumpcut urbanism
Architettura, città, automobile
 
 
 








 

 

 

 

 

 

 


 


La bustina di Minervini
di Antonio Minervini


“Se fai una scultura che si chiama San Sebastiano
puoi farne una sola, perché il santo è uno.
Mentre se fai un lavoro che si chiama Pollo, un pollo in
formaldeide, puoi farne un’edizione di massa”

Damien Hirst, Manuale per giovani artisti,
Postmedia-books, Milano 2004


Molto probabilmente sono poco informato, ma mi
sembra che da molti anni ormai, ci sia un’immobilità
nelle discipline dell’architettura e del design dovuta,
principalmente, alla mancanza del corpo, del corpo
stesso della disciplina, e per corpo intendo la materia
plastica, le tre dimensioni, la misura di un rapporto
nuovo con i dati fisici dell’uomo. Ad un aumento del
software (che dovrebbe iniziare a chiamarsi ghostware)
del digitalizzato, del compresso, si accompagnia una
contemporanea scomparsa o quantomeno riduzione
ai minimi termini degli strumenti, una deriva plasmatica
che punti all’ectoplasma. Sarebbe interessante perderci
nell’analisi semiotica, etimologica delle parole: corpo,
materia, pelle, carne, superficie, sostanza, organismo,
anima. Non è questa la sede dove dare conto di queste
che come Galimberti scrive sono parole contese, nè io
sono in grado di addentrarmi in questa materia, appunto.
C’è lo spazio, però, per una piccola riflessione.
La Tour Eiffel, per esempio, simbolo di Parigi e della
Francia, prima che diventasse un’icona turistica-cartolinesca
era un inno alle nuove possibilità dell’architettura in
ferro, come anche l’uso del tubo in metallo curvato apriva
la strada a tutta una serie di prodotti del design, facendo
passare questa disciplina dalla dimensione dell’artigianato
a quella industriale del prodotto in serie. Anche se a
grandi, grandissime e forse imprecise linee, la domanda
che mi pongo è molto semplice: esiste un’intuizione,
una scoperta, un’invenzione che reintroduca la materia
all’interno del nostro operare? Mi sembra invece, non è
una critica ma una forte sensazione, che tutti ci
muoviamo come uomini ragno sulla superficie, che sia
quella di uno schermo digitale o quella a scala urbana di
molti progetti che fanno della superficie esterna la loro
unica ragion d’essere. Su un quotidiano di alcuni giorni
fa ho letto il commento di Vittorio Gregotti ad un articolo
di Massimiliano Fuksas (se non sbaglio, perché non riesco
più a trovare l’articolo), in cui questo rapporto tra pelle
e corpo era il punto centrale. Il lavorare sulle superfici,
sulla loro tattilità, cromia, trasparenza, opacità è allo
stesso tempo nuovo ed antico, quasi un riappropriarsi di
una bidimensionalità e azzardo, di un ornamento che da
Loos in poi si è severamente abbandonato fino alle estreme
conseguenze di una sorta di glaciazione. Il timore è però
quello di abbandonare il corpo, anzi, di renderlo fantasmatico
e quindi privo di dolore e piacere, comodo forse in un
momento in cui il corpo si presenta fortemente pervasivo
e denso di conflitti nel nostro quotidiano: il corpo malato
del Papa, i corpi dei torturati in Iraq, i corpi degli ostaggi,
i corpi travolti dallo tsunami, i corpi dei soldati e quelli
delle veline. Come per ogni bustina ho cercato un’immagine
che la accompagnasse e in un primo momento ho cercato
una riproduzione del Cristo morto del Mantegna, perfetta
sintesi della plasticità solida della materia oltre che formale
rappresentazione dello spirito, ma mentre lo facevo un altro
quadro mi è sembrato più preciso a questo scopo: è il San
Sebastiano, sempre del Mantegna. Penso che quelle frecce
tra pelle e carne, quel perfetto, rabbrividente sollevarsi di
pelle sia un buon viatico affinché le frecce del nostro pensiero
affrontino questo tema.