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Alta velocità. Il sistema italiano
 
 
 









 

 

 

 

 

 

 


 


La bustina di Minervini
di Antonio Minervini


Il peso morto di una tradizione di malcostume
impedisce d’apprezzare nel loro giusto merito le
intenzioni più illuminate, conclude amaramente Palomar”

Italo Calvino, Palomar, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990

Possiedo un vecchio videoregistratore e solo a
scrivere la parola, questa mi sembra antica,
malinconica. Nell’epoca del dvd, del dvx e mpg e
via discorrendo, in un’epoca in cui uno spot televisivo
mostra un pastore che mentre porta al pascolo il suo
gregge guarda le soap-opera sul telefonino, il mio
videoregistratore, che mi segue dai primi anni
dell’università, era ridotto a fare da supporto (fisico)
al lettore dvd di ultima generazione. Ma oggi l’ho
spolverato, ho controllato i cavi e l’ho fatto ripartire
e non senza difficoltà ha ripreso a girare.
L’effetto di quel video dalla traccia non perfetta
aveva lo stesso sapore di quei vecchi filmini super8
che girava in spiaggia mio padre. Ma ne è valsa
la pena richiamare in servizio quel vecchio guerriero:
mi sono messo a riguardare, dopo anni, una registrazione
di 10 anni fa e precisamente del 25 luglio 1995.
Quel giorno, nel giardino di una delle sedi dell’università
veneziana di architettura, Giancarlo De Carlo conversava
con gli studenti. Non era una lezione, ma un semplice
domandare e rispondere a tutto campo. Riferirvi la
freschezza, lo spessore, il largo orizzonte di senso di
quel pomeriggio veneziano non me lo permette lo spazio,
né le mie capacità. Voglio però riportarvi alcuni frammenti
di quella conversazione, che mentre scelgo, mi sembra
avrei potuto non aggiungere questa introduzione
e lasciare più spazio alla semplice trascrizione delle
domande e delle risposte, ma ho peccato d’orgoglio e
volevo dirvi che io c’ero e per questo mi considero
fortunato, come spero si sentano i miei colleghi di quel
giorno alla notizia della morte di Giancarlo De Carlo.
Alla domanda di uno studente (io) su quali incontri
avessero segnato la sua formazione, la sua cultura
“cosmogonica”, come nello stesso pomeriggio
De Carlo definiva la cultura che deve avere un architetto
per essere tale e non semplice operatore (cieco) di una
disciplina, incontri non con architetti e quindi su che
sguardi laterali, avesse lanciato su tavoli diversi dal suo,
De Carlo risponde: "a proposito di sguardi laterali... il Duca
di Urbino Federico a un certo punto in battaglia viene
ferito e perde un occhio. E' disperato, non potendo che
vedere altro che davanti a sè e quindi si fa dare una
sciabolata, un colpo di spada sul naso in modo di allargare
il campo visivo e potesse così vedere dappertutto.
Quest’episodio mi ha aperto gli occhi verso gli sguardi
laterali...” poi racconta gli incontri con Carlo Bo,
Elio Vittorini, Italo Calvino, gli amici anarchici ed infine,
chiedendo venia per il rischio di apparire demagocico,
gli incontri con gli studenti: "... ho frequentato molto gli
studenti. Gli studenti mi hanno molto interessato,
nonostante il disgusto congenito che ho per la scuola,
ma sono riuscito a superarlo per la curiosità e l’interesse
che mi suscitavano gli studenti, e questa curiosità e
interesse non derivavano dal fatto che io volessi educarli,
non ci pensavo neanche. Vi ho già detto da un pò
di tempo, che io sono cinico, ma attraverso la
frequentazione con loro, io riuscivo a capire cosa
cambiava nel mondo e come la mia architettura doveva
cambiare per adattarsi a queste novità. Se poi loro
hanno imparato qualcosa, meglio così, ma io non ho
fatto nessuno sforzo per insegnare loro niente”.
Giancarlo De Carlo l’ho visto l’ultima volta due o tre
anni fa, si aggirava tra la gente al Lido di Venezia,
durante l’inaugurazione di una delle sue ultime opere.
Ricordo ancora il suo sguardo curioso e indagatore da
mettere soggezione, guardava le persone,
non l’architettura.