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Verso
la foce, di Gianni Celati,
Feltrinelli, 1989

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GIOVANNI VACCARINI
Abbiamo chiesto a Giovanni Vaccarini di
indicarci un libro considerato importante
per il suo modo di fare architettura e
soprattutto di pensarla ed attuarla.
Ha indicato Verso
la foce, di Gianni Celati,
Feltrinelli 1989.
Il testo secondo Francesca
Oddo
"Non lo stradario a traiettorie ortogonali delle città
moderne, ma tutto un innesto di movimenti sinuosi
su altre linee sinuose con deviazioni dovunque, che
fanno venire in mente quale miracolo della vita
animale sia una città. Poi l’impressione che in tutte
queste strade e stradine devianti, la numerazione
delle case e la nominazione municipale delle strade
debbano essere arrivate come idee incomprensibili,
in un luogo che va tenuto a mente in altro modo:
con l’immaginazione del corpo che si muove in uno
spazio d’affezione."
Giovanni
Vaccarini ha scelto la penna di Gianni Celati
nel diario di viaggio "Verso la foce" (Feltrinelli, 1989)
per raccontarci il genere di suggestioni che motivano
il suo impulso all’atto progettuale. Un architetto sceglie
uno scrittore. E attraverso l’urgenza passionale e
istintiva di quest’ultimo di raccontare attraverso la
scrittura le sensazioni derivate dall’osservazione, ci
conduce all’origine dell’afflato che guida il progettista
alle prese con la restituzione dell’idea.
"Verso
la foce" è un viaggio alla volta dei territori
del Po. Il taccuino dell’autore è un susseguirsi di
orizzonti che si richiamano gli uni con gli altri fino
alla scoperta commossa dell’orizzonte che più di
tutti genera l’immagine dell’apertura e l’idea di
confine al tempo stesso: quello del mare.
E Vaccarini è profondamente sensibile alla poesia del
confine, al fascino inquieto e motore di interrogativi
che l’orizzonte suggerisce. In questo senso il
perfezionamento post-laurea in architettura del
paesaggio presso la Waterloo University deve avere
avuto un ruolo significativo nella vocazione del
giovane architetto abruzzese verso quell’atteggiamento
di apertura al linguaggio della natura che permea tutti
i suoi progetti.
In questa sensibilità risiede l’interesse di Vaccarini per
Celati. Si legge nell’autore lombardo e nell’acuta
osservazione del paesaggio, urbano, rurale e umano,
la capacità di individuare caratteri, tipi, elementi di
assonanza come di contrasto. La stessa che il
progettista profonde nell’analisi progettuale.
Il paesaggio ispira in Celati l’impulso alla scrittura.
In Vaccarini muove l’intuito progettuale. La scrittura
e il progetto diventano veicolo di un messaggio
comune.

A proposito di osservazione scrive Celati: "Le cose
sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto
per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati
nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo
qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno
che lo osserviamo e lo raccontiamo, per avere
esistenza".
L’osservazione dei luoghi, della gente e delle loro
storie accosta l’atteggiamento dello scrittore a
quello del progettista: il viaggio diventa una complessa
e sfaccettata raccolta di atmosfere, di paesaggi,
di sensazioni, di conversazioni.
L’anima
progettuale di Vaccarini trae quindi verbo
dall’anima
del paesaggio, esattamente come la
scrittura di Celati scorre e si definisce sulla scia
del viaggio verso la foce del Po.
L’osservazione del paesaggio diventa la musa che
accomuna il progetto alla parola, lo schizzo alla
grafia. "Contro il cielo su un argine papaveri mossi
dal vento, -racconta Celati- e un cielo così cupo,
così pesante. Campagne vuote. Tutto questo mi
dà voglia di scrivere, come se le parole seguissero
qualcosa che è fuori di me".
Allo stesso modo, ma con uno strumento ancora
diverso, la fotografia, Luciano Capelli, uno dei
compagni di viaggio di Celati, racconta le sue
suggestioni. "Abbiamo visto un lampo scendere
su un pioppeto alle nostre spalle, adesso dalle nubi
viene giù una specie di filamento attorcigliato d’un
blu intenso che resta immobile, congiungendo cielo
e terra. Tromba d’aria che fa scappare via tutti,
corvi a volo radente, colombacci in gruppo, storni
che si radunano e sparpagliano (...). In tutto questo
sommovimento d’aria Luciano è rimasto là fuori a
fotografare (...)".

Ricorrente,
in Vaccarini come in Celati, il tema della
luce. Scrive il primo a proposito del progetto per
l’edificio polifunzionale all’interno dell’Ex cinema
Arena-Braga a Giulianova: "Il tema dell'introspezione
e della regolazione/captazione della luce, indotto
dalle forti presenze di confine, è diventato l'argomento
generatore di una pelle in vetro che avvolge l'edificio,
diventa l'interfaccia tra interno esterno, regolatore
della luce ed elemento unificante che camaleonticamente
muta geometria e forma "registrando" gli usi molteplici
che avvolge. (...) Nello spessore sono raccolti degli
affacci a sbalzo in acciaio traforato che traguardano,
come dei punti di avvistamento, il mare."
Luce, confine, mare.
E Celati: "Al mattino presto in queste pianure la luce è
tutta assorbita dai colori del suolo. C’è un vapore
azzurrino che fa svanire le distanze, e oltre un certo
raggio si capisce soltanto che le cose sono là, disperse
nello spazio".
Si avverte nei progetti di Vaccarini, come nelle descrizioni
di Celati, la stessa urgenza di guardare oltre, di penetrare
l’orizzonte e i suoi messaggi, di indagare il paesaggio
immaginario dell’oltre confine attraverso le sfumature
della luce.
Assonanze.
Il
dialogo fra il progetto di Vaccarini e il diario di Celati
veicola il senso di un’intimità profonda che si stabilisce
fra l’osservatore e l’immagine osservata: "anche l’intimità
che portiamo con noi fa parte del paesaggio, il suo tono
è dato dallo spazio che si apre là fuori ad ogni occhiata",
si legge sul diario.
L’osservazione del paesaggio procura allo scrittore così
come al progettista un afflato tutto intimo, da
interiorizzare per tradurlo poi in un’idea, in una relazione,
in un segno. Grazie all’intuito dell’immaginazione, capace
di "metterci in stato d’amore per qualcosa là fuori.
(...)
Ineliminabile dea che guida ogni sguardo, figura
d’orizzonte, così sia".
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