TESTI D'ARCHITETTURA
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Carlo Scarpa 1906-1978,
F. Dal Co e F. Mazzariol Electa

Il libro di Marco Ciarlo




















Carlo Scarpa






Carlo Scarpa

 

 



 


MARCO CIARLO


Abbiamo chiesto a Marco Ciarlo di indicare il testo
d'architettura considerato fondante per il suo
modo di fare architettura e soprattutto di pensarla
ed attuarla.
Ha indicato Carlo Scarpa 1906-1978, monografia
edita da Electa


Il testo secondo Francesca Oddo

C’è una monografia fra tutte che esprime non solo
puntualità, ma anche estrema sensibilità, onestà e
partecipazione nel raccontare l’opera, e prima ancora
l’uomo Carlo Scarpa. Si tratta di Carlo Scarpa
1906-1978
a cura di Francesco Dal Co e Giuseppe
Mazzariol, pubblicato da Electa nel 1984.
La forza del volume risiede nel percorso delicato e
commosso attraverso il quale gli autori ci conducono
lungo gli itinerari della vita, della formazione, umana
e culturale, dei sentimenti di Scarpa architetto
e artista.

Fin dalle prime pagine si intuiscono i cardini della
poesia scarpiana: l’amore per i materiali, la
manualità, la cura del dettaglio. Si racconta di
lunghe conversazioni con ebanisti, stuccatori e
fabbri, dedite a fare in modo che la sua architettura
fosse capace di narrare sentimento attraverso il
carattere della materia. Di raccontare una storia
dei luoghi attraverso la storia dei materiali.
Nel capitolo Genis ist Fleiss. L’architettura di Carlo
Scarpa, Dal Co insiste sulla volontà caparbia
dell’architetto veneto di porre in discussione
i vincoli dettati dalla banalizzazione tecnica
dell’uso dei materiali, sulla determinazione con
la quale sperimenta un rapporto sensuale ed
emotivo con la loro anima. Un rapporto che non
è semplice contemplazione estetica, e tanto
meno miope e riduttivo feticismo tecnico.
É dialogo. Scarpa scava nell’interiorità del
materiale, sviscerandone l’anima.

Estremamente puntuale, minuziosa, filologica,
la dissertazione degli autori circa la cura, quasi
attrazione irresistibile, di Scarpa per il dettaglio.
Che non è mai aggiunta o superfetazione, come
spiegano con dovizia di riferimenti, ma piuttosto
commento alla qualità del materiale, alle
proporzioni e ai rapporti numerici dei volumi e delle
superfici. Il particolare scarpiano "sa dunque
distinguere fra ridondanza e ricchezza".
Fra le ultime pagine della monografia si trova
l’intervento di Scarpa ad una conferenza tenutasi
a Madrid nel 1978: emerge dalle sue parole
un’attenzione vivissima e costante verso la scelta
dei materiali mirata a estrapolare dalla loro
corporeità il messaggio espressivo. Racconta a
proposito della tomba Brion: " (...) La porta alla
Mondrian è stata fatta in ferro; una persona che la
guarda può vedere lo scintillio delle luci e, alla
mattina, il sole fa sì che le pareti si illuminino in
modo diverso". E non è casuale la sua ammirazione
per Aalto e Mies, o il suo "colpo di fulmine
per Wright". Tutti e tre i maestri si appellano
al verbo del materiale per esprimere il proprio
messaggio: catalizzazione della luce e del calore
nel finlandese, algida eleganza minimalista nel
tedesco, tensione organicista nell’americano.
Legno, marmo, pietra. Per esprimere una poetica.

"Quando una persona contempla veramente,
si accosta al mondo interrogativamente". Il passo
di Arnheim, tratto da Toward a Psycology
of Art
(1966) è forse la citazione più efficace
fra quelle contenute nella monografia per dire di
quell’atteggiamento di Scarpa rispettoso verso il
non-concluso, il non-deciso, l’inatteso che risiede
nella natura stessa dell’atto progettuale.
Una posizione che narra di un’apertura e di una
disposizione acuta e attenta, critica e penetrante
nei confronti della realtà, e che percorre tutto
il testo.
Dal Co e Mazzariol disegnano con maestria e
commozione il profilo di Carlo Scarpa, personalità
da artista, e insieme architetto e designer,
pensatore disponibile al dubbio inteso come percorso
di crescita. Non è un caso che nella biblioteca
personale di Scarpa si trovi sottolineata una
frase di un libro di Karl Kraus: "artista è soltanto
chi sa fare della soluzione un enigma".

Chi ha conosciuto Scarpa, o chi non ne ha avuto
la fortuna e ha però letto questo volume,
comprende come sentire nell’insegnamento del
maestro eneto la propria ispirazione, e a maggior
ragione tradurre la sua inedita lezione in un
linguaggio autonomo e valido, sia capacità di
pochissimi.
Uno di loro è sicuramente Marco Ciarlo. Di lui
Brunetto de Batté racconta l’abilità di pensare
"una vertigine di dettagli, proporzioni così sottili
da dover scomodare Scarpa per darne registro di
decifrazione".
Ciarlo è architetto, lavora la materia con la maestria
di un artista, sposa le sue architetture al senso
dell’acqua, nutre i suoi progetti per i cimiteri liguri
di grande garbo e di raffinato simbolismo,
interpreta il dialogo architettura-morte con
estrema sensibilità. Come Scarpa.
Osservando la tomba Brion (1969) e insieme
l’ampliamento del cimitero di Borghetto Santo
Spirito (1998), il cimitero di San Biagio per Finale
Ligure (2001), la tomba al Sassello nei pressi
di Savona (2003) emerge una linea di pensiero
comune, l’ispirazione di Ciarlo per il maestro veneto
che diventa attraverso i suoi progetti liguri linguaggio
personale e maturo.

La circolarità vita-morte caratterizza sia i luoghi di
Scarpa sia quelli di Ciarlo. Nel primo il messaggio
si legge nella composizione dei percorsi, nello
scorrere dell’acqua, come nell’incontro, anch’esso
risultato di un percorso, fra i due anelli scavati nella
parete. Nel secondo sembra muovere dalla costante
propensione alle passeggiate, ai camminamenti, ai
percorsi dei suoi moli che tendono alla ricerca
dell’infinito, in direzione dell’orizzonte del mare ligure.
Ma il messaggio si intuisce anche nel protendersi
verso il mare dei suoi cimiteri, nella dialettica luce-
ombra, silenzio-suono del vento e del mare,
materiale-immateriale.
Lo stesso Ciarlo scrive a proposito del suo progetto
per il cimitero di San Biagio: "L’intero progetto si
regge sul confronto fra materiale e immateriale,
dialogano il monolite di cemento incastrato nel suolo
e il vetro come un ritaglio realizzato nell’azzurro
del cielo. La fissità dello spazio, della memoria
incontra l’evanescenza dello spirito". (Cimitero di San
Biagio, Materia, Firenze 2003, n. 41, pp. 82-89).



L’espressività dei materiali e il fluire dell’acqua
danno poi corpo al dialogo vita-morte. "A me piace
molto l’acqua perchè sono veneziano.. " dirà
Scarpa alla conferenza di Madrid a proposito del
suo progetto per la tomba Brion. E Ciarlo ha nel
cuore, mentre pensa i suoi "cimiteri marini", il mare,
il suo manto che scorre, il senso di continuità
che il suo moto esprime.
Vi è in entrambi un anelito al viaggio come
metafora della vita. In Ciarlo il veicolo di questo
viaggio è il mare, la sua apertura, i suoi orizzonti,
ai quali i suoi cimiteri rivolgono lo sguardo, in
Scarpa è un rinnovato e riscattato significato
assunto dal materiale, che acquista parola,
diventa gesto poetico, metafisico.
Nel 1923 un poeta libanese ha scritto: "Se davvero
volete conoscere lo spirito della morte, spalancate
il vostro cuore al corpo della vita". In questi versi
sembra di scorgere quell’impulso alla continuità,
quell’anello spiritualità-corporeità, acqua-materia
che sono le cifre della poetica dei due architetti.