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LE CORBUSIER
Il programma liturgico,
a cura di Glauco e Giuliano Gresleri
Editrice Compositori,
Bologna 2003
Le Corbusier e il suo «programma liturgico».
Una colta riflessione bolognese.
di
Pier Giorgio Massaretti
L’interesse
scientifico e il successo editoriale scatenato
dal volume di Giuliano e Glauco Gresleri , ha avuto
un nuovo importante accredito pubblico, all’interno
della frequentatissima conferenza – per la presentazione
del volume – tenutasi presso l’aula absidale
di Santa Lucia, a Bologna, a cura dell’ateneo bolognese,
con il coordinamento della “Scuola di specializzazione in
Storia dell’arte” della stessa Università.
Un pubblico assai variegato ha accreditato ai due Autori
un’attenzione che non è solo scientifico-discipilare.
Un’affettuosa attestazione d’affetto, proveniente
dal mondo universitario – nel sintetico ma appassionato
intervento introduttivo del Rettore, Pierugo Calzolari –,
dai molti studenti di Giuliano presenti, dalla partecipazione
dei diversi colleghi di Glauco, ma soprattutto – e ciò
è veramente esemplare – dalla presenza dei molti
cittadini bolognesi, che ai due Gresleri riconoscevano
la loro diffusa notorietà, umana, civile e professionale insieme.
Nello sviluppo della conferenza, alla rapida ma efficace
ouverture del Rettore (che sottolineava l’importanza della
ricerca in esame, sia per il prestigio dell’Università bolognese,
sia per la storia della città, nel cruciale periodo del
vescovado di Lercaro), è seguita l’eccellente
scheda di presentazione del volume da parte di Mario Lupano.
Con ineguagliabile ed efficacissima sintesi, il coordinatore
della conferenza è stato in grado di rimettere sul tavolo
della discussione i punti focali dell’appassionante ricerca
compiuta da Giuliano e Glauco; nodi tutti incentrati in
quell’irrisolto paradosso storiografico sulla sacralità
dello spazio liturgico emerso dall’illuminata intelligenza
agnostica di Le Corbusier: «Può un architetto laico progettare
un edificio sacro?» (A propos d’Art Sacré, 1951).
Cesare De Seta – rimandando alla nutrita rendicontazione
epistolare contenuta nei Documenti allegati al volume –,
ha concentrato il suo intervento in una riflessione sul ruolo
della curia petroniana nel dibattito sulla riforma liturgica
che, agli inizi degli anni ’60, sbocciava nei progetti Conciliari,
proprio per il coinvolgente protagonismo dello stesso Lercaro.
La sottolineatura fatta di un endemico ritardo del mondo
religioso “istituzionale” di allora, rispetto quel ripensamento
dello “spazio sacro” che proprio l’architettura liturgica
di Le Corbusier aveva suggerito , e che appunto
l’illuminante esperienza diocesana bolognese
di allora stava efficacemente promuovendo.
Una riflessione che ha forse forzato l’immissione
del pensiero lecorbusieriano in un evento, il Concilio
Vaticano II, che ha avuto una vocazionalità ed un
senso politico soprattutto nazionale, e la cui storiografia –
per il suo internazionale peso dottrinale – può essere
solo evocata dalla pur esemplare traduzione lercariana
del pur noto e amato messaggio liturgico di Le Corbusier.
Stanislaus von Moos – uno, insieme a Giuliano Gresleri,
dei “grandi esperti” internazionali sulla figura di
Le Corbusier –, nel terzo intervento della giornata,
laicizza, se così si può dire, la diagnostica storiografica
dello “spazio sacro/del sacro” lecorbuseriano.
Distaccandosi dalla vocazione decisamente
“dottrinale” dei precedenti interventi
– opportunità che certamente gli deriva dal suo ambiente
culturale d’origine, la svizzera tedesca –, la sua lectures
condivide con l’intervento di Mogen Krustrup,
contenuto nel testo in esame, una semantica
“archeologica” del simbolismo architettonico di Le Corbusier
nei suoi segni architettonici liturgici.
Una referenzialità analitica del linguaggio lecorbuseriano
in cui, se Krustrup attinge a piene mani dal mitologico
-astrologico-esoterico, von Moos, invece, reperisce
i rimandi e le ispirazioni che animano il suo sondaggio
in una repertoriazione iconologico-strutturale
della grammatica progettuale del nostro Le Corbu.
Un raffinato enciclopedismo citazionale,
quello dell’architetto: fondato
su di un’esauriente «architettura filosofica»;
e capace di esprimere, quasi paradossalmente,
attraverso un sofisticato collezionismo di
“antiche meraviglie” cromatico-percettive, un mondo
spaziale-rappresentativo racchiuso in uno stringete
reticolo di misure auree.
Tuttavia prima di consegnare alle stampe questo
scarno
testo, mi è stato utile – e mi ha fatto un estremo
piacere –, ritornare su queste evocative discussioni
con Elisa ed Erika: due mie deliziose studentesse che,
con inusuale passione, anche loro si sono soffermate
sull’esoterico “macchinismo” liturgico di Le Corbusier
.
Un momento utile, questo, per meglio digerire gli spunti ed
i suggerimenti emersi dall’incontro.
Un irrisolto conflitto ha percorso tutta questa nostra
inesperta riflessione; conflitto che permea integralmente
la loro “leggera” ricerca universitaria. Un conflitto
che fuoriesce dall’endemico scontro tra il «dramma
spaziale» che emana “dalla sacralità della luce”
di Ronchamp , mentre, contemporaneamente,
si rimane folgorati dalla spirituale luminescenza che
emana lo «spazio celestiale» dell’antro uterino
dell’interno della chiesa.
Eredità, queste, del “mistico” esistenzialismo cristiano
della cultura francese postbellica (Maritain, Le Monnier)
che, intelligentemente, le ragazze hanno intercettato e
posto in chiusura della loro ricerca, nella lunga citazione
di Michel Pochet:
«[…] proprio poco lontano, davanti a noi,
la chiesa di Ronchamp sagomava, bianchissima,
sopra il colle arboreo.
Le sue forme bianche di donna forte mi strinsero,
e mi accolsero nella loro potente pace.
Compresi che, nel simbolo che mi era stato da
vivere, Maria era presente, non come la luna e le
stelle della sera, ma come il cielo azzurro che
conteneva il sole, traendo da esso la sua sostanza.
Qui, in questa cappella, Maria non era più che
una di noi, così vicina e così piccola nei confronti
del mistero, che mi stupivo di averla presentita
così grande un momento prima.
Il sole era tramontato, ma la sua luce dorata riempiva
il cielo in modo che non c’era più ombra ma solo luce,
nel senso che o la luce accarezzava un elemento
del panorama e lo metteva in luce, o non esisteva niente.
Questa chiesa, le ciminiere delle manifatture e
le case di una cittadina della valle erano materializzate
da questa luce, come luce cristallizzata.
Non esisteva altro che la luce, il resto spariva, era nulla,
non-esistenza e basta.
Tutto quello che i miei occhi vedevano, perché illuminati
da questa luce, era bello. La bruttezza che è sempre
vicino alla bellezza e la guasta, era assente, vanificata.
Avevo l’impressione che i miei occhi, accecati dal sole,
vedevano ormai solo la bellezza del mondo.
Non solo, con l’intelligenza capivo che in un’altra luce
questo panorama sarebbe stato molto diverso,
Capivo che era precisamente quella luce che mi faceva
vedere bella tutta la bruttezza del mondo».
Una sconcertante chiarezza, una radicale «messa in luce»,
che oggi – dopo l’ineffabile disincanto delle avanguardie
artistiche del Novecento mitteleuropeo, sino al caotico
nichilismo della guerra che, in forma «preventiva»,
minaccia di segnare ineluttabilmente il nostro futuro
terreste –, drammaticamente impatta con
l’omogeneo modello di un’esistenza globalizzata: priva
di “luce” ; ormai privata, cioè, di quella biologica
ciclicità che la legava, sistematicamente, all’ambiente,
naturale ed antropico.
Un parossistico palcoscenico in cui la sensualità e
l’ecologica organicità dello spazio liturgico
lecorbusieriano è in grado, forse, ancora una volta,
di illuminare – laicamente – la fatale tragicità dell’Essere.
Quando anche il Pochet sottolinea la geniale
interpretazione paesaggistica che Ronchamp produce
delle «ciminiere… e delle case di una cittadina della
valle»; quando Giuliano Gresleri
evidenzia la vocazione «comunitaria» dello spazio sacro
lecorbuseriano , da tali pensieri con chiarezza emerge
intrinsecamente la memoria della sperimentale e storica
esperienza bolognese che Giuseppe Dossetti esprimeva
nel paragrafo centrale del suo Libro
bianco su Bologna: «Rianimare il volto spirituale
della città». Un progetto, quest’ultimo, di straordinaria
capacità innovativa, animato dall’intento di individuare,
attraverso il vigile e polimorfo osservatorio di un sociologo
come Achille Ardigò, un senso più cogente e
circostanziale della vocazione “spirituale” della città;
che deve essere in grado di penetrare le molteplici
esigenze civiche.
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